Venezia oggi città fantasma. Giusto allontanare i residenti per abbracciare solo il turismo?

ultima modifica: 17/11/2020 ore 13:45

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Venezia oggi città fantasma. Giusto allontanare i residenti per abbracciare solo il turismo?

“Covid, Venezia e il grido d’allarme: ‘Così il commercio muore’”.
Questo il video che Venessia.com ha diffuso sui social. Il sapiente montaggio di Andrea Rizzo evidenzia la drammatica situazione di una città che fino al 2018 registrava 28 milioni di turisti l’anno e che si mostra oggi in tutta la sua inquietante desolazione.
Piazza San Marco è vuota, i negozi sono chiusi, i caffè hanno stipato le sedie. Non è da meno Calle Larga XXII Marzo, crocevia delle firme, immortalata in uno spettrale quanto irreale silenzio, mentre Calle Larga San Marco, Calle dei Fabbri, Frezzeria e Mercerie non sono che una sequela di serrande abbassate: un’ecatombe economica senza precedenti che ha trascinato nel baratro tassisti, gondolieri, receptionist, guide e trasporti privati.
E tra gli innumerevoli cartelli “affittasi” si sentono le voci degli operatori turistici e commerciali.
“Venezia è di fatto in lockdown – commenta il pope Diego Redolfi – non è possibile fare turismo così”, gli fanno eco i ristoratori Simone Poli ed Eligio Paties oltre all’albergatore Stefano Masserini, che parla di “perdite del 70-80% e di aiuti dallo Stato molto bassi”, oltre al


venditore di sigarette elettroniche Federico Arcudi che in una giornata ha visto l’ingresso di soli tre clienti. Sul finale, il presidente di Venessia.com, Matteo Secchi, è in Piazza San Marco con Manuel Tiffi, uscito dall’associazione per candidarsi con Luigi Brugnaro. “La situazione si può definire abbastanza – se non molto – drammatica” dice il primo “Nessuno si salva questa volta – aggiunge il secondo – le attività commerciali di Venezia si stanno sgretolando”.
Esistono però delle piccole aree, quasi delle “riserve”, che pur contando qualche saracinesca abbassata sembrano vivere tutt’altra epoca.
Un esempio è la direttrice Campo della Bragora-Ponte dei Greci con gli abitanti che entrano ed escono dai bar, dalle pasticcerie e dai negozi di vicinato. E nel 2020 la zona ha registrato addirittura un segno “più” con l’inaugurazione di un alimentari e di una merceria.
Ma il caso più eclatante è San Francesco della Vigna, definita da alcuni “l’ultimo angolo di venezianità” e che un gruppo legato agli alberghi voleva “riqualificare” con “negozi di arte, moda e design”.
Mascherine e distanziamento a parte, sembra che il coronavirus qui non sia mai esistito: sopravvivono tre bar per residenti, due panifici, due fruttivendoli, le vetrine della Beppa, un negozio di alimentari, uno per animali, una vineria, due parrucchieri e una macelleria con la perenne coda di clienti.
Quante zone erano così fino a quindici/vent’anni fa? Vengono in mente San Canciano, San Lio, Calle della Mandola ma anche la stessa Strada Nuova, divenuta ormai un “non-luogo” alla mercé del day-tripper. Se la pandemia fosse scoppiata negli anni ’70, negli anni ’80 o all’inizio del nuovo millennio avremmo vissuto lo stesso scenario? Probabilmente no.
E invece, grazie all’affidamento al “mercato” senza regole e restrizioni

abbiamo assistito a un’altra morìa, più silenziosa ma ben più grave, di migliaia di attività che negli anni si sono arrese non per la pandemia ma per il “turismo” che oggi si rimpiange.
Quanti commercianti si sono visti raddoppiare, triplicare, quintuplicare l’affitto in quanto “le multinazionali e gli stranieri sono disposti a pagare di più”? Quante famiglie, al termine del contratto di locazione, non hanno ottenuto il rinnovo nell’ottica di una trasformazione ricettiva? Quanti negozi di giocattoli o di casalinghi hanno subito l’azzeramento del fatturato per la desertificazione dei sestieri adibiti ad affittacamere? Quante scuole hanno chiuso lasciando disoccupati gli insegnanti e il personale scolastico? Quanti artigiani del legno, del ferro e dei tessuti hanno alzato bandiera bianca perché le catene dell’ospitalità preferiscono suppellettili low-cost facili da sostituire? Quanti giovani hanno lasciato una città che, in nome del turismo, offre contratti al ribasso che non permettono di formare una famiglia?
La risposte arrivano dai dati: 174.808 abitanti nel 1951, 108.426 nel 1971, 93.598 nel 1981, 76.664 nel 1991, poco più di 51.000 oggi, nell’anno della pandemia. E ogni tentativo di denuncia è sempre stato tacciato come “piagnisteo”, “querolomania” o addirittura “tentativo di screditare Venezia”, indipendentemente dal colore politico che la amministrava. Perché “la città è bella” e “devono venire i turisti”, cavalcando un trend partito nel Dopoguerra e che pareva inarrestabile.
“La storia è finita – biascicava qualcuno dopo il crollo del Muro di Berlino – non ci saranno più guerre né confini ma solo aperture: tutti vorranno visitare Venezia”. Si è creata così una deleteria forbice tra il rincaro degli affitti e il crollo dei prezzi innescato dalla concorrenza.
Ma, si sa, le iniziative private sono soggette al rischio: in particolare quella turistica, legata


