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Strano destino per molti ragazzi prodigio. Le loro doti possono diventare anche la loro prigione da cui risulta arduo fuggire se non con un atto di coraggio, col quale però si corrono sempre rischi enormi. A questa regola mi sembra si adatti bene il caso del regista Wes Anderson.
A inizi carriera ci si trovò a confrontarci con un autore le cui caratteristiche sembravano non provenire da nessun luogo conosciuto. Sia per lo sguardo con cui affrontava certe tematiche sia per le scelte di (meta)linguaggio, Anderson portò un modo apparentemente inedito di fare cinema. La famiglia, la coralità dei personaggi, il privilegiare figure stravaganti, marginali; l’attaccamento a un passato, sia che fossero gli anni Cinquanta o Sessanta, sia che fosse la Mitteleuropa.
Anderson proveniva da un’altra parte dell’universo. Il suo stile venne preso come modello, in particolar modo per certa pubblicità fotografica o di spot commerciali. A lungo andare però, a partire da “Moonrise Kingdom” e tralasciando quel passo più lungo della gamba che fu “Steve Zissou” uscito a seguito del formidabile “I Tenenbaum”, mi subentrò il sospetto che ci trovassimo di fronte alla rappresentazione perpetua di una comfort zone cinematografica, così precisa, composita, multiplanare.
A fiancheggiare questa incapacità di rinnovarsi c’è tutt’ora una fanbase che, più che concentrarsi sulla forma, si identifica e si crogiola nel passatismo nerd della messinscena e dei protagonisti, cosi castaway, genialoidi, inadeguati. Come la comitiva di ragazzi prodigio del film giunti a partecipare a una gara di invenzioni (e a mio avviso il ragazzo genio di Jake Ryan potrebbe essere rappresentativo della crisi del regista).
Fa quindi pensare il fatto che “Asteroid city” sia ambientato in un “non luogo” naturale come il deserto. Lì sorge Asteroid city, che potrei leggere con doppia valenza: la sintesi dello spirito degli Stati Uniti e il terreno di gioco sgombro dove l’autore vuole ripensare se stesso. Ma non è certo solo lì che si consuma la narrazione del film. Anzi, Asteroid City è un luogo fittizio nato da un’idea di un romanziere prestato al cinema.
Ma ancora di più: il racconto del romanziere, il casting per il racconto della città dove è giunto un asteroide e che verrà visitato da un alieno durante una quarantena; luogo in cui i vari personaggi sono confluiti e che sono essi stessi simboli di un’America che forse non c’è più o forse resiste ancora sotto mentite spoglie, sono un racconto di un esperimento televisivo.
Anderson destina il bianco e nero al programma tv e alla presunta realtà. Mentre il cosiddetto film è immerso in una stupefacente fotografia a colori pastello che è memore dei dipinti di Norman Rockwell. Oppure è rovente come i deserti dei cartoon di Wyle E. Coyote (infatti nel film fa capolino una sorta di Beep Beep).
“Asteroid city” è ”il solito” film di Wes Anderson, anzi è un concentrato densissimo dei temi e del linguaggio dell’autore.
Dopo un’accoglienza trionfale da parte della critica (i Cahiers gli han dedicato la copertina del loro numero) vari mormorii di insofferenza si son levati da parte di alcuni recensori e di alcuni spettatori. Aumentano le persone stanche del cinema del regista di “Gran Budapest Hotel”. A me sembra che Anderson, dopo il fiasco del precedente “The french dispatch”, si sia reso conto di essere in un vicolo cieco.
A volte vien da pensare che “Asteroid city” sia il suo 8 e ½. Un film su un regista che non sa cosa dire di nuovo o almeno di fresco e sembra concentrare al massimo le sue storie e le sue idee visive per trovare una via. “Asteroid city” formalmente è uno zenith di perfezione del cinema andersoniano. Le geometrie dei piani, in cui lo schermo viene suddiviso o inabissato in scomposizioni dei quadri di ripresa. Le fila delle varie narrazioni che si intersecano senza sbavature. I rapporti delle presenze dentro una inquadratura denotano un livello di cura arrivato ai massimi. Ai massimi per Anderson. Il quale si premura di inventare personaggi che sono stereotipi spaesati, tra tutti la diva anni 50 della Joahnsson che sembra doversi inventare una realtà da diva classica, ombreggiando l’occhio destro di finti ematomi tipici da relazione sentimentale privata tempestosa.
Nulla è davvero “vero”, nulla è completamente falso. Asteroid City è una citta inesistente, i cui terreni possono essere acquistati con contratti legali tramite un distributore automatico. Ma è una località in cui ci sono gli U.S.A. veri, quelli dell’Area 51 e degli esperimenti atomici (fatalità, “Oppenheimer” è ancora nelle sale).
Ma a mio parere oltre che una descrizione di un paese che si crede una cosa e invece è un’altra, abbiamo soprattutto un disporre l’universo “Anderson” su un terreno neutro per vedere come andare avanti e se andare avanti col cinema. O forse il formato dei cortometraggi potrebbe essere una nuova risorsa?
Contemporanei a questo film abbiamo i “brevi” del regista tratti da Roal Dahl Alla fine della fiera “Asteroid city”, film malinconico, dimesso, stranito, la cui incredibile perfezione sembra quasi un “j’accuse” a se stesso, resta un film piuttosto riuscito ma difficile da giudicare.
Paradossalmente forse non aver più niente da dire e ammetterlo potrebbe essere il primo passo verso la disintossicazione. Ma Anderson non riesce ad essere universale nel particolare, come Fellini. Il suo mondo è sempre ombelicale. Ieri come oggi. E se di certo abbiamo un recupero delle decostruzioni narrative che possono richiamare il nouveau roman o il cinema di Resnais o di Varda (confrontate questo film a “Le creature” della regista francese, proiettato restaurato all’80ma mostra del cinema di Venezia) manca l’ironia e il sano distacco da se stessi, manca il gioco ora totalmente disincantato dal potere dei linguaggi di Resnais, o a favore della vita vera di Varda.
Con tutti i meriti e il talento, Anderson resta sempre un po’ puerile e autoindulgente. Ma chissà che questi quaranta giorni nel deserto servano a qualche cambiamento. È bello “Asteroid city”? Sì. No. Francamente non so dirlo. O meglio: è bello. Ma conta qualcosa questo film? Chissà…
ASTEROID CITY
(2023, U.S.A. Germania)
Regia:Wes Anderson
Con: Jason Schwartzman, Scarlett Joahnsson, Jeffrey Wright, Bryan Cranston, Edward Norton, Adrien Brody
Giovanni Natoli
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