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Introduzione Una riflessione ironica e seria sul tempo, sulla responsabilità e su Venezia. Per chi ha ancora il coraggio di scegliere, e non solo di lamentarsi.
Scrivo questa lettera sapendo che, nel momento stesso in cui la scrivo, è già vecchia. Il futuro non lo raggiungeremo mai. Il passato serve solo a capire dove abbiamo sbagliato, non a costruirci sopra monumenti di colpe. E allora parliamo dell’oggi. Perché è l’unico tempo che ci è concesso, e anche quello ci sfugge tra le mani come sabbia tra le pietre di San Marco.
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Venezia deve morire con me. Non perché io sia particolarmente importante, ma perché ognuno di noi muore da solo. E niente di ciò che accadrà dopo la nostra uscita di scena ci apparterrà. Non porteremo con noi né gondole né biglietti ACTV, né abbonamenti alla Fenice né indignazioni da salotto. Solo il peso (o la leggerezza) di ciò che abbiamo fatto.
I problemi si risolvono nel presente. Addossare responsabilità a chi non c’è più è come cercare di discutere con un leone impagliato: fa scena, ma non risponde. E allora, se proprio dobbiamo fare qualcosa di utile, scegliamo con attenzione chi governerà i prossimi cinque anni. Non per fede, non per vendetta, non per abitudine. Ma perché siamo noi, oggi, i soli responsabili delle nostre azioni. Non chi ci ha preceduto, non chi verrà dopo. Noi. Con le nostre croci, le nostre schede, le nostre scelte.
E se sbagliamo, almeno che sia un errore nostro. Non ereditato, non imposto, non delegato.
Ah, dimenticavo: non servono titoli davanti al proprio nome. Firmarsi “Dottore” o “Facchino” fa poca differenza davanti alle nostre scelte individuali. Un voto, una testa. E davanti all’urna siamo tutti uguali: fragili, confusi, e irrimediabilmente responsabili.
Con affetto, sarcasmo e un pizzico di cinismo, uno che ha deciso di morire con Venezia, ma solo dopo averle detto tutto.
Lettera Firmata
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Egregia Prof.ssa, non stia a perdere tempo o a darsi malanimo per certi commenti, purtroppo questo giornale è infestato da un paio d’anni da 3-4 figure che si celano dietro pseudonimi con l’unico scopo di provocare e deridere qualunque cosa si dica o si faccia… evidentemente non hanno altri modi per riempire le loro vite. le consiglio di non prestargli il fianco, lasci pure loro “l’ultima parola”, restano comunque i testi come il suo e come gli altri che hanno a cuore la città e la cittadinanza a dare valore a queste pagine. Con simpatia…
Gentile Sergio, la ringrazio per il consiglio, ma non ho mai avuto l’abitudine di prestare il fianco. Né ai provocatori, né ai difensori d’ufficio. Il tempo, quello sì, lo impiego. Ma non per inseguire pseudonimi o contare le ombre. I testi restano, come dice lei. E anche i silenzi. Quanto all’infestazione, stia sereno: se mai dovesse servire un nome per completare il quadro, sarà il suo a figurare. Buona lettura.
— Lettera Firmata
Gentile Dott.ssa Bontae, la ringrazio per il chiarimento: il titolo è stato inserito per favorire la pubblicazione. Capisco. Ma mi permetta di osservare che, se il direttore ha bisogno di un titolo per leggere una lettera, forse il problema non è nel contenuto, ma nella soglia d’attenzione.
Quanto al fatto che “nella vita i titoli guadagnati con fatica e studio servano a qualcosa”, non lo metto in dubbio. Servono, certo. Ma non sempre dove si pensa. Servono per entrare, non per restare. E servono soprattutto a chi li legge, non a chi li porta.
La numerologia, che si occupa di vibrazioni e significati, direbbe che il nome è già una dichiarazione d’intenti. Aggiungere un titolo davanti può alterarne la frequenza, ma non ne cambia l’essenza. Il numero dell’anima, che si ricava dalle vocali del nome, parla di ciò che si è dentro. E mi creda: non c’è “Dott.” che tenga se la vibrazione è dissonante.
In fondo, firmarsi con un titolo è come entrare in scena con un costume: può aiutare a farsi notare, ma non garantisce la qualità della recita. E davanti all’urna, come davanti alla vita, ciò che conta non è il costume, ma la scelta.
Con rispetto, sarcasmo e una nota di chiusura: Lettera Firmata
La storia insegna invece e la si ignora perché va bene così, perché l’importante sono i voti , la X che c’è da apporre anche col naso turato, basta che non vincano gli altri ….
