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All’imbarcadero dei Giardini della Biennale, tra il via vai dei vaporetti e i passi distratti dei visitatori, esiste una presenza che da settimane abita lo stesso angolo. Non ha nome per chi passa, non ha volto per chi osserva: è una figura raccolta sotto strati di coperte, un piccolo rilievo di tessuti, quasi fosse un oggetto dimenticato.
Eppure non è un oggetto. È una persona.
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C’è qualcosa di profondamente struggente nel modo in cui questa presenza si sottrae allo sguardo. Il viso non si vede mai. Le coperte restano chiuse, come una conchiglia che protegge ciò che resta di un’intimità. Forse è pudore, forse paura, forse soltanto il desiderio di non essere esposti a uno sguardo che troppo spesso scivola via. Così quella figura diventa un enigma quotidiano: uomo o donna, giovane o anziano, storia recente o naufragio antico. Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che è lì, ogni mattina.
Da settimane.
Siamo nel periodo di Carnevale. Venezia indossa le sue maschere, celebra il gioco delle identità, il travestimento, la bellezza che si nasconde e si rivela.
Nelle calli e nelle piazze sfilano volti dipinti, costumi preziosi, sorrisi. Anche oggi la città era piena di gente, affollata, attraversata da un fiume continuo di visitatori, di voci e passi, di luci e colori.
È la festa dell’apparire e del mistero. Ma proprio mentre la città si diverte a celarsi dietro maschere raffinate, all’imbarcadero dei Giardini esiste un’altra forma di invisibilità, ben più reale e meno festosa: quella di una persona che non può togliersi la propria.
La città, intorno, continua a scorrere. I turisti fotografano, gli studenti passano, i residenti accelerano il passo.
Venezia, come sempre, offre la sua bellezza al mondo. Ma la bellezza di una città non risiede soltanto nelle sue architetture o nella luce che si posa sull’acqua: risiede anche nella capacità di vedere ciò che è scomodo, fragile, umano.
Di notte, ai Giardini, il freddo scende.
L’umidità entra nelle ossa, il pavimento trattiene il gelo. Le coperte diventano l’unico confine tra il corpo e la città. In quell’angolo di imbarcadero, mentre le luci si abbassano e il traffico si dirada, resta una vita sospesa. Invisibile eppure esposta. Protetta eppure vulnerabile.
È proprio questa invisibilità che interroga.
Non basta notare: occorre riconoscere. Non basta provare un istante di pietà: serve una risposta.
I servizi sociali, le associazioni, i volontari che ogni giorno lavorano per chi vive ai margini, possono avvicinarsi con la delicatezza necessaria, offrire ascolto, una parola, un’alternativa. Non sempre l’aiuto è semplice, non sempre viene accettato, ma il primo gesto è non lasciare che qualcuno diventi parte dell’arredo urbano.
Una città che accoglie il mondo, soprattutto nei suoi giorni più festosi, non può permettersi di non accorgersi di chi dorme sotto una coperta a pochi passi dai suoi luoghi simbolo. Non per ragioni di decoro, ma per una questione più profonda: la dignità. Perché ogni volto che resta nascosto è una storia che chiede di essere riconosciuta. Ogni corpo che si ripara dal freddo è un appello silenzioso alla comunità.
Forse non sapremo mai il nome di quella persona all’imbarcadero. Ma possiamo scegliere se continuare a non vederla, oppure iniziare finalmente a guardare. Anche, e soprattutto, nei giorni in cui tutti indossiamo una maschera.
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Un editoriale molto bello, scritto benissimo, che descrive una verità che pochi vogliono vedere.
Ne ho visti in diversi pontili , ne giorni scorsi sui social c’era una foto di qualcuno che aveva approntato una tenda dentro a un pontile ….
Un paese civile dovrebbe occuparsi di queste persone …. ai tempi della Serenissima esistevano le “schole” e varie confraternite , sotto il controllo diretto del consiglio dei 10 , che si occupavano delle politiche sociali ….. i nobili in prima fila , si ipotizza come segno di pentimento religioso per essere ricchi …….