a doppio filo agli scenari internazionali.
E quando le boutique arrivano a spostare il personale a Padova perché “garantisce un maggior giro d’affari” è necessario porsi qualche domanda.
Ammesso e non concesso che il vaccino funzioni e che si torni alla situazione pre-Covid 19, quanto basterebbe per rimettere tutto in discussione? Il crollo delle relazioni tra USA e Cina? Una recrudescenza del terrorismo? Un’avaria del Mose? Un nuovo agente patogeno?
Ma il colpevole, per l’immaginario collettivo, è sempre e solo uno: il Governo. “Dovevano lasciarci aperti così arrivavano i turisti” si sente dire tra le calli dimenticando che, in un’emergenza globale, anche gli altri Paesi sono soggetti a restrizioni. E di fronte ai pochi europei che viaggerebbero, non avremmo comunque gli extra-UE che nel 2018 costituivano il 51% degli arrivi.
Più che una “richiesta d’aiuto”, il video di Venessia.com è la prova lampante di quanto non si sia fatto negli ultimi anni.
Liberalizzazioni e cambi di destinazione d’uso hanno eliminato il tessuto sociale in nome del “libero mercato” causando più danni di quanti ne abbiano fatti la pandemia e l’acqua alta.
E senza i turisti Venezia è come un villaggio aurifero dopo l’esaurimento del filone, una città fantasma


del Far West. Mancano solo i cespugli rotolanti.
Politiche sulla residenzialità? Diversificazione economica? Macché.
Alla domanda “quali sono le priorità più urgenti da affrontare” il 35% dei cittadini chiede “il rilancio del turismo”: uno specchio della poca lungimiranza italica al grido di “tanti, maledetti e subito”.
Non per niente il nostro Paese si avvia ad essere il fanalino di coda dell’Unione Europea o, nel caso di una italexit, il vassallo di uno stato autoritario.
In un sondaggio di Swg pubblicato ad aprile 2020 si denota come tra i Paesi “amici” il 52% degli italiani indichi la Cina, il 32% la Russia e solo il 17% gli Stati Uniti.
“Basta che ci mandino i turisti” si dice sui social, che suona un po’ come il nuovo “Francia o Spagna purché se magna”.
Ma poi, se succede l’imponderabile, si rimpiangono i residenti.

Redazione

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4 persone hanno commentato questa notizia

  1. Eh, non è mai stato giusto mandar via i residenti, ma l’hanno fatto, e ora chi li ha mandati via pure piange che non fa più soldi a palate coi turisti!
    E pure ora avrà (con soldi di chi le tasse le ha sempre pagate…) contributi senza un minimo di accertamento fiscale o di indagini su cospicui “accumuli” magari in conti esteri, e tantomeno su certe categorie ingiustamente “privilegiate” (magari senza l’obbligo fare ricevute fiscali) che si sono arricchite tenendosi solo i turisti, e ora si fingono morti di fame…
    Per Venezia serve finanziare cospicuamente un piano serio e urgente per ripopolare Venezia, altrimenti non ci sarà futuro.
    Servono non tanto fondi della Legge Speciale per comprarsi la casa (e dopo 15 anni magari venderla agli stranieri, come accadeva in passato), ma per acquisire, ora che i prezzi potrebbero diminuire, alloggi da locare ai residenti affinché il patrimonio rimanga sempre degli enti pubblici a garanzia della residenzialità.
    Invece anche la recente e contestata L.R. 39/2017 prevedeva persino lo sfratto ai pensionati che avevano messo la liquidazione in banca, per” eccesso di ISEE”…
    Purtroppo a Venezia per restarci bisognava essere o milionario per comparsi una casa (a 5.000 euro al mq. …) o essere in miseria per avere una casa pubblica.
    E nuove costruzioni o acquisizioni di alloggi pubblici, che non siano in periferia, alla giudecca o a Sant’Erasmo, nel cuore di Venezia non se ne son viste molte, mentre continuano ad essere molti gli sfratti, e pure di negozietti di vicinato per fare boutiques o … sportelli bancomat “ATM”(… il peggio che potevamo vedere a Venezia, anche esteticamente…!).
    Servono inoltre contributi per convertire negozi di “paccottaglie” in negozi di vicinato, che assieme ai residenti, torneranno a far rivivere la città e ad avere interessi a fermare “onde barbariche” di turisti.

