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lunedì 17 Maggio 2021

SOLITUDINE di Marina Luzi [concorso letterario]

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Sono una donna. Sono sola. Chiusa in casa. COVID 19, fase 1.
Non penso che resisterò a lungo.
Qui i giorni passano sul niente di nuovo. Il monolocale è una trappola, sbatto come una mosca sulle pareti e mi spiaccico sui vetri delle finestre. Il lavoro per un po’ mi ha dato tregua. Una mattina di queste mi sono svegliata e lui non c’era. Il virus gli impediva di stanarmi. Respiravo.
Subito mi sono appropriata dello spazio: ho sistemato, spostato, riordinato; poi basta.
Ho preso in mano un libro, l’ho aperto.
Il tempo passava; il lavoro, rabbioso, faceva la ronda all’ingresso della tana.
E la fretta. Dov’è la fretta? Dove sono le scadenze improrogabili? Dove il tutto-bene-e-subito? Magnifica sospensione del tempo! Ora me ne sto qui raggomitolata sul tappeto con la schiena appoggiata al divano, il pc per terra, provo a digitare sulla tastiera con le dita dei piedi, il pollicione è lento e un po’ imbacchettato ma se la cava e mi delizio a guardarne lo smalto rosso che riflette la luce dello schermo. Sì, in barba all’estetista, ho fatto un bel lavoro! Ci credo, in questo niente posso passare ore a stendere lo smalto, aspettare che asciughi e stendere ancora e ancora.

È tutto così lento qui, così terribilmente silenzioso.
Potrei stordirmi di televisione ma quella scatola piena di persone sembra così finta adesso.
Poi, un giorno, il lavoro mi ha stanata; si è intrufolato in modo subdolo il vigliacco, mi è entrato in casa come un ladro di notte. “Giuda” ho urlato al pc. E ora, in cella d’isolamento, lui mi avviluppa e io, come sempre, mi aggroviglio.
Nel frattempo il silenzio si è attaccato alle pareti, ha permeato l’aria, si è insinuato dentro.
Silenzio e vuoto. Il virus impazza.
La speranza si è rannicchiata in un angolo, a tratti fa capolino, legge le statistiche di morti e contagiati finché, umiliata, ritorna spalle al muro.
L’ansia si è barricata dentro. La paura si è riversata fuori, ha ingoiato la vita e ha spento i rumori. Qua e là mummie imbavagliate solcano le strade trascinate da cani festanti col guinzaglio attaccato a mani di plastica.
L’immobilità avvilisce il fisico, la mente sogna, la testa respira, il cuore gela.

Tutta la mia vita è affacciata a uno schermo: lavoro con lo schermo, passo il tempo con lo schermo. vedo gli amici sullo schermo. Mi manca il corpo, il tatto, l’odore della gente.
Bussano alla porta. Strano. Per le consegne suona il citofono. Sei poi il portone è aperto salgono su e si attaccano al campanello. Nessuno bussa: non ha senso.
Dallo spioncino si è materializzata la signora del terzo piano, non so come ma d’un tratto era dentro. Non ricordo di aver aperto la porta ma era lì e non voleva lo zucchero, niente scuse, dritta al punto: “Ho paura” piagnucola “vede, io, io davvero non vorrei disturbare ma, accidenti, da quant’è che sono murata in casa? Sto uscendo matta. Così, mi sono detta, magari vado a chiedere ospitalità dai Bianchi, quelli sono dei gran compagnoni, poi no, mi sono detta, a quelli mica gli pesa la solitudine, sono un branco lì dentro, sì, ora che ci penso sono anche troppi in quell’appartamento così piccolo. Poi ho pensato ma guarda c’è quella signorina su che è sempre in giro, no, beh adesso non è più in giro da un pezzo, eh, sì, questa benedetta pandemia, ma chi se l’aspettava? E quindi, dicevo, quella signorina, anche lei è sola. O, no, non voglio dire che lei non… sì bei ragazzi, su e giù per le scale, di notte, la mattina presto e gli amici, le feste, sì, ma ora, voglio dire, magari è sola, nel senso che magari adesso non ha una relazione stabile e quindi magari quando è scoppiata la pandemia è rimasta…
Insomma, non sento più i rumori dei passi così mi sono detta che forse adesso è sola, come me, e magari si annoia, no, non nel senso non che non c’ha niente da fare, magari lavora col computer, quella cosa, sì, come si chiama? Quella cosa che lavori da casa. Io mi aggiorno sa? Che poi, ora che ci penso, ma lei che lavoro fa, scusi? Oh, per carità, no, no non volevo essere indiscreta, voglio dire, non sono mica fatti miei.”