Venezia deve riprendere la mentalità che l’ha fatta grande nei secoli ma con il momento che dura da due secoli di cancel culture il popolo è sottomesso al puro materialismo e del noi contro loro …Ci vorranno generazioni perché si possa ritornare agli antichi fasti …noi dovremmo piantare il seme per le prossime generazioni
Risposta a Shylock II°
Allora non hai letto. Quando me ne vado io da Venezia, possono pure farne un parco tematico, una filiale di Dubai o un set permanente per influencer in gondola. Muore con me. Non perché io sia il salvatore, ma perché non lascio eredità a chi non ci sarà.
Parli di “seme per le prossime generazioni”? Ma quali? Quelle che saranno espulse da Venezia per far posto a boutique e residenze fiscali? Ai nipoti che dovranno dimostrare pedigree per restare? Quando c’era la Serenissima, il futuro era una continuità. Oggi è una dismissione.
Io non pianto semi, io vivo. E scelgo. Scelgo chi mi governerà i prossimi cinque anni, se l’universo mi concede il tempo. Non per fede, non per paura, ma perché il presente è l’unico terreno su cui posso camminare. Il resto è fumo, e a Venezia il fumo lo vendono caro.
Firmato: uno che non delega il proprio tramonto.
Dobbiamo riprendere la mentalità della Serenissima e ripiantarne il seme ….
I nostri avi lo hanno fatto per noi e noi abbiamo l’obbligo del rispetto delle vite che hanno sacrificato per il gonfalone.
Non accadrà ora , finché la demagogia dei partiti andrà avanti ….ne io ne lei vedremo la rinascita della Serenissima ma io almeno ho dedicato parte della mia vita per piantare questo seme ….
Risposta a Shylock II°
“Dobbiamo riprendere la mentalità della Serenissima”… Dobbiamo? Chi, esattamente? Noi due? Un manipolo di nostalgici con la bandiera arrotolata sotto il letto? O c’è un popolo che lei vede e io non vedo?
Perché io, sotto questo cielo, vedo altro. Vedo borseggiatori che lavorano a turni, politici che si riciclano come plastica non biodegradabile, ladri che non rubano solo portafogli ma anche dignità. Vedo il quotidiano disfarsi sotto gli occhi di chi finge di non vedere.
Lei parla di semi. Io vedo il terreno salato. E mi chiedo: chi lo coltiverà? I nostri concittadini, forse, alle prossime elezioni? Vedrà, caro Shylock, che non cambierà nulla. Perché il voto, oggi, è spesso solo un gesto di stanchezza, non di scelta.
Ma non fraintenda: la stimo. Perché almeno lei ci crede. Io, invece, osservo. E scelgo, se posso. Ma non delego. E non mi illudo.
Lettera firmata da chi? Se è la risposta alla mia precedente lettera ben venga ma con nome e cognome. L’accanimento sul titolo è forse dovuto al fatto che non lo ha conseguito? Comunque pare che siamo della stessa partita, che il firmatario ed io voteremo per la medesima coalizione o sbaglio?
Gentile Antonella, la lettera è firmata con nome e cognome: Lettera Firmata. Se non l’ha ancora capito, vale quanto la sua. Non so che altro dirle, se non che il firmatario si chiama così, e non per vezzo ma per scelta. Una scelta che, a quanto pare, lei ha saputo decifrare: siamo della stessa partita, sì. E non solo per la X sulla scheda, ma per il modo in cui la tracciamo.
Quanto all’accanimento sul titolo, non c’è. Ma mi disturba ugualmente. Posso? Posso essere infastidito da un mondo che si aggrappa ai gradi come fossero salvagenti in una piscina vuota? Posso dire che davanti all’urna siamo tutti uguali, anche se qualcuno ci arriva con il curriculum in mano e qualcun altro con le mani sporche di vita?
Firmarsi “Dottore” o “Facchino” non cambia il peso del voto. Cambia solo il tono della voce con cui si pretende di contare di più. E io, mi creda, conto solo ciò che si sceglie. Il resto è didascalia.
Con rispetto, sarcasmo e un pizzico di fastidio, Lettera Firmata
Il suo nome e cognome NON ci sono.
Se avessero pubblicato solo “Lettera firmata” come a lei, non si sarebbe attaccato tanto al mio titolo, che ho scritto solo perché il direttore potesse essere più intenzionato a inserirla. Perché nell’urna siamo uguali come per la morte, ma nella vita i titoli guadagnati con fatica e studio che servano a qualcosa no?