Suspiria 2018, suggestioni e simboli al posto del racconto

Quando avevo 10 anni tra le tante cose fatte in quel 1975 ci fu anche la velleità di scrivere un romanzo a sei mani. Soggetto: Hitler è ancora vivo! (che fantasia)
Il racconto, man mano che proseguivamo, divenne così complicato da gestire che tre teste decisero di arrendersi e far morire il Fuhrer di carta. Peccato non aver avuto come compagno di classe Luca Guadagnino: lui sì che ce l’avrebbe fatta a terminare l’opera, a ogni costo e con sprezzo del ridicolo.

Due premesse: 1) giuro di non avere nulla contro Luca Guadagnino. Come ogni essere umano ho i miei pregiudizi ma vince sempre la curiosità. 2) ho visto questo film senza pensare all’originale di Dario Argento.
Sono stato ben avvertito da amici e dalla lettura di varie recensioni di non tentare paragoni tra il primo e il secondo “Suspiria”. E, d’altra parte, il film di Guadagnino ci mette 5 secondi a spazzare via ogni possibilità di paragone, a partire dai titoli di testa.
Non è di per sé un male rileggere un film già girato come variazione sul tema. Uno va in sala , da ragazzino, vede una pellicola che gli resta dentro e, oltre all’ammirazione, nasce un’idea di reinterpretazione che, da grande, potrà realizzare. Sempre che poi non vada a fare il postino invece che il regista.

Guadagnino ha già compiuto questo intervento di chirurgia cinematografica con “A bigger splash”, rivisitazione del vecchio “La piscina” (modesto film di Deray, impropriamente collocato da qualche fresco critico come capolavoro della nouvelle vague -sic!-).
Con il Suspiria di Argento il bisturi affonda nelle viscere e ciò che ne esce è un’altra opera, che dell’originale conserva appena qualche passaggio.
Non è per i motivi sopraelencati che “Suspiria-opera in sei parti ambientata nella Berlino divisa” non mi è piaciuto.

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Non c’è competenza tecnica, voluttà di cinepresa, perversità o malizie di sceneggiatura abili a salvare un pout pourrì che, scrostando la patina de luxe e certi colpi d’occhio informati della prospettiva cinematografica, sono velleitari, contorti, confusi, nebbiosi, ridicoli.

Abbiamo questa ragazza americana, Susan (Dakota Johnson) che va nella Berlino di “Quando c’era il muro”, in pieno periodo R.A.F./ Baader Meinhof, per perfezionarsi sotto la guida di Viva, leggendaria insegnante della rinomata e zozzissima scuola di danza “Markos”. (T. Swinton in una caricatura di Pina Bausch). Sigaretta eternamente penzolante in mano, altera, vestita coi traversoni grigi, m.me Viva dispensa lezioni di danza che son banalità newagiste. Il collegio di danza, immerso in una perenne luce anni 70 alla “tedesca” (sembra tutto fatto con la formica) e rimbombante di rock berlinese (e te pareva) cova un segreto nemmeno tanto segreto, dato che già dopo 20 minuti di film sappiamo che ci sono le streghe cattive, in pieno clima elettorale.

Il racconto di “elevazione” di Susie è accompagnato da quello sugli affanni di uno psicoanalista junghiano che aveva in cura una delle allieve di danza e della quale conserva i diari. La ragazza si dice abbia aderito alla R.A.F. e si sia data alla macchia per collaborare coi terroristi.
“Suspiria 2018” prosegue alternando il progressivo avvicinarsi di Suzie alla sua sorte, con ricordi della nascita e persecuzioni ectoplasmatiche, di pari passo agli affanni dello psicoanalista, che cerca in tutti i modi di svelare il segreto nascosto nei recessi della scuola “Markos”.

La mia domanda al termine della pellicola è stata: perché?
Vedere “Suspiria 2018” mi ha fatto riassaporare uno sgradito retrogusto provato dopo la visione di un altro film che ho esecrato: “This must be the place”, di Sorrentino. Due film differenti ma entrambi due cavalcate cinematografiche megalomani con trame ipercomplicate e immagini alla “se vogliamo siamo meglio degli americani” che rimirano loro stesse, immagini “belle” inclementi e che rubano spazio ad angoli di tregua estetica e di riposo di raccordi.

“Suspiria 2018” NON E’ DIVERTENTE. Sembrerà un giudizio vintage ma è così. C’è un diritto al piacere della visione a cui non si può derogare. E non sto parlando di passatempi ma del Piacere di essere sopraffatti da una forma di Bellezza che preesiste a spiegazioni e contorti sottotesti.
Perché non ci piace più il racconto ma solo le inutili complicazioni? Com’è che tutte le suggestioni e i simboli devono essere esplicitate nella messinscena con doppi, tripli finali esplicativi e non amiamo più farli riaffiorare inconsciamente?
Come era bello vedere la Suzy di Argento, novella Alice, aprire la porticina nascosta nella parete art deco della scuola di danza ed entrare in un terrificante corridoio, senza che Argento avesse nient’altro da mostrare/affermare.

Ogni sussulto del film di Guadagnino viene fiaccato da lungaggini e verbosità; qualcuno dietro la cinepresa desidera sentirsi intelligente. Ma il grande racconto non ha bisogno di certe perversioni mentali. E l’intelligenza è una via più dritta e chiara che si affida al lettore e al suo inconscio. “Suspiria 2018” sembra inutile, specie quando mette in mezzo la Storia o reinterpreta il mito delle tre Madri.

Inutile tirare in ballo riferimenti “alti” come il Fassbinder de “La terza generazione” perché a Fassbinder importava della Germania e se Guadagnino si rifà all’estetica di quel film non può pretendere di assumersene anche l’etica. Lo scandire dei telegiornali che raccontano la fine della Baader Meinhoff son solo pretestuosi.

I sospiri dello spettatore, che agogna il finale, sono amplificati da musiche di un sempre troppo sopravvalutato Thom Yorke, da anni prigioniero di una cifra dalla quale non sa uscire. Ma si sa, il suo lamento canoro è il lamento di molti contemporanei e questo significa qualcosa di non bello, a mio parere.
Tilda è bravissima. Speriamo le abbiano dato paga tripla.

SUSPIRIA
(Id. 2018, Italia/U.S.A.)
Regia: Luca Guadagnino
Con: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Chloe Grace Moretz, Jessica Harper

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