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Uscito nelle sale dopo una controversa accoglienza al festival di Cannes, “La trama fenicia” sembra non aver convinto stavolta l’ambiente della palmares come con il precedente “Asteroid city”. Mugugni si sono levati anche tra molti critici e da una parte degli spettatori; tolto lo zoccolo duro degli Andersoniani, gran parte di chi ha visto il film è rimasto deluso. Problema dei problemi: Wes Anderson gira sempre lo stesso film, soprattutto allo stesso modo. Non ci riserva alcuna sorpresa; anzi, il radicalizzarsi del linguaggio ma pure delle tematiche verso una formula quintessenziale e talvolta criptica pare sollevare malumori e fastidi.
Conviene soffermarci un attimo per capire cosa sta succedendo all’autore dei “Tenenbaum”; perché non è così astruso o inconsueto che un regista insista nell’affinare il suo universo per giungere a una sintesi che via via che prosegue nella sua produzione si rarefa e si ripete. Ma allora viene da chiedersi perché Wes Anderson crei non pochi fastidi e altri autori no.
“La trama fenicia” racconta di un magnate delle armi ungherese, Anatol Zsa Zsa Korda, superstite di molti attentati, che idea una personale trama finanziaria detta appunto “La trama Fenicia”. Korda (Benicio Del Toro) è un tycoon senza scrupoli, di quelli alla Howard Hughes, ma è anche un outsider, un pirata della finanza ma anche un sovvertitore delle regole così radicalmente difese dai capitalisti che infatti cercano di fargli le scarpe. Korda recupera la figlia Liesl, che si è fatta suora (Mia Trephleton, figlia di Kate Winslet), e un tutore, Bjorn (Michael Cera), eletto dal padre.
Ancora una volta una famiglia disfunzionale, anche se ridotta a pochi soggetti. Ancora un protagonista genialoide anche se fallimentare e ancora un mondo di marionette contro cui scontrarsi, compreso il fratello di Anatol, tale Nubar interpretato da un mefistofelico Benedict Cumberbatch. Ancora dei cambiamenti a cui la vita, beffardamente, sottopone i personaggi che o non sono quello che dicono di essere oppure, come Liesl, non possono – non vogliono mantenere la parola data.
Il linguaggio de “La trama fenicia” è quello ormai sempre più sintetico e iperrealistico ma anche irrealistico iniziato con “The french dispatch”. Addirittura, questo film dura persino meno, 105 minuti. Che a tratti sembrano di più, dato che a volte è faticoso seguire il modus narrativo del regista, la cui sceneggiatura è di nuovo scritta in duo con Roman Coppola.
Gli elementi del racconto sono i tipici di Anderson: famiglia, fallimento, un mondo sopra le righe. E la messinscena sempre raffinatissima e sopra le righe, con tutto il bric a brac di antiquariato che sembra ormai porre Wes Anderson dentro un universo passatista. Naturalmente non c’è un difetto che sia uno nella messinscena; la fotografia di Bruno Delbonnet e le musiche di Alexandre Desplat è miracolosa e meno pastellosa di quella di “Asteroid city”, le simmetrie e i tagli di inquadratura oltrepassano la perfezione. Gli attori sono dei cartoon degni della Warner Bros, e stupisce sempre come Anderson riesca ad ottenere tale risultato dalla recitazione.
Il cast è composto da fedelissimi come Tom Hanks, Bryan Cranston, Jeffrey Wright, Scarlett Johansson, Willem Defoe e un curioso ma sempre flemmatico Bill Murray che interpreta nientemeno che Dio, il quale assieme a Charlotte Gainsbourg (prima moglie di Korda, defunta) appare in sequenze in bianco e nero dove abbiamo un Paradiso in assise per Korda. Idea già utilizzata in “Asteroid city”. Probabilmente Anderson ha pensato al magnifico capolavoro di Powell e Pressburger, “Scala al paradiso” ma in una chiave tristissima. Un giro di attori chiuso e fedelissimo, in grado di garantire la resa perfetta, coscienti come sono di cosa voglia il regista. E che ovviamente funziona come un orologio svizzero.
E quindi cosa non ha funzionato in questo “La trama fenicia” che invece funzionava in “Asteroid city”? Probabilmente, anche se Anderson non fa altro che fare quello che tutti i grandi autori han fatto nel loro cinema, e cioè scavare dentro poche costanti, probabilmente manca quel tocco di universalità che fa sì che il “particolare” andersoniano possa diventare anche “universale” appunto.
Lasciamo cadere le accuse di leziosità o di eccesso di raffinatezza; il cinema di Anderson, nei momenti migliori come in quelli peggiori, ha costruito un linguaggio, pur partendo da altro, come tutti. Per cui prendere o lasciare. Solo che questo film potrebbe non interessare la gran maggioranza delle persone, nonostante sia stato definito un film politico, probabilmente con qualche aggancio col presente (ma di tycoon fuori scala il cinema ne è pieno, a partire da “Quarto Potere”). Magari il suo acuto e intelligente formalismo non ha la forza di superarsi per esplodere in weltanschauung come per i grandi come Welles o Fellini. Forse Anderson non ci è mai davvero riuscito se non a tratti, in rapide illuminazioni che però non reggono tutto il film. Ed è un peccato perché Anderson, nel corso della carriera, è un regista che un’evoluzione la ha avuta.
LA TRAMA FENICIA
(“The phoenician scheme”, 2025, U:S:A:-Germania)
Regia Wes Anderson
Con Benicio Del Toro, Mia Treaplethon, Michael Cera, Benedict Cumberbatch
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