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“Un film fatto per Bene”, un Maresco apparentemente caotico con inaspettata ipertrofia dell’ego

Aria di congedo dal cinema e sfiducia nel nuovo che avanza; queste potrebbero essere alcune coordinate per definire il nuovo film di Franco Maresco, “Un film fatto per Bene”, in cui del grande artista teatrale pugliese, Maresco sembra attuare la tanto auspicata assenza. Infatti, il film racconta del progetto del regista stesso su una messinscena […]

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Aria di congedo dal cinema e sfiducia nel nuovo che avanza; queste potrebbero essere alcune coordinate per definire il nuovo film di Franco Maresco, “Un film fatto per Bene”, in cui del grande artista teatrale pugliese, Maresco sembra attuare la tanto auspicata assenza. Infatti, il film racconta del progetto del regista stesso su una messinscena della vita di san Giuseppe da Cupertino, il santo volante e ignorante. Quell’ignoranza tante volte fatta agire dai protagonisti dei film realizzati in coppia con l’ex socio Daniele Ciprì, in cui non attori, borderline siciliani presi dalla strada e messi davanti alla macchina da presa quasi alla loro insaputa e non conoscenza di sé , raccontavano non solo una Sicilia da film postatomico, corporale, reietta e senza donne in netto contrasto con l’Italia degli anni 90, quella post Tangentopoli e berlusconiana, anche con gli sketches della mai dimenticata “Cinico Tv”, della Rai3 del tempo.

E quindi ecco l’amico Umberto Cantone, attore e autore, mettersi alla caccia del regista. Durante questo viaggio fatto di deliri e guidato da pazzi e inaffidabili soggetti tra cui un tassista di fiducia di Maresco ossessionato dalla religione che recita Pater Ave e Gloria ogni secondo mentre mena in giri a vuoto il buon Cantone, si svolge una sorta di autobiografia artistica di Maresco, dagli esordi in una tv locale sino al trionfo di “Cinico tv” e alle polemiche relative ai suoi film, soprattutto l’oltraggioso (secondo alcuni) “Totò che visse due volte”, sorta di Vangelo blasfemo per raccontare una vita di Cristo del degrado. John Ford e le sue nuvole, l’iperrealismo poetico dei volti degli ultimi, ritratti da Pasolini, il cinema Alto e quello Bassissimo (e io aggiungerei il lavoro di Straub e Huillet).

Man mano che Cantone segue le infide tracce di Maresco, il regista pare ricostruirsi per dare un addio definitivo. In mezzo, oltre al bizzarro biopic sul santo (che si preannuncia come una catadisastroso anche a causa di un attore completamente sciroccato), ecco alcuni stralci del sognato film su Bene e tutti i tentativi di imporre da despota la ricezione dell’arte recitativa beniana ad alcuni malcapitati. Tra cui un demente Francesco Puma, che vuole entrare nel progetto per avere successo e che viene descritto dallo stesso Maresco come “il peggiore individuo che abbia mai conosciuto” e di cui si esecra il successo come critico cinematografico in tv.

Il film manifesta il suo totale disprezzo per un certo modo di fare cinema oggi, dove il dilettantismo e la presunzione sembrano aver trovato terreno fertile. Una lunga carrellata di lapidi cimiteriali e un’invettiva del regista su questo mo(n)do. Disincanto per il cinema che va a braccetto con una profonda delusione per la realtà e il fallimento di certi ideali che volevano cambiare il mondo. In fondo il film è dedicato alla memoria del da poco scomparso Goffredo Fofi, guida intellettuale e protagonista di un corto sempre presente alla mostra del cinema di quest’anno, “Goffredo Felicissimo?” e riguardo alla sconfitta di un certo modo di fare cinema e di raccontare la realtà attraverso una strada differente da quasi tutto ciò che esce era inevitabile.

Sovente si ride e di gran gusto, Maresco ormai ha affinato ai massimi livelli il suo linguaggio apparentemente caotico e stravagante, in realtà lucidissimo. Nel film nessuno viene risparmiato da questo caustico scherzo, nemmeno il produttore Andrea Occhipinti.

Un documento, una confessione, una resa, un po’ un mockumentary. Soprattutto una resa in cui solo un santo di bassissimo livello può portare in una dimensione superiore un regista a cui questo mondo non interessa più e non si può salvare e si augura vada in malora. Cosa che questo nostro mondo sembra decisamente propenso a fare.

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I limiti di questo “8 e ½” dei reietti sono in un’inaspettata ipertrofia dell’ego del regista e in uno sguardo acuto ma parziale sulla contemporaneità. Ma va detto che il suo cinema ha sempre rischiato partendo dal basso in tutti i sensi e che potrebbe essere di lezione per le nuove generazioni. Forse sarebbe bastato uno sguardo un po’ più affilato per non gettare il grano con l’olio.

Un film fatto per Bene (It. 2025)
Regia: Franco Maresco
Con Umberto Cantone e Antonio Rezza

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Giovanni Natoli
Giovanni Natoli
Giornalista, critico cinematografico e musicista. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Facebook
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