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martedì 02 Marzo 2021
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Sbarchi migranti: record nel 2016. Si prova nuovo accordo con la Libia

Ma se siamo in questa situazione è anche grazie al governo Berlusconi, e ai ministri dell’Interno di quegli anni, Maroni e Alfano dell'epoca

Sbarchi migranti record nel 2016, si prova nuovo accordo con la Libia

Oggi si riprende a lavorare sull’accordo con la Libia per cercare una forma che rallenti l’arrivo di migranti sulle nostre coste, perché qualcosa bisogna fare: oggi il nuovo record di sbarchi con oltre 16 mila arrivi (più 36% rispetto al 2016). 800 milioni sono la richiesta dei libici in forma di mezzi e strumenti. Il governo Serraj chiede infatti navi, elicotteri, fuoristrada, macchine, ambulanze, sale operative, apparecchiature, gommoni, mute, jeep, automobili, telefoni satellitari, binocoli diurni e notturni. Bruxelles ha già stanziato in via d’urgenza 200 milioni di euro, ma è una cifra che non può bastare. La presenza del commissario europeo Dimitri Avramopoulos al vertice di questa mattina viene ritenuta garanzia per la volontà di cooperazione internazionale. C’è da augurarsi che il progetto funzioni, per il bene stesso dei migranti che, senza una strutturazione seria, vengono ad ingrossare le fila degli emarginati sociali in Italia. Lo stato di cose della situazione e come ci si è arrivati è ben scritto dall’articolo di apertura di oggi del Corriere a firma di di Milena Gabanelli.

Più Stato e più risorse L’Italia ce la può fare (se l’Ue batte un colpo) di Milena Gabanelli

Entrano, e non escono più. È la conseguenza degli accordi di Dublino: il Paese di primo sbarco deve farsi carico del richiedente asilo. Come abbiamo potuto legarci le mani così, proprio noi, che siamo geograficamente «il Paese di primo sbarco» ?

La responsabilità di quell’accordo ha nomi e cognomi. I Paesi membri hanno avuto la possibilità di proporre modifiche nel 2003, a fine 2008, e ancora nel 2013. L’Italia, pur avendo il problema in casa già esploso, non ha mai fiatato, e quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Quindi se oggi non sappiamo dove sbattere la testa, è anche grazie al governo Berlusconi, e ai ministri dell’Interno di quegli anni, Maroni e Alfano. Poi c’è la responsabilità dei governi Monti, Letta e Renzi, che hanno continuato a scaricare la gestione del fenomeno sul terzo settore, dentro al quale hanno lucrato le mafie, i furbi e gli improvvisati. Il sistema disegnato per l’accoglienza funziona solo sulla carta, ma di fatto riempie il Paese di emarginati, rischiando la rivolta sociale.

Negli ultimi 3 mesi però è arrivato il ministro Minniti, che ha firmato accordi con le autorità libiche per fermare i trafficanti di uomini, garantire il pattugliamento delle frontiere, e l’allestimento di campi d’accoglienza in Libia dove fare l’identificazione. Sul piatto ha messo 200 milioni, e il sostegno di Bruxelles. Se andrà bene (ce lo auguriamo), si rallenteranno i flussi per un po’, e in Europa l’Italia avrà un altro peso.

Però intanto come ci stiamo organizzando? Perché ai 180 mila arrivi dello scorso anno si aggiungono gli inesorabili sbarchi quotidiani; sappiamo che gli accordi libici sono una scommessa, essendo un Paese dilaniato dalle fazioni. L’Africa è una polveriera: negli ultimi 6 anni si sono aperti 15 nuovi conflitti, e l’Egitto «ospita» 5 milioni di migranti pronti a partire per l’Europa. Faremo accordi anche con il Cairo, ma pensare di bloccarli tutti è un’illusione. I credenti possono accendere un cero alla Madonna affinché i cinesi e gli indiani aumentino i loro investimenti in Africa, creando sul posto opportunità di lavoro, ma noi abbiamo un problema qui e adesso.

