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Bimbo nel pozzo: le persone sono state invitate a fare silenzio e sono state fatte arretrare ulteriormente. Le scavatrici e i bulldozer sono stati spenti. Il responsabile delle operazioni di soccorso ha confermato che mancano pochi metri per raggiungere il bambino, quindi in questo ultimo tratto si sta scavando a mani nude.
Nella vicenda che a tutti sta ricordando la disgrazia di Alfredino Rampi della tragedia di Vermicino nel lontano 1981, si lotta contro il tempo.
I soccorsi si dicono vicini al piccolo Ryan, hanno continuato a fornirgli ossigeno, acqua e cibo. Ogni piccolo movimento registrato dalle telecamere ha fatto sussultare quanti – si stima milioni – da mercoledì, giorno in cui si è diffusa la notizia dell’incidente, seguono le immagini trasmesse in dirette non stop, via tv e via internet.
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Scopri come fare
“Ryan è vivo, ha mangiato una banana, muove gambe e braccia e risponde alle domande, chiamando la mamma” dice l’ultimo bollettino. Ma l’atteso sospiro di sollievo, che in molti sentivano vicino, tarda ad arrivare.
Le squadre che ormai da tre giorni lavorano ininterrottamente sono ad un soffio dal bambino, dopo aver scavato un tunnel alternativo per raggiungerlo. Ma ogni mossa e ogni passo avanti è pericoloso: si rischiano crolli e cadute di materiali che possano compromettere la situazione e le operazioni procedono con estrema lentezza, costrette a subire battute d’arresto ad ogni rischio di smottamenti.
Era martedì quando il piccolo, non si sa come, mentre giocava davanti casa, a Tamrout un villaggio a nord del Marocco, è finito nel pozzo. Un pozzo profondo 32 metri, largo da 30 a 20 centimetri, come avrebbero poi rivelato le misurazioni dei tecnici. Un pozzo senza più acqua, che aspettava di essere messo in sicurezza e, come invece molti altri pozzi esausti in Marocco, era rimasto lì protetto soltanto da un telo di plastica e qualche pezzo di legno.
Sono servite più di 100 ore di lavoro con sei escavatori a sbancare la montagna, prima di arrivare a un soffio da Ryan, senza poterlo ancora salvare. La montagna frana, il rischio è enorme. C’è in ballo un dispiego di forze senza limiti di budget, decretato dal governo marocchino in seduta speciale. Per ora si contano gli eroi di questa vicenda, i volontari che, come per il caso di Alfredino in quelle giornate di giugno del 1981, anche qui in Marocco si sono calati a mani nude nel pozzo per cercare di portare in salvo il bambino, gli agenti della Protezione civile e delle forze dell’ordine, i tecnici, gli ingegneri, topografi e speleologi. Tutti impegnati in una gara di tenacia contro il tempo.
Gli operatori hanno scavato un cratere di 30 metri, parallelo al pozzo, poi, con i picconi, un corridoio orizzontale. Non è semplice, sulla catena del Rif, nella provincia di Chefchauen, dove il terreno è inframmezzato da rocce. Alcuni smottamenti, l’ultimo alle 19 circa di venerdì, man mano che i lavori procedevano, hanno fatto temere il peggio. Troppi spettatori, su quella montagna, le vibrazioni favoriscono i crolli. Nessuno si muove, nessuno vuole andarsene, prigioniero della propria ansia, nella speranza di vedere il piccolo Ryan uscire da quel maledetto pozzo.
La storia purtroppo è ricca di episodi di bambini caduti in pozzi, a volte cartesiani a volte no. Un altro precedente che ha profondamente toccato il mondo è accaduto in India pochi anni fa dove la piccola Mahi di quattro anni, caduta in un pozzo nel villaggio indiano di Manesar, ha perso la vita. Dopo aver localizzato la bambina sul posto erano intervenuti vigili del fuoco, militari, medici, ingegneri ed esperti mentre le tv dedicavano al caso continui collegamenti.
La bimba caduta nel pozzo era stata localizzata a 25 metri di profondità . Dopo varie ipotesi, si era deciso di scavare un pozzo verticale parallelo a quello esistente, le cose erano andate male, però, perché si era scoperta in profondità una roccia molto dura proprio nel punto in cui si doveva scavare il tunnel orizzontale per arrivare alla bimba.
Alla fine, purtroppo, in quel caso risultò tutto inutile: la piccola, portata in superficie dopo quattro giorni, era già senza vita.
Mahi era caduta nel pozzo mentre giocava con i suoi amichetti.
Era il giorno del suo compleanno. Ne compiva quattro.
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