Un paese civile cercherebbe di eliminare le cause che fanno si che un essere umano si ritrovi in queste condizioni…libera scelta o meno , ma per questa società, “civile” è l’ultimo aggettivo che userei
Occhio , a citare la Serenissima , che non arrivi qualcuno a darle del nostalgico…
Guarda, qui nessuno vuole negare che esistano cause profonde e spesso drammatiche dietro certe situazioni. Ma mi pare che stiamo scivolando su un altro piano: adesso si vuole perfino vietare la libera scelta? Se una persona decide — per convinzione, per rifiuto del sistema, o anche solo per testardaggine — di vivere da barbone, non può farlo? Dobbiamo “civilizzarla” per forza?
E poi, sul richiamo alla Serenissima: nominare la Repubblica di Venezia non è apologia di reato, né nostalgismo da baraccone. È semplicemente ricordare un pezzo di storia. Certo, come dicono i veri nostalgici, “quando c’era lui” certe figure si vedevano meno… ma oggi resistono eccome, soprattutto in quei Paesi dove per nostalgia stalinista si usano ancora i gulag. Lì sì che la “libera scelta” non è prevista.
Insomma: discutiamo pure delle cause sociali, ma senza trasformare ogni riferimento storico in un processo alle intenzioni e senza immaginare che la libertà individuale valga solo quando ci piace.
Peccato che questo foga libertaria non l’avessi avuta la settimana scorsa , dove andava bene civilizzare la gente a colpi di manganello ,qui nessuno ha messo in discussione la libertà individuale
Ognuno fa delle scelte ,se ne assume le responsabilità ,ne paga le conseguenze
C’è poco da far filosofia: questa società non funziona, Sic et simpliciter , è palese
Nessuno rimpiange la Serenissima, più del sottoscritto
La repressione , di qualsiasi colore non mi piace e non mi pare una soluzione per i conflitti sociali
Roger, la situazione cambia di ora in ora: ciò che ieri sembrava logico oggi non regge più. Solo un sasso resta immutabile.
Nessuno mette in discussione la libertà individuale. Ma non tutto è “scelta”: spesso è fragilità, abbandono, solitudine.
Sulla repressione siamo d’accordo: non è una soluzione. Ma nemmeno voltarsi dall’altra parte lo è. In mezzo c’è la responsabilità collettiva.
Quanto alla Serenissima, non è nostalgia: è il ricordo di una comunità che sapeva tenere insieme le persone. Oggi quella capacità scricchiola, ed è questo il punto.
C’è un uomo — o forse solo un corpo — che da settimane giace sul pontile dei Giardini.
Non so chi sia, non so come viva, non so cosa abbia scelto per sé. E non è questo il punto.
Il punto sono i buonisti di passaggio, quelli che ogni giorno sfilano davanti a quel fagotto umano con l’aria di chi “rispetta tutte le scelte”, purché non richiedano alcuna responsabilità.
Il punto sono gli assistenti sociali che si voltano dall’altra parte, come se l’invisibilità fosse una forma di tutela, come se bastasse non guardare per non dover agire.
Siamo in una città dove si rivendica il diritto all’autodeterminazione su tutto — perfino sulla fine della vita — ma poi non siamo capaci di fare la cosa più semplice: identificare una persona, verificare che stia bene, capire se quella posizione rannicchiata è una scelta o un grido silenzioso.
Una persona può decidere di vivere come vuole, certo.
Può perfino decidere di nascondere il volto al mondo.
Ma proprio perché è un essere umano, abbiamo il dovere minimo di accertarci che quella scelta sia davvero sua, e non il risultato dell’abbandono, della solitudine o della disperazione.
E se fosse una maschera carnevalesca?
E se sotto quelle coperte ci fosse un miliardario travestito da povero, in attesa di vedere se qualcuno avrà il coraggio di prendersi cura di lui?
Magari pronto a regalare una quota di una società da capogiro al primo che gli rivolge la parola.
Ridete pure.
Ma prima di ridere, andate a verificare.
Perché la dignità non è un’opinione.
E l’indifferenza, quella sì, è una scelta.
La peggiore.
Non credo ci sia un miliardario sotto quelle coperte , a Venezia i miliardari vengono a sposarsi