Cosa significa rivedere oggi “I diavoli” di Ken Russell, in questo 2026 dopo che alla sua uscita nel 1971 fu uno scandalo di enorme portata, per presunte accuse di blasfemia e pornografia, tant’è che la chiesa si mosse tutta intera per far sparire il film e il buon Giovanni Raboni che lo difese sulle colonne di “Avvenire” venne licenziato in tronco a causa di questo elogio al film? E il licenziamento di Raboni è uno specchio di ciò che il film metteva alla berlina: il potere contro l’onestà intellettuale e il diritto.
Il film di Russell nasce in un’epoca in cui il cinema britannico, ma non solo, era sensibile alla tematica. Dello stesso anno sono “Arancia meccanica” di Kubrick e “Salò” di Pasolini. La visione del rapporto tra potentato, ribellione, asservimento dei corpi, collusione con frange estreme e libertà auto concessa ma negata alle sfere non appartenenti alla cerchia ristretta era il tema caldo del momento.
Russell la mette in scena da par suo, secondo l’estetica fiammeggiante, melodrammatica e barocca che da sempre aveva e avrà contraddistinto il suo modo di fare cinema. Il film, che fu un lavoro su commissione che il regista fu ben felice di accettare, era ispirato alle reali vicende della città di Loudun nel 1634 sotto il regno di Luigi XIII; grazie all’operato di padre Grandier, un vescovo carismatico, sanguigno e libertino ma allo stesso tempo fiero e coraggioso, Loudoun intese resistere al processo di accorpamento voluto dal cardinale Richelieu relativo a cittadine autogovernate e suggellate da mura che proteggevano l’autonomia.
Tutto parte da un racconto di Aldoux Huxley, “I diavoli di Loudun” del 1954 e dalla relativa riduzione teatrale di qualche anno precedente il film. Russell aveva raggiunto credibilità artistica con i lavori televisivi relativi a biografie di artisti non convenzionali e a film come “Donne in amore”, da Lawrence e “L’altra faccia dell’amore”, biografia su Cajkovskji.
Con “I diavoli” si prende carta bianca e si raccontano i fatti di Loudun in nome dell’eccesso. A partire dai ritratti dei protagonisti, un vitalistico abate Grandier a cui un Oliver Reed presta voce e corpo in maniera grandiosa e nel segno di un superomismo che restituisca verità al messaggio evangelico, e di Vanessa Redgrave che incarna tutta la frustrazione erotica di madre Giovanna degli Angeli, la cui deformità fisica e il riso nevrotico trattengono il desiderio furioso verso Grandier.
Ma i motivi scandalosi sono non solo nei ritratti di questi e altri personaggi ma nella sfrenatezza camp e lussuriosa di sequenze che non si erano viste ancora oggi. Su tutte il folle sabba conseguente la lunga sequela di esorcismi e processo a madre Giovanna che trasforma il convento di suore in un’orgia con tanto di profanazione erotica di una statua del crocefisso.
Russell non morse il freno e “I diavoli”, così come oggi possiamo vederlo dai tempi in cui suscitò scandalo alla 33ma Mostra del cinema di Venezia, non ha un momento di tregua. Inserito in una geometrica cornice ambientale dell’allora esordiente scenografo Derek Jarman, che concepì la città all’interno di bianchissime murature algide al punto di essere un valido contrasto all’infuocata messinscena, “I diavoli” sia nella presa di coscienza di Grandier, dalla concezione cristiana molto personalistica, dell’importanza di non cedere ai ricatti di Richelieu, presa di coscienza che offre momenti di delicatezze sentimentali, sia nel furore con cui si narra la battaglia tra controparti, oltre alla succitata orgia anche i deliri erotici delle consorelle del convento e la follia dell’esorcismo con padre Barre che è messo peggio delle vittime, è sempre sul punto di esplodere dallo schermo.
Per non dire del favoloso incipit in cui Luigi XIII è protagonista di un balletto in cui si incarna nella nascita di Venere di Botticelli. Il potere può permettersi tutte le licenze che vuole ma agli altri non è dato potere, anzi, si agisce di repressione. Richelieu accetta di buon grado le stravaganze omosessuali di un regnante se questi poi suggella il patto di distruzione delle mura di Loudon. Inevitabile ricordare il finale di “Arancia Meccanica”, dove Alex e il primo ministro stingono eguale alleanza.
Sin troppo talvolta e in certi momenti la forza del film è anche il suo limite. Russell non ha l’equilibrio di Kubrick e a tratti lo spettatore è sin troppo stordito da ciò che vede, non tanto per lo scandalo, che ancora oggi colpisce a fondo, ma per la quantità del materiale che a tratti fa perdere la bussola.
Ma, tirando le somme, “I diavoli” resta una lezione di libertà, fantasia e azzardo artistico realizzato da artisti che avevano il coraggio delle conseguenze che le loro opere avrebbero avuto da parte di quell’establishment che stavano condannando.
Rivederlo poi nel nitore del 4K e completamente integro è un’occasione da non perdere. Ma cosa può dirci oggi? Seppur con un linguaggio figlio del suo tempo, “I diavoli” racconta la natura del Potere che, con questi o altri mezzi, persevera nello stesso scopo: preservarsi ed espandersi colpendo nei punti vitali dell’essere umano e tra questi in gran luce la politica dei corpi.
I DIAVOLI
(THE DEVILS, 1971, GB.USA)
Regia: Ken Russell
Con Oliver Reed, Vanessa Redgrave, Gemma Jones
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