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Venezia e Mestre hanno un futuro solo se divise

Venezia e Mestre, due Comuni che, per il bene reciproco, non possono più stare insieme.

Dopo la tutt’altro che democratica (oltre che assurda e disinformata) sentenza del Tar, è doveroso continuare a dar battaglia affinché la separazione tra Venezia e Mestre divenga realtà.

Sono passati ormai cent’anni dallo sciagurato accorpamento avvenuto in epoca fascista, che erroneamente legò una città di “terraferma” (con le esigenze di una città di terraferma) e una città di mare (con altre esigenze, altre priorità e altri problemi da affrontare).

Come conseguenza, un futuro tutt’altro che roseo per Mestre, spesso dimenticata dall’Amministrazione comunale (per certi versi a ragione, vista la distanza e l’eccessiva superficie che oggi include il territorio comunale veneziano).

Quale soluzione, se non il naturale ripristino dei due Comuni autonomi e distinti?

Mestre avrebbe certamente tutte le capacità per rilanciarsi a livello turistico, più di quanto possa fare ora: Venezia risulta interessata esclusivamente al centro che, per quanto bello in tutto il mondo, non tiene conto di una fra le città venete più popolose e storiche (più di Venezia stessa) ora imprigionata in un Comune unico. Un caso eclatante è la mancata realizzazione di un vero e proprio Museo dedicato alle memorie di Mestre (che già conta innumerevoli patrimoni storici e Forti).

Con Mestre ai mestrini e Venezia ai veneziani si garantirebbe inoltre una maggiore vivibilità e attenzione ad entrambi i centri, che per storia e natura non saranno mai completamente compatibili l’uno con l’altro. Come ha evidenziato anche l’avvocato Stefano Chiaromanni, “l’autonomia consentirebbe da subito di accedere a quei finanziamenti europei da cui oggi il Comune Unito è escluso”.

Basti osservare cosa è successo con la recentissima fusione tra due comuni calabresi, Corigliano e Rossano. Si tratta di due città profondamente diverse, unitesi nel 2018. Dopo pochi giorni dalla fusione, voluta pensando di sistemare i conti in rosso dei Comuni (che invece si sono logicamente trasferiti nel nuovo “Comune fuso”) con la garanzia di non ridurre i servizi (ma con la permanenza dei conti in rosso tutto ciò può venire meno, così come la sbandierata “diminuzione delle tasse” che per questo motivo può trasformarsi in aumento), ecco che i problemi non sono tardati ad arrivare: strade con profonde buche, scarsa manutenzione alle tubature dell’acqua con conseguenti perdite, mancato pagamento dell’impresa di pulizie che operava per il Comune, marciapiedi ricoperti dalle erbacce.

Situazione fortunatamente non così tragica ma simile, a Valsamoggia, maxi-comune creato anti democraticamente nonostante la bocciatura da parte dei tre ex comuni più importanti. Se la situazione in precedenza non era rosea, ora è divenuta nera.

Insomma, la logica del “grande uguale a bello” viene sempre più smontata dai fatti.

Ricollegandoci strettamente alle fallimentari fusioni degli ultimi anni, non posso che evidenziare nuovamente l’importanza e i vantaggi di una città divisa.

Infatti, l’unione fa la forza soltanto fino a un certo punto, oltre il quale si crea soltanto disordine.
Se vengono uniti due Comuni agli antipodi, non potrà mai esservi uno scambio reciproco: vale per un Comune di mare e uno non di mare o per un Comune di lago e uno di montagna.

Stare insieme deve essere un vantaggio, ma qualora non lo fosse, per il bene di tutti e per avere un futuro, la divisione è l’unica soluzione. Cavallino-Treporti, che ha sempre avuto esigenze da “paese” e non da “città”, non manca di celebrazioni dedicate alla scissione dal capoluogo veneto: le imposte sono state tagliate, l’attenzione e la sensibilità verso i cittadini sono maggiori.

Ovviamente, una volta divisi, si potrebbe ragionare invece sulla messa in comune di alcuni servizi: con questo tipo di sinergia si otterrebbero degli effetti positivi per i residenti e i vari centri.

Occorre infine smontare coloro che sostengono come Venezia possa non essere più capoluogo di Regione dopo la separazione: il numero di abitanti, come è già stato detto, non ha per nulla a che fare con lo statuto di capoluogo o capitale. Washington è capitale degli Usa pur avendo 600.000 abitanti, contro gli 8 milioni di New York!

In Italia, Pescara (119.000 abitanti) è più popolata de L’Aquila (69.000), eppure il capoluogo di regione è soltanto quest’ultimo.

Nonostante gli ostacoli posti continuamente dal sindaco e dai Signori della “Città unica”, non posso che invitare i vari Movimenti e le associazioni autonome a continuare la propria battaglia per un futuro sostenibile. Che può avvenire soltanto con due città divise.

A.B.

Riproduzione Riservata.

 

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