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Siamo a Murano, nella Sacrestia della chiesa di S. Pietro Martire. Questo luogo custodisce un tesoro proveniente dalla Scuola Grande di san Giovanni Battista dei Battuti a Murano, distrutta nel 1837: si tratta del ciclo di dossali e bassorilievi lignei raffigurante le storie di san Giovanni Battista realizzati da Pietro Morando.
Le storie sono intervallate da splendidi telamoni, che immortalano alcuni tra i più importanti filosofi, imperatori o personaggi mitologici della storia.
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Scopri come fare
Scolpito tra gli anni Sessanta e primi anni Settanta del Seicento, questo ciclo è giunto a noi in maniera parziale, sia nelle sue componenti che nella sua comprensione.
Il ciclo ornava la sala dell’Albergo della Scuola, e nell’opera di adattamento alla Sacrestia si è perso circa un terzo dell’opera.
Mi ero addentrato nello studio di questo complesso già nel 2019, in occasione del conseguimento del titolo di tecnico di restauro presso l’Università Internazionale dell’Arte alla Giudecca; già allora avevo avuto modo di formulare alcune ipotesi su una più corretta risistemazione dei telamoni, in base alle lesene poste alla loro base, ma recentemente, durante il mio percorso di studi in Storia dell’Arte a Ca’ Foscari, ho scoperto un importante riferimento che il Morando sicuramente utilizzò per elaborare parte dell’impianto iconografico dei bassorilievi sulla vita di san Giovanni Battista; il ciclo di affreschi dell’atrio della cappella della Compagnia dei Disciplinati di san Giovanni Battista, detto “lo Scalzo”, a Firenze, realizzato da Andrea del Sarto e Franciabigio tra il 1509 e il 1526.
I riquadri affrescati raffigurano, similmente ai bassorilievi del Morando, le Storie di san Giovanni Battista, patrono di Firenze.
Questi episodi sono realizzati a monocromo, una tecnica a chiaroscuro, e consistono in
10 scene. Lo stesso Giorgio Vasari ne dà testimonianza nelle sue Vite.
Alcune delle scene di Andrea del Sarto sono palesemente prese a modello, copiate si può dire, dal Morando. È quasi sicuramente una esigenza della committenza della Scuola Grande, che tramite incisioni circolanti all’epoca ha avuto modo di indicare all’artista a quale riferimento guardare per la realizzazione dei bassorilievi della Sala dell’Albergo.
Questa scoperta da un lato rivoluziona la comprensione del ciclo muranese, dall’altro evidenzia l’importanza del riferimento fiorentino, che già si rileva nel panorama artistico di inizio Cinquecento.
Ho deciso quindi di approfondire nuovamente lo studio di quest’opera scegliendo questo come tema della mia tesi di laurea, e spero sia solo uno dei numerosi capitoli di studio che si susseguiranno nella comunità accademica intorno a questo manufatto, poco conosciuto e valorizzato benché, come ho tentato di manifestare, si tratti di un inestimabile patrimonio culturale del nostro territorio.
Riccardo Toso Borella
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