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The substance, un tocco di Kubrick, uno di Lynch, uno di Cronenberg, e si vince a Cannes

Secondo lungometraggio per Coralie Fargeat, dopo “Revenge”. Ed è body horror, come sembra volere Cannes in questi ultimi tempi. La connessione immediata è con il film “Titane” di Julia Ducornau del 2021, altro body horror che al tempo vinse la palma doro con gran dispetto del nostro Nanni Moretti. “The substance” ha vinto a Cannes […]

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Secondo lungometraggio per Coralie Fargeat, dopo “Revenge”. Ed è body horror, come sembra volere Cannes in questi ultimi tempi.
La connessione immediata è con il film “Titane” di Julia Ducornau del 2021, altro body horror che al tempo vinse la palma doro con gran dispetto del nostro Nanni Moretti.
“The substance” ha vinto a Cannes il premio migliore sceneggiatura.

Definire questo film come body horror è giusto ma limitante. “The substance” unisce la componente orrorifica e grafica, ben presente e scandagliata sino ai dettagli più infinitesimali, a un sense of humor grottesco, paradossale e “raffreddato” da una messinscena che viene tenuta a bada da un continuo citazionismo. Ma quest’ultimo dato non è fine a se stesso, bensì la materia costituente, l’ossatura, la ragion d’essere del film, che, come la protagonista, si rigenera grazie a questa sostanza che è prodotto del suo corpo.

Eh, sì; parlo di protagonista ma le attrici son due: Demi Moore e Margaret Qualley. L’una la versione ringiovanita e migliorata della stessa persona, legate a doppio filo da una pratica chimica/medica che permette a Elisabeth Sparkle di ritornare giovane e bella, persino più di quanto fosse stata ai tempi d’oro della sua carriera di star del cinema.

Elisabeth Sparkle, nomen omen. Sparkle, scintilla. Ma questa scintilla sembra ormai essersi esaurita, almeno negli occhio del genere maschile. Diciamolo subito: la trama del film è vecchia come il mondo. Jekill e Hyde, Faust: si vende l’anima al diavolo in cambio di potere. Perché secondo Elisabeth il potere sta tutto nell’essere splendida, secondo i gusti del maschio.

Elisabeth non ha coscienza di sé, è tutta per le luci dei riflettori. Secondo la regista, poi, il culmine dell’attrattiva sembra esere il fondoschiena; più perfetto è più si va avanti. Fargeat non si risparmia nell’inquadrarlo, sia che si tratti di quello di Sue/Margaret Qualey, sia che si tratti del corpo di ballo femminile, che fan voltare la testa al terrificante manager di Elisabeth, Harvey (un caricaturale Dennis Quaid)e ai finanziatori degli show televisivi.

Ma si diceva del citazionismo del film. “The substance” sciorina e rielabora in modo tutto suo decine di film che sono nel nostro immaginario: da “Shining” e “2001” di Kubrick, a “Elephant Ma” di Lynch, all’imprescindibile “Eva contro Eva” di Manckiewicz. Si assesta decisamente nel grottesco e spaventoso “Society” di Bryan Yuzna (è forse l’influenza più evidente del film). Passa pure per “Vertigo” di Hitchcock, nella riproposizione del tema musicale del film (parliamo di una donna che è due donne, in fondo), si aggira in zona cronenberghiana, titilla “Carrie” di De Palma. Sfiora “L’invasione degli ultracorpi” di Siegel e tocca pure i lidi della pittura, abbeverandosi alla fonte luminosa di Edward Hopper e di certa pittura postmoderna degli anni 80.

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In sala grande sconcerto; probabilmente perché ben pochi si aspettavano un film di tal fatta con Demi Moore protagonista. La quale non si risparmia, e non solo per quanto riguarda le sue nudità integrali, nudità di un corpo sottoposto a svariati interventi di chirurgia estetica e comunque segnato dal tempo, ma anche per la carica di autoironia e lo spirito di servizio nel mettersi in gioco fino all’estremo in un film che nulla ha a che spartire con la sua carriera. Specie se poi va a confrontarsi con la freschezza di una Margaret Qualley; anch’essa comunque autoironica nel fornire una versione bamboleggiante e stucchevole di se stessa.

Personalmente trovo che questo “Substance” grazie a un mix di tutti questi elementi sia ben più riuscito del seriorissimo “Titane”. Fargeau ha polso fermo nel mantenere gli equilibri e la sceneggiatura a blocchi visivi e a dialoghi essenziali e che sembrano quasi far parte dell’immagine, funziona benissimo.

A onta di qualche momento non così “verosimile” (il corpo ormai deformato di Elisabeth che però legge un match violentissimo con la nuova se stessa), “The substance” prosegue coerente in un continuum in crescendo in cui, forse, la protagonista trova la pace. Più o meno, ecco. Per cui io dico “sì” a questo film; poteva essere un macello velleitario eppure sta in piedi e da’ un messaggio senza che il messaggio vada a scapito della messinscena.

Per cui, armatevi di coraggio e andate a vedere “The substance”. Se reggete a certe immagini shock troverete di che divertirvi.

THE SUBSTANCE
(2024, Gb, 140 ‘)
regia: Coralie Fargeat
con: Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid

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Giovanni Natoli
Giovanni Natoli
Giornalista, critico cinematografico e musicista. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Facebook
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