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QUELLE NOTTI INCONSISTENTI di Giuseppe Pugliese [concorso letterario]

Ciò che mi impressionava maggiormente era l’inconsistenza di quelle notti. Passate sul balcone ad osservare l’inquieto passaggio di cani regolarmente accompagnati, la luce dei lampioni che sembrava più fioca del solito e le stelle, loro, invece, più nitide del solito. Il transito di autoveicoli, del resto mai tanto frequente in questa zona, era completamente azzerato. […]

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

Ciò che mi impressionava maggiormente era l’inconsistenza di quelle notti.

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Passate sul balcone ad osservare l’inquieto passaggio di cani regolarmente accompagnati, la luce dei lampioni che sembrava più fioca del solito e le stelle, loro, invece, più nitide del solito.

Il transito di autoveicoli, del resto mai tanto frequente in questa zona, era completamente azzerato.

Mancava anche la sosta temporanea di quelle macchine in cui amici o coppie di fidanzati indugiavano ancora per qualche minuto prima di salutarsi.

Solo qualche ambulanza, preannunciata dal classico brutale suono della sirena, percorreva queste strade. In aggiunta, al massimo, si intravedeva scorrere lentamente, di tanto in tanto, una rara auto di pattuglia.

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Erano notti che non preannunciavano mattine cariche di impegni e di lavoro; notti che non contenevano angosce di studenti per l’interrogazione o il compito del mattino dopo. Notti in cui anche i malati tendevano a reprimere i loro dolori, consapevoli che nessuno li avrebbe alleviati. Notti in cui le televisioni restavano accese parecchio più a lungo del solito, senza peraltro portare alcun conforto a chi ne guardava distrattamente i programmi augurandosi di non apprendere, nel mentre, altre drammatiche notizie.

Notti in cui il sonno tardava sempre ad arrivare e nelle quali spesso, benché fortunatamente non sempre, i sogni si popolavano di incubi, di brutti ricordi, di sensazioni che ti lasciavano inconsapevolmente addosso strascichi per tutta la giornata seguente.

Un accumulo di ansia che non potevi sfogare apertamente e che esplodeva continuamente in micro conflitti familiari che lasciavano il segno in ognuno di noi.

Ma, al contempo, ci siamo anche presi maggiormente cura l’uno degli altri. In questo tempo da coito interrotto che ha sospeso le nostre certezze, modificato le nostre abitudini, costringendoci a riadattarci, a reinventarci; che ci ha messo a nudo facendoci scoprire la vacuità della nostra esistenza. No, non siamo diventati più buoni, forse solo un po’ più consapevoli della debolezza, della fragilità insita in noi e in questa Terra.

E suona strano già solo questo parlarne come di un tempo passato, tanta è la voglia di rimuovere tutti quei giorni e quelle notti trascorsi in apnea; in cui il solo far riaffiorare fuori il capo per prendere aria era un gesto complesso e a volte devastante. Di certo sempre insufficiente a restituirci fiducia nel futuro.

Qualcuno forse ha imparato, o magari ripreso, a leggere; qualcun altro ha ben pensato a rispolverare il suo fisico con qualche corsetta per riprenderne il controllo. Altri hanno imparato a cucinare. Ma la maggior parte di noi ha vissuto nel dubbio e nel casino che quell’incertezza di tempi e modi provocava. Si è limitata a sopravvivere.

E ora siamo di nuovo qui. Lentamente riemersi.

Siamo come un pugile che è andato ko ed è stato salvato solo dal gong della campanella. E ora siede all’angolo. Gli passano i sali sotto il naso per farlo riprendere, affinché possa ancora saltellare sul ring e tirare qualche colpo ben assestato al suo avversario. Sempre a meno di non finire nuovamente al tappeto.

Però non si può abbassare la guardia, non si può gettare la spugna e risolvere tutto con una inaccettabile sconfitta.

Siamo uomini e fallaci, immeritatamente vivi; non facciamo ancora parte di quella schiera di gente seria che appartiene alla morte.

Possiamo ancora ridere e scherzare e tornare ad abbracciarci e a mangiar fuori una bella pizza tutti insieme. Magari potremmo persino arrivare a pensare che sarebbe il caso di non sprecarla questa incredibile, affascinante vita.

O forse no, forse questo sarebbe chiedere troppo.

 

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