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Una ricostruzione digitale dell’opera nota come Salvator Mundi mette in discussione l’attribuzione a Leonardo da Vinci e individua nel milanese Giovanni Boltraffio il candidato più probabile. L’esito arriva da una nuova serie di test condotti con Luminari, un software che sfrutta reti neurali e grandi modelli per ricostruire lo stato originale dei dipinti e valutare la compatibilità stilistica con autori noti.
A guidare il progetto è il ricercatore brasiliano Átila Soares da Costa Filho, esperto in storia dell’arte e tecnologie dell’informazione. Secondo quanto reso noto, l’aggiornamento del sistema ha permesso di elaborare una versione “pre-restauro” del Salvator Mundi partendo dallo stato dell’opera antecedente a ogni intervento conservativo, evitando così che alterazioni postume condizionassero i risultati.
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Scopri come fare
La nuova generazione di modelli impiegata per l’esperimento utilizza oltre dieci miliardi di parametri e specifici token interni per la ricostruzione. Al lavoro di Luminari è stata integrata anche una I.A. tedesca incaricata di svolgere test indipendenti: il confronto ha mostrato una forte compatibilità tra le caratteristiche fisionomiche del dipinto e quelle emerse durante i restauri condotti da Dianne Modestini tra il 2007 e il 2013.
Dai test è emersa una probabilità dell’81% che il quadro sia riconducibile a Giovanni Boltraffio, figura attiva nel milieu leonardesco tra XV e XVI secolo. Nel sistema adottato dal gruppo di ricerca, un indice di compatibilità pari o superiore al 75% è considerato sufficiente per definire un’opera autentica rispetto a un autore identificato. Il modello ha inoltre elencato altri artisti della stessa scuola: subito dopo Boltraffio, in ordine di prossimità, è comparso il nome di Leonardo, sebbene i valori numerici associati a quest’ultimo non siano stati resi pubblici.
Il Salvator Mundi è al centro di controversie da anni. Datato convenzionalmente tra il 1506 e il 1513 e originariamente commissionato per la corte di Luigi XII, il dipinto è tornato alla ribalta internazionale quando, nel 2017, Christie’s ha battuto l’opera per 450 milioni di dollari acquistata dal principe saudita Mohammed bin Salman. Secondo le informazioni circolate, il quadro sarebbe oggi custodito in un caveau a Ginevra in attesa della mostra permanente prevista nel nuovo spazio museale Louvre-Riad.
Luminari non nasce come strumento isolato. Soares aveva già applicato la tecnologia a opere attribuite a Rembrandt, con risultati pubblicati sulla rivista Conservation Science in Cultural Heritage, e ha illustrato aggiornamenti e metodologie durante l’evento Dominus Mundi, tenutosi a Brescia nel maggio 2025, alla presenza di esperti di Leonardo. Una delle sfide affrontate dal software è quella degli autori “poco prolifici”: mentre artisti come Picasso lasciano decine di migliaia di opere su cui addestrare algoritmi, Leonardo ha una produzione accettata molto più limitata — circa quindici dipinti — e il sistema è stato progettato per operare anche in queste condizioni.
Il ricercatore invita però alla cautela nell’interpretazione dei risultati ottenuti con l’intelligenza artificiale. Secondo Soares, l’I.A. deve essere considerata uno strumento fra altri nell’attività di attribuzione e non una verità assoluta; il suo ruolo, sostiene, è arricchire l’insieme di elementi e indizi a disposizione degli specialisti, offrendo nuovi livelli di analisi che possono sfuggire alla sola valutazione umana.
Il caso del Salvator Mundi si inserisce inoltre in un più ampio dibattito culturale che ha recentemente attratto anche l’attenzione del mondo dell’intrattenimento: Sony Pictures ha annunciato la produzione di una miniserie ispirata al documentario The Lost Leonardo (2021), con Julianne Moore nel ruolo della restauratrice Dianne Modestini.
Átila Soares da Costa Filho è anche autore della ricostruzione del volto della Vergine basata sulla Sacra Sindone mediante I.A. e figura in vari organismi dedicati allo studio di Leonardo, tra cui il consiglio scientifico della Mona Lisa Foundation (Zurigo), della Fondazione Leonardo da Vinci (Milano), del progetto L’Invisibile nell’Arte / Comitato Nazionale per la Valorizzazione del Patrimonio Storico, Culturale e Ambientale (Roma), del Centro Studi Leonardeschi (Varese) e della rivista Conservation Science in Cultural Heritage.
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