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sabato 17 Aprile 2021
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QUARANTENA IN CANTINA di Donata Di Niccolò Bardi

Andrà tutto bene.
Eccome no! Me lo ripetevo spesso anch’io.
Era un mantra che vedevo scritto su stracci di arcobaleni svolazzanti ai
balconi e alle finestre di tutti i condomini della periferia di paese, ovunque
mi dilungassi agli angoli delle careggiate di campagna insieme ai panni ad
asciugare al vento.
M’aggiravo attonito con la mascherina griffata doppia J, tra quei paesaggi
piatti e monotoni della bassa pianura padana, nel circondario di un agglomerato
di case popolari e brutti appartamenti di cemento e amianto, costruiti dalla
Coopsette durante il boom edilizio degli anni ’90, dove abitavo anch’io; facendo
attenzione a non allontanarmi da un raggio di più di 200m dall’abitato per non
essere tallonato e multato dalla polizia. Eravamo in coprifuoco. Zona rossa.
Tutti termini che si sarebbero potuti sentire durante un conflitto mondiale del
secolo scorso, ma non nella pacifica Europa del 2020. E in giro non c’era
nessuno, solo randagi, come me. I dintorni sembravano un residuo
postbellico.
Cos’era successo? Forse quel che si temeva, il peggio per gli scaramantici:
la fine del mondo. Era cominciato un anno bisestile, un anno per i portaiella
sfortunato, che nel calendario lunare cinese corrispondeva all’anno del topo e
proprio lì, un posto che tutti consideravano lontano, si era scatenata una peste
contagiosa portata da un virus, che aveva già invaso le nostre case.

Sars-Cov-2, la forma di vita più elementare che esisteva in natura da
milioni di anni, sbucato da un mercato umido di Wuhan come un agile saltatore a
ostacoli, aveva fatto due salti di specie, dal pipistrello al pangolino, forse
un serpente, fino arrivare a noi, e se certamente era un’arma biologica, la mia
adolescenza era una bomba ad H, che nessuno riusciva a disinnescare.
Guardavo con la stessa indifferenza con cui mi trattavano ai rumorosi
coinquilini e fastidiosi dirimpettai, che nei miei sedici anni scontrosi
