5 x 1000
HomeMoviegoer, appunti di uno spettatore cinematograficoDiabolik, il gusto di certi sceneggiati italiani anni '70 dagli attori iperimpostati

Diabolik, il gusto di certi sceneggiati italiani anni ’70 dagli attori iperimpostati

A quanto pare Diabolik sembra rifuggire da una trasposizione cinematografica degna del fumetto. Che, pur non essendo un capolavoro, a suo tempo segnò una tappa particolare per il panorama italiano. Le sorelle Giussani immaginarono un antieroe violento e cinico, in grado di uccidere a sangue freddo, scuotendo non poco la borghesia italiana e segnando un […]

Notizia importante? Ricevila subito su WhatsApp!

Clicca qui e iscriviti subito

Gratuito, veloce e affidabile. Solo le notizie importanti!

A quanto pare Diabolik sembra rifuggire da una trasposizione cinematografica degna del fumetto. Che, pur non essendo un capolavoro, a suo tempo segnò una tappa particolare per il panorama italiano.
Le sorelle Giussani immaginarono un antieroe violento e cinico, in grado di uccidere a sangue freddo, scuotendo non poco la borghesia italiana e segnando un passaggio a una nuova mentalità attenta alle crudezze e al cinismo, proprio mentre l’Italia viveva ancora gli scampoli del boom economico.
Nel 1968 vi fu De Laurentiis che commissionò al nostro Grande Artigiano Mario Bava una prima trasposizione. Un film inconsistente, in cui Bava non credeva; ma che mantiene ancora oggi un forte appeal per le geniali trovate visive che ne fanno un monumento del pop italiano, conosciuto dappertutto.

I Manetti bros. optano per una versione cupa e fedele al fumetto, concedendosi una giustificata licenza: trasferire le imprese di Diabolik in una Clerville che è palesemente e sfacciatamente Bologna; dando così vita alla Clerville all’italiana già presente nei fumetti. Ma le buone intenzioni dei registi di “Ammore e malavita” e dell’”Ispettore Coliandro” finiscono appena inizia il film.
Cercando a tutti i costi la filologia (il film è basato sul terzo numero di Diabolik, “L’arresto di Diabolik”) realizzano un lavoro in cui la voluta atarassia si trasforma in catatonia narrativa.

I nostri articoli saranno sempre gratuiti se abbiamo il vostro sostegno.

Se credi nell’informazione libera di Venezia, puoi sostenerla con il tuo 5×1000.

CF: 94073040274

Scopri come fare

“Diabolik” è un po’ noioso, gli attori sembrano più rigidi dei mediocri disegni delle prime storie dell’eroe in calzamaglia. Marinelli, con la voce tenebrosa, pare un Batman dei poveri e tradisce in ogni momento un impaccio tipico di chi non ci crede davvero. E non ha nulla del phisique du role del protagonista, la cui immagine era derivata dal volto dell’attore Robert Taylor.
Miriam Leone, nei panni di Eva Kant, conferma tutta la sua bellezza e avvenenza ma se nelle fattezze è una quasi perfetta Eva Kant, appena apre bocca denuncia ben poco spessore recitativo. E anche il Ginko di Mastrandrea non convince, perso com’è in una malinconia romanesca che poco ha a che fare con la tempra dell’ispettore originale.
Qualcosa di più sembra volerlo dare Serena Rossi ma, non per colpa sua, il suo personaggio diventa quasi comico. Ma non c’è un attore che sia uno che ne esca vivo.

L’idea voluta dai Manetti era quella di una recitazione fredda e un ritmo e battute che fossero vicine allo stile degli sceneggiati RAI anni 70. Ma quel che se ne ricava è proprio il peggio di quegli sceneggiati, con recitazione iper impostata e battute che oggi suonano ridicole per l’affettazione e i tempi di scambio tra un attore e l’altro.
L’operazione intellettuale a freddo non trova mani sufficientemente adeguate per essere resa fino in fondo.

I Manetti bros, oltre a tipici limiti di linguaggio e a una goliardia non sempre digeribile, non hanno la statura per l’astrazione. Siamo lontani dal talento di un Igort, per dire; sono intrappolati ormai da decenni a una forma che poco sa dare a parte limitarsi a vezzi stracultistici e al citazionismo più facile. Ma in fondo viene da pensare: che ce ne possiamo fare oggi come oggi di Diabolik, ormai invecchiatissimo e non più restituibile se non a prezzo di reinvenzione o sacrifici?

Si poteva andare fino in fondo nell’astrazione, creando un distacco totale dal narrato. Ma chi avrebbe voluto vedere un blockbuster gelido e metanarrativo? Oppure si poteva rilanciare il nostro antieroe con una messinscena piena d’azione e di vitalità, magari più cupa del solare predecessore, anche a costo di tradire un po’ il fumetto. I Manetti realizzano un ibrido che non accontenta nessuno a meno di non voler cavare sangue (intellettualistico) da una rapa (rapina) e voler vedere più di quel che c’è. I due registi tentano un salto di qualità, vogliono fare i grandi ma falliscono, regalandoci uno dei loro lavori che non sarà annoverato tra i migliori.

5 x 1000

DIABOLIK
(2021, Italia)
Regia: Manetti bros
Con: Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastrandrea, Serena Rossi

Giovanni Natoli
Giovanni Natoli
Giornalista, critico cinematografico e musicista. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Facebook
LEGGI TUTTO
RIPRODUZIONE VIETATA
sono vietate anche le riproduzioni parziali di titoli, testi, foto, attraverso sistemi automatici (cd aggregatori)

Notizia interessante? Scrivi cosa ne pensi tu...

Scrivi qui la tua opinione
Il tuo nome o uno pseudonimo

Persa qualche notizia? Le ultime:

La Voce di Venezia radio

Se non è partita la musica clicca play sul triangolino in basso
In onda ora
ON AIR NOW
vai alla HOME PAGE