    La situazione su turismo e residenza è nota da tempo e pure segnalata dal sottoscritto all’UNESCO, senza tuttavia vedere interventi risolutivi, come si può vedere dei collegamenti ad altri articoli sotto riportati.

    Ora si mobilitino i residenti rimasti, o tra poco non avranno più un negozio, e pure un vaporetto … ogni ora!
    Ogni impero finisce, e ora pure per l’ormai ex “capitale del turismo selvaggio” è il momento di voltar pagina.

    Prof. Fabio Mozzatto
    Veneziano “d.o.c.” che si batte da una vita per Venezia.

    https://www.lavocedivenezia.it/venezia-nessuno-tocchi-il-dio-turismo-e-il-prezioso-lavoro-in-nero-che-porta/

    https://www.lavocedivenezia.it/nuova-legge-regionale-e-pericolo-esodo-di-veneziani-prof-mozzato-chiede-di-essere-ascoltato/

    https://www.lavocedivenezia.it/i-problemi-di-venezia-il-prof-mozzato-ha-scritto-allunesco-ma-non-ha-ricevuto-risposta/

    https://www.lavocedivenezia.it/biennale-di-venezia-o-dei-maleducati-alla-celestia-visitatori-fanno-foto-dentro-le-case-dei-piani-terra-e-rialzati/

    https://www.lavocedivenezia.it/weekend-di-sofferenze-a-venezia-alla-celestia-visitatori-della-biennale-opprimono-i-residenti/

  2. I veneziani hanno trasformato le loro case in b&b sperando in facili guadagni, senza rendersi conto dei potenziali pericoli di un investimento di questo genere. Che fare adesso? Bisognerebbe forse creare una nuova generazione di veneziani, anche di adozione, capaci di portare nuove attività in città. Penso a chi si laurea nelle nostre università e che se potesse rimarrebbe a lavorare
    . Penso ad artisti ed artigiani che se i prezzi degli affitti fossero sostenibili aprirebbe qui i loro ateliers. Penso ad un nucleo di attività di ricerca riguardanti la sostenibilità ambientale climatica turistica…
    Il turismo se sostenibile e ben progettato può continuare ad essere linfa viva per una città che già era meta turistica 3 secoli fa. Invece di 30 milioni di persone che si fermano 5 ore, sarebbe molto meglio avere 3 milioni di turisti ‘illuminati’ che si fermano almeno per 5 giorni!

  3. Spero che i veneziani possano un giorno riuscire a fare la necessaria autocritica. Perché la responsabilità di quanto accaduto è interamente loro. L’unica cosa da fare ora è rimboccarsi le maniche e ricominciare a lavorare per davvero (non a fare la questua sull’uscio di casa aspettando i turisti). Serve una classe imprenditoriale visionaria, coraggiosa. Così come visionari e coraggiosi furono i veneziani che fondarono la nostra straordinaria città. Un popolo ormai estinto.

  4. Condivido il senso generale dell’articolo, la situazione è esattamente questa. Purtroppo non posso essere d’accordo, invece, con la fotografia troppo ottimistica delle due zone dipinte come felici eccezioni cioè San Francesco della Vigna e Bragora/Greci. I commercianti di San Francesco stanno portando avanti in modo meritorio il tentativo di ri-venezianizzare l’area, per così dire, facendo squadra tra negozi di vicinato, ma sono tante le serrande abbassate anche lì, attività chiuse anche da prima della pandemia, e interi immobili privi di residenti, trasformati nei decenni in ormai vuoti b&b.Non meglio va alla Bragora, zona che conosco benissimo, colonizzata, diciamo, da decine e decine di alloggi turistici, quelli che fino ai primi anni 2000 erano case per veneziani. Due o tre mesi fa parlando con un ristoratore/pizzaiolo storico della zona, mi confidava, testuali parole, che la Bragora è ‘Finita, finita’, cioè non esiste più nulla a misura davvero di residente, tranne il panificio, il minimarket, e il pastificio in salizada dei greci.

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