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“Le città di pianura”, occasioni di divertimento che fan ben sperare

I romani sono tutti fatalisti e pigri, i napoletani poveri, rassegnati ma svegli. I veneti bevono come delle spugne. Una prassi narrativa di quelle che il cinema, soprattutto la commedia, usa per semplificarsi la vita e riscuotere facili consensi. Nel caso di “Le città di pianura”, Francesco Sossai (feltrino, classe 1989) al suo secondo lungometraggio, […]

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I romani sono tutti fatalisti e pigri, i napoletani poveri, rassegnati ma svegli. I veneti bevono come delle spugne. Una prassi narrativa di quelle che il cinema, soprattutto la commedia, usa per semplificarsi la vita e riscuotere facili consensi. Nel caso di “Le città di pianura”, Francesco Sossai (feltrino, classe 1989) al suo secondo lungometraggio, presentato a Cannes, sezione un Certain Regàrd 2025, l’alcool è un po’ il McGuffin per una storia on the road nel nordest che prova a raccontare lo stato delle cose della nostra regione attraverso gli occhi intorbiditi dal vino di due losers e quelli innocenti di un timido studente di architettura coinvolto malgré lui in scorribande in cui imparerà a conoscere sé stesso.

Un piccolo film su cui molti stan puntando gli occhi e che sembra farsi spazio tra titoli di peso, come quelli degli ultimi film di Paul Thomas Anderson e Ari Aster.

Mi risulta un po’ difficile parlare di questo film in quanto veneto; un po’ perché certe cose le conosco in prima persona e quindi potrebbe sfuggirmi uno sguardo “distante”, un po’ perché proprio la conoscenza di certe dinamiche e paesaggi potrebbe addirittura pesare negativamente sul giudizio. Quindi raffreddiamo i pensieri: il film di Sossai sembra voler recuperare una dimensione anni ’90, alla Mazzacurati, per mostrare il Veneto di oggi.

Abbiamo un antefatto in cui vediamo il cavalier Fadiga (nomen omen) raggiungere in elicottero il polo industriale ottico di cui è capo per consegnare un Rolex a un operaio in pensionamento. Nel frattempo, in disparte, una massiccia figura sta caricando il portabagagli della sua auto, con fare circospetto. Passiamo ai due protagonisti, Carlobianchi e Doriano persi nei fumi dell’alcool dentro l’auto, incuranti degli automobilisti che chiedono di passare. La loro missione per conto del dio Bacco è quella di andare a prendere il terzo amico, Genio, all’aeroporto. Da buoni perdigiorno etilici si trascinano a Venezia e, in cerca di alcool, si inseriscono in un festeggiamento serale ai Tolentini. Tra i vari studenti atti a festeggiare una neolaureata c’è il timido Giulio, che intorteranno nel loro errabondo tour de force on the road, di paese in paese, di osteria in osteria.

La formula narrativa può ricordare e di molto “Il sorpasso” di Dino Risi; laddove Trintignant viene menato da un fallito del boom come Gassmann fino al tragico epilogo, qui Giulio trova una risoluzione dove se lutto c’è è contenuto nella risolutiva visita al Memoriale Brion.

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Il film di Sossai va tenuto d’occhio, nonostante i limiti e difetti. Perché di cose buone e punti di partenza su cui lavorare ce ne sono. Intanto il recupero di un cinema dove una parte è dedicata all’improvvisazione e un rifiuto non so se consapevole o meno, verso il cinema asfittico a cui il nostro paese sembra essersi rassegnato, tranne eccezioni che però ormai di italiano han ben poco. Un film “dal basso” che raccoglie la voglia di vivere e che si nutre di ambienti autentici (per i veneziani abbiamo Fifo, il Bacareto da Lele, i Biliardi e alcuni volti noti come Wasted Pido a fornire il colore musicale e ambientale). Certo la carne al fuoco è tanta e certe svolte narrative sembrano sfuggire di mano come anche toccare luoghi comuni quando non il kitsch.

La compagine di interpreti risulta molto adeguata; oltre alla conferma di Filippo Scotti, incontrato in “È stata la mano di Dio” abbiamo il davvero ottimo Sergio Romano, che interpreta Carlobianchi e un adeguato “non attore” come il musicista Pierpaolo Capovilla che, nonostante qualche farraginosità, risulta una scelta felice. Oltre a loro, a rappresentare tale Genio, un solito ieratico, affaticato Andrea Pennacchi, a garantire il risultato per il ritratto del suo personaggio.

“Le città di pianura” offre momenti gustosi di schietto divertimento, con situazioni e battute in cui si ride di gusto e caratteri a cui un po’ ci si affeziona. Mi piacerebbe sapere che effetto fanno i due losers a un pubblico non regionale, ma a quanto pare sembra che non lascino indifferenti. Certo alcune inquadrature alla Wes Anderson lasciano il tempo che trovano; lo svezzamento erotico di Giulio (una citazione di quello ben più funereo del film di Sorrentino?) è una caduta di gusto e un cliché che trovo imbarazzante; una prostituta (interpretata da Lea Di Leo) che sveglia il ragazzo son cose da elogio dei vecchi casini. La stessa dinamica alcoolica non sempre trova una valida giustificazione e talvolta sa di mitologia del bere fine a sé stessa. E non sempre il romanzo di formazione è una valida scusa narrativa. Ma a conti fatti il film può far ben sperare in una futura carriera per un autore che, se non resta intrappolato in certe briglie produttive alla Sydney Sibilla, può aspirare al ruolo di outsider nostrano. Speriamo bene.

LE CITTA’ DI PIANURA (It. Ger. 2025)
Francesco Sossai
Con: Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Filippo Bianchi, Andrea Pennacchi, Roberto Citran

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Giovanni Natoli
Giovanni Natoli
Giornalista, critico cinematografico e musicista. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Facebook
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