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Quasi ogni regista ha un sogno; il suo film dei film. L’opera che porta nel cuore ma, per i più disparati motivi non realizza e spesso non vuole intimamente realizzare; quasi che la realizzazione significasse “morte”. E così vediamo questo sogno cinematografico entrare in tutti i film dell’autore e trovare spazi in cui questo sogno è come una pianta che si insinua tra altre piante. Alcuni realizzano questo film tanto sognato. Altri no, si diceva. Penso a Fellini e al mitologico “Viaggio di G. Mastorna”, progetto che non venne mai concretizzato. O al “Napoleone” kubrickiano. In questo caso forse è stata la morte del regista a impedirne la nascita.
Francis Ford Coppola ha cominciato a pensare a “Megalopolis” sin dal 1978, mentre realizzava uno dei suoi capolavori, “Apocalypse now”. Anni in cui il film era “dormiente” ma sul quale Coppola continuava l’elaborazione. Nel 2019 il regista vende parte della sua azienda vinicola e decide di realizzare questo progetto che oggi è nelle nostre sale.
“Megalopolis” è il sogno di una citta, o forse di un mondo, in cui un utopista come Catlina ha trovato un materiale indistruttibile, il Megalon. Materiale che gli ha permesso di vincere il Nobel. Ma Catilina ha anche un potere: è in grado di fermare il tempo. La ricostruzione edilizia di questa New Rome, che è la New York (forse) contemporanea non porterebbe solo a una rinascita di un luogo afflitto da diseguaglianze sociali nette ma sarebbe la Città Ideale in tutti i sensi. Un rifiorire integrale della civiltà ormai degradata e disgregata da lotte intestine per il potere e voci che non vorrebbero un cambiamento radicale ma una politica dei piccoli passi.
Bene; ma alla fine, dopo quarantasei anni di gestazione, ostacoli e rischi com’e questa megalopoli cinematografica? A parer mio si tratta di un quasi integrale fallimento. Certe volte i sogni devono rimanere tali “mentre si è occupati in altre faccende”. Perché, a mia opinione, questo film mostre è per tanta parte un pout pourri di squilibri, ingenuità, scelte obsolete, mancanza di sostanza in una forma forsennata a enunciare ciò che poteva forse avere un altro equilibrio. “Megalopolis” mescola il Coppola sperimentale e ripropositore di immagini appartenenti all’epoca del cinema hollywoodiano della “golden age”, dei Griffith, dei von Stroheim come di certo cinema espressionista o Abel Gance, a un caos narrativo in cui tra i principali difetti è proprio la marchiana e infantile riproposizione della Roma antica della decadenza.
Insomma, a un certo punto della mia riflessione ho pure pensato a certe megalomanie nostrane. “Megalopolis” è il “Joan Lui” coppoliano. Un film spudorato in cui ogni allegoria e metafora è, ahimè, enunciata e sottolineata sin troppo. A furia di affastellare scene dietro scene Coppola è travolto dalla sua ingordigia e forse dall’ ansia di fare il “suo” film della vita. Un film dove abbiamo sin troppi spazi relegati a scene che potevano durare pochi minuti e altre in cui si trovano rapidi escamotages per tenere in piedi la storia (per esempio: il viaggio nel degrado di Catilina confrontato con il racconto della morte di Nush-Dustin Hoffmann, risolta come una toppa per rammendo).
Il kitsch (in) volontario ribolle e alcuni attori hanno dei momenti francamente umilianti, come il buon Jon Voight-Crasso nel finale. In compenso Coppola risparmia sulle scene in cui vediamo i poveri di New Rome, in inquadrature strette che sembrano quasi formate da quattro comparse, peraltro manieristiche. E a fronte di un Catilina-Adam Driver che parte in quarta recitando il monologo di Amleto, di questa tanto annunciata Megalopolis non si vede quasi nulla, se non lacerti di immagini piuttosto banali e non dissimili da molti disegni fatti con l’A.I. Un po’ come in “The lady”, la serie di Lori del Santo, in cui la nemica appare più e più volte a evocare i suoi piani di vendetta ma non li vediamo mai realizzati.
In mezzo a questo calderone a tratti affiorano immagini suggestive, dove il regista gioca col formato dell’immagine, come negli split screen, i cui accostamenti suggeriscono meglio che in ogni altra parte del film lo spirito dell’utopia del protagonista. Ma poi mi bastano le scene dei baccanali per farmi venire quasi nostalgia del “Caligola” di Brass.
“Megalopolis” è non solo il racconto di un’utopia riguardo la New York odierna ma l’ennesimo racconto di Coppola su se stesso e la lotta del cinema “bigger than life”, sacrosanta, contro l’establishment produttivo che non vuole rischiare e preferisce realizzare film precotti, buoni per il botteghino. Nulla di male,anzi, benissimo. Ma a “Megalopolis” manca quel controllo, pur nell’eccesso, che avrebbe permesso al film di essere sfavillante senza cadere nel grottesco e nel cringe. Per il resto il cast lavora più o meno bene.
Se Adam Driver ha timbro e impostazione convincenti, è la sua figura a stridere col personaggio. I vecchi leoni lavorano al minimo sindacale ma è un minimo sempre di livello. Spicca Giancarlo Esposito, eccellente nel ruolo del sindaco Cicero e un quasi dimesso Laurence Fishburne, che forse avrebbe meritato più spazio. Si dice che film come questo sono eventi unici, che nessuno sogna più in grande: ma, a prescindere dal mio giudizio, oggi abbiamo degli Ari Aster, dei Winding Refn, Eggers o Lanthimos che cercano un cinema che sia di ampie vedute estetiche e fuori dalla norma. Ci riescano o meno, resta che i loro contributi appaiono più freschi e coerenti di questo “Megalopolis” raffazzonato e spesso puerile. Non dirò che Coppola debba andare in pensione e continuo ad amare i suoi capolavori. Ma “Megalopolis” è davvero una catastrofe.
MEGALOPOLIS
(id U.S.A. 2024)
Regia di Francis Ford Coppola
Con: Adam Driver, Aubrey Plaza, Jon Voight, Shia LaBoeuf, Laurence Fishburne, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel
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