Minniti ha potenziato le commissioni per il diritto all’asilo per ridurre i tempi di definizione dello status (oggi ci vogliono 2 anni), nei processi ridotto il giudizio di 1° grado, ha istituito piccoli centri di «sorveglianza» per quei 1600 clandestini, il cui rimpatrio forzoso è complesso. Sta sveltendo le modalità di rimpatrio degli irregolari offrendo una contropartita ai Paesi d’origine. Però la gestione complessiva continua a stare nelle mani di cooperative e associazioni, dove le competenze si improvvisano, e allora è difficile individuare il soggetto che sta prendendo la via della radicalizzazione. La doverosa introduzione di una più rigida procedura nell’assegnazione degli appalti con relativa tracciabilità del servizio, non cambia la sostanza.

Il governo dovrebbe avere il coraggio di voltar pagina con un’organizzazione pubblica, e una visione d’impresa che trasformi «la disgrazia» in un generatore di lavoro e inclusione. A partire dalla prima accoglienza: si dovrebbero utilizzare gli edifici pubblici dismessi (ne abbiamo centinaia, dagli ex ospedali alle caserme); alcuni sono già abitabili, gli altri si dovrebbero rimettere a posto con procedure d’urgenza, invece di lasciarli marcire. Ricordiamo che nel 2016 abbiamo speso oltre 1 miliardo di euro solo in alloggi, e non sempre dignitosi.

Si dovrebbe assumere personale qualificato (medici, psicologi, insegnanti, formatori, tecnici), per l’insegnamento della lingua italiana e inglese, le regole della democrazia europea, e un mestiere, con obbligo di frequenza giornaliera e definizione di regole rigide.

Anche l’identificazione di chi ha diritto a restare e chi no, andrebbe fatta in questi luoghi. Nel vertice di oggi a Roma Minniti si troverà di fronte al suo omologo tedesco, potrebbe chiedergli di condividere con noi il software messo a punto dalla Germania e in grado di riconoscere automaticamente il dialetto di una persona, per accertare che il richiedente asilo provenga davvero dalla regione da cui dichiara di arrivare.

Trascorsi 6 mesi, a formazione ultimata, gli aventi diritto sarebbero in parte assegnati in piccoli gruppi ai Comuni, e con il contributo dello Stato, inseriti nel mondo del lavoro, e in parte riallocati nel resto dei Paesi europei con il meccanismo delle quote. Siccome il «lavoro sporco» lo faremmo noi, dobbiamo pretendere il finanziamento dall’Europa.

Su questi punti oggi a Roma si potrebbero battere i pugni sul tavolo. Il commissario Avramopoulos la scorsa primavera aveva dichiarato a Report :«Se l’Italia ci presenta un progetto strutturato in questa maniera i soldi ci sono!». Tre giorni fa al Corriere ha ribadito: «Voglio elogiare l’Italia per l’umanità e la solidarietà che ha saputo dimostrare ai tanti disgraziati; la Commissione è pronta ad aiutare ulteriormente l’italia».

Facciamo i conti: nel 2016 la spesa per l’immigrazione è stata di 3,3 miliardi, nel 2017 la previsione è di 4,2 miliardi. Dall’Europa riceviamo, a partire dal 2014, 600 milioni spalmati su 6 anni, più 62 milioni erogati l’anno scorso. Parallelamente però la Commissione stanzia un altro fiume di denaro che si disperde in mille rivoli, finanziando enti, ong e organizzazioni internazionali che operano in Italia con progetti specifici dedicati ai migranti. Poi ci sono: Il Fondo europeo regionale di sviluppo, il Fondo europeo sociale, il Fondo asilo, migrazione, integrazione. E in casa nostra abbiamo i Centri provinciali di istruzione, operativi su tutto il territorio nazionale dal 1° settembre 2015 che devono fare corsi di lingua e formazione, ma ignorati da prefetti, Comuni, cooperative. In sostanza fanno tutti le stesse cose, senza coordinamento, producendo sovrapposizioni e inefficienze.

Per trasformare la gestione «solidale» in un meccanismo controllato ed efficiente servono 2 miliardi e mezzo l’anno, e allora, signor Avramopoulos, grazie per l’elogio alla nostra umanità, ma … (l’articolo completo sul Corriere della Sera del 20/03/2017).

Data prima pubblicazione della notizia:

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