COMMENTA QUESTO FATTO
 

15enne di Pordenone ricattata da senegalese: sesso o soldi o pubblico tuo video
L’aveva comprata per telefono quell’uomo siriano di diciott’anni più vecchio di lei che gli aveva dato un figlio di cinque anni.

Un click dal cellulare, ed ecco fatto, quella cosa in carne ed ossa era diventata sua e la poteva maltrattare, calpestare, violentare come voleva, anche in presenza del figlio: si sentiva in diritto di renderla schiava, ma lei ce l’ha fatta, lo ha denunciato dopo anni e anni di sopportazione e di sofferenza e aiutata dal Centro antiviolenza di Vicenza, sta cercando di sopravvivere.

Lui non dovrà avvicinare la donna e il bambino, così ha deciso il giudice e così spera la donna terrorizzata e preoccupata delle reazioni violente dell’uomo che potrebbe ancora perseguitarla e magari ammazzarla, come è successo ad un’altra donna di Vittorio Veneto, spinta a terra dal marito, e morta dopo aver subito delicati interventi di neurochirurgia alla testa, quella testa che lui aveva promesso di spaccarle. Ed è stato di parola.

Una donna di Albano minacciata con un barattolo pieno di acido dal marito è stata salvata dall’intervento della Polizia, e poi ad Asti, Roma, Milano, ancora violenze sulle donne, allontanamenti precauzionali di mariti e compagni, anche arresti e processi per violenza e stupro, ma la mappa si allarga, raggiunge ogni dove e le cronache registrano tutti i giorni quelle brutalità che riescono a mostrarsi, ad emergere, mentre si sa che troppi maltrattamenti non vengono alla luce, stanno chiusi e silenti dentro le mura di casa.

L’Istat anche quest’anno ha esposto la sua relazione sulla violenza di genere e i dati illustrati dal presidente Giorgio Alleva sono di complessa e difficile misurazione proprio perché il fenomeno si sviluppa sempre più negli ambienti familiari, la vittima si frantuma nella solitudine e subisce la violenza, non denuncia, ha paura, anche per i suoi figli.
l’Istat da anni è impegnato nella misurazione del fenomeno della violenza di genere contro le donne. Nel 1997, nell’ambito dell’indagine sulla sicurezza dei cittadini, si rilevarono per la prima volta anche i casi di molestie sessuali, fisiche, telefoniche, esibizionismo, molestie e ricatti sessuali sul lavoro, lo stupro e il tentato stupro.

La prima indagine interamente ed esplicitamente dedicata alla violenza sulle donne è stata condotta dall’Istat nel 2006. Secondo le elaborazioni effettuate dall’Istituto nazionale di statistica a partire dai dati del Ministero dell’interno, sono state 149 le donne vittime di omicidi volontari nel 2016 in Italia.

Esaminando la relazione tra autore e vittima, di quei 149 omicidi di donne nel 2016, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente, per un totale di 109 casi su 149.

Sulla base della rilevazione svolta nel 2016, l’Istat stima che siano un milione 403 mila le donne che hanno subito, nel corso della loro vita lavorativa, molestie o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Esse rappresentano circa il 9 per cento (l’8,9%) delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

In particolare, i ricatti sessuali per ottenere un lavoro o per mantenerlo o per ottenere progressioni nella carriera hanno interessato, nel corso della loro vita, 1 milione e 100 mila di donne (1.173 mila pari al 7,5% delle donne con le caratteristiche illustrate sopra).

Solo una donna su 5, tra quelle che hanno subito un ricatto, ha raccontato la propria esperienza, parlandone soprattutto con i colleghi (8,1%), molto meno con il datore di lavoro, dirigenti o sindacati. Quasi nessuna ha denunciato il fatto alle Forze dell’ordine (0,7%).
Per delineare un quadro il più possibile completo sulla violenza di genere, l’Istat utilizza anche le informazioni provenienti dal sistema giudiziario (numero delle condanne e caratteristiche dei soggetti condannati) relative ad alcuni reati che possono essere considerati a vocazione maggioritaria di genere.

Per quanto riguarda il reato di stalking, nel 2015 risultano essere state 15.733 le persone adulte iscritte nei registri delle procure per almeno un reato per le quali è stata disposta l’archiviazione o si è deciso di intraprendere l’azione penale. L’azione penale ha avuto luogo per poco più della metà dei casi (8.041, pari al 51,1%).

Sempre nel 2015, risulta che sia stata presa una decisione di archiviazione o di inizio dell’azione penale per 21.305 iscritti per almeno un reato di maltrattamenti in famiglia e per poco più del 40 per cento (42,5%) di essi si è intrapresa l’azione penale. Anche per il reato di maltrattamenti si registra una tendenza in aumento del numero di autori per i quali è stata presa una decisione.

Relativamente ai reati di violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo, gli autori iscritti per i quali è stata presa una decisione nel 2015 risultano essere 6.196, anche in questo caso con una tendenza all’aumento.

Dalle informazioni sulle sentenze di condanna definitiva si rilevano osservazioni interessanti.
Dopo l’entrata in vigore nel 2009, della legge che definisce il reato, le condanne per stalking sono aumentate: 35 sentenze nel 2009, 1.601 nel 2016, di cui 1.309 con condannato italiano (di cui 1.212 maschio) e 292 straniero (18,2%).

I reati più frequentemente associati al reato di stalking sono la violenza privata, le lesioni personali, le ingiurie. Sono in aumento i tempi dalla data del reato commesso alla sentenza definitiva: da meno di un anno a due anni, in primo grado; 3 anni nel 2016 in appello.

Per quanto attiene al reato di maltrattamenti in famiglia, le sentenze di condanna da 1.320 nel 2000 sono passate a 2.923 nel 2016. L’andamento è determinato sostanzialmente da condannati uomini nati in Italia. (Dati Istat ndr).

Le donne possono chiamare il numero 1522: è un servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Il numero, gratuito è attivo 24 h su 24, tutti i giorni dell’anno ed è accessibile dall’intero territorio nazionale.

La cronaca, la statistica che ci permette di conoscere una realtà numerica, una grammatica della parola violenza e una geografia sconfortante di brutalità sconfinata, cosa ci suggeriscono?

Se non stonasse, non risultasse forzato un timido suggerimento, varrebbe la pena di mettersi a studiare a fondo le ragioni storiche, le devianze culturali che ancora oggi relegano la donna a vittima di violenza maschile. Studiare il tempo e le circostanze che la civiltà non sopporta e pur subisce. Che fare? Viene in mente la parola responsabilità, parola piegata in se stessa se non comparata al rispetto, integrata a cultura, educazione. . .

Andreina Corso

Riproduzione Riservata.

 

Lascia un commento alla notizia che hai appena letto (nessuna registrazione necessaria)

Please enter your comment!
Please enter your name here