“Stop. La capisco signora. Io e lei, per quanto tutto questo possa sembrare assurdo, abbiamo qualcosa in comune: siamo sole. E va bene, d’accordo ma a un patto: lei parla solo quando glielo dico io e, quando glielo dico io, smette. Lavoro da casa, adesso, mi serve silenzio, concentrazione. Se pensa di non esserne capace l’accordo finisce qui.”
“Oh, ma sì, certo. Vedrà, non le darò nessun fastidio!”
È stata di parola. Non mi disturba. Se la interpello si anima tutta e si vede bene che fa ogni sforzo per non essere petulante. Per il resto se ne sta lì, immobile, tanto che la dimentico e me ne ricordo solo quando la solitudine trabocca.
Sempre così, tanti progetti ma poi è la vita a decidere. La signora del terzo piano non è proprio la compagnia che speravo, a dirla tutta avrei preferito un uomo e all’inizio ci avevo anche provato: Marc irraggiungibile, Chris a casa da mamma, Luca in versione eremita per via della tesi e poi Gianni, Mauro, Franci…niente. Persino l’allenatore della palestra e sì che gliel’avevo messa giù bene, contratto da personal trainer, vitto e alloggio per tutto il lockdown e lui: “Tranquilla, non avrai mica pensato che ti mollavo? Dalla prossima settimana allenamento su Zoom e abbonamento a prezzi da urlo!”
Le amiche poi non ne parliamo, appena hanno sentito la parola isolamento si sono organizzate come se non ci fosse un domani, sembrava il gioco delle sedie e io sono rimasta fuori.
Anzi, sono dentro e con la vicina, sì, ma alle mie condizioni.

Sembra incredibile, la paura di tornare ad essere sola l’ha trasformata in un camaleonte. Quando viene su il ragazzo con la spesa sembra svanire nel nulla. Ieri, ad esempio, mi giro per porgerle il sacchetto prima di dare la mancia e lei non c’era, si era come smaterializzata. E sì che è difficile in un monolocale. Andrà a chiudersi in bagno? Bizzarra.
Eccome se lo è.
Appena le ho comunicato: “Dal quattro maggio fase 2: tana libera tutti!” si è smaterializzata.
Non ricordo di averle aperto la porta. È svanita, letteralmente. Senza un saluto.
L’ho incontrata un paio di volte per le scale, il solito “Buongiorno-buonasera” con quell’espressione a Monna Lisa e via, come due estranee ben educate.
Il portiere mi ha fermata ieri sera, dice che quella del terzo piano pensa che io non stia bene, che durante la pandemia mi sentiva parlare da sola. “Sì, certo, e adesso sono io la matta!” sono sbottata “ma se siamo state insieme notte e giorno per tre mesi perché quella piagnucolava che aveva paura.” Lui mi guarda perplesso, io lo guardo.
Oggi rientrando li trovo che confabulano, si zittiscono imbarazzati appena mi vedono.
“Eh, no, carina” penso “non ti porterai quel sempliciotto dalla tua parte per farmi fare la figura della svalvolata” Sorrido, mi avvicino: “Buongiorno signora, passi da me più tardi, le restituisco la zuccheriera. Ricorda? L’ha lasciata da me durante la pandemia, quando è salita a chiedermi ospitalità.” Sto bleffando, non ce l’ho quella stupida zuccheriera, ma la guerra è guerra. Lei mi guarda, sorride con un’aria strana, forse sono un po’ paranoica ma ho l’impressione che stia ammiccando al portiere: “Sa che può contare su di me, su di noi, anzi” e indica il portiere “abbiamo passato tutti un brutto periodo, la solitudine non fa bene, vero?”

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Mi verrebbe da strangolarla, a che gioco sta giocando? “Ma certo, lei lo sa bene e, comunque, non stia a ringraziarmi, l’ho ospitata volentieri” e mi allontano glissando il suo sguardo compassionevole. Ipocrita! Da quel giorno il portiere che quando passo mi guarda con aria di commiserazione e, se mi lamento della vicina, dice: “Eh, sì, bizzarra, chi l’avrebbe mai detto”. Ipocrita! Un giorno l’ho sentito che parlava con lei e sospirava le stesse frasi: “Eh, sì, ragazza bizzarra, chi l’avrebbe mai detto?”
Poi la vicina se n’è andata e lui blaterava da solo: “C’è da andare fuori di testa in questo palazzo. Sembrano due brave donne ma una delle due è sicuramente matta, chi, però?”
Volevo gridarglielo fuori dai denti: “La matta è lei, capito? Tre mesi sotto lo stesso tetto e ora mi dà della visionaria.”
Basta, le relazioni sono strane, io le persone proprio non le capisco.
Ora ho preso un cane, non è stato semplice, vanno a ruba, si vocifera che torneremo alla fase uno e non sono poi così sicura di farcela da sola. L’ho scelto a pelo lungo, una palla soffice in cui affondare le mani, qualcosa di vivo, di reale. Profuma di coccole.
Certo, quando tutto sarà finito diventerà un problema, nella mia vita frenetica non c’è posto per lui. Ho pensato anche a questo.
Chiedo aiuto alla vicina, in fondo mi deve un favore.
È così strana, continua a fingere che non sia successo niente.

Sono una donna. Sono così sola. Non penso che resisterò a lungo.

COVID 19, fase 2.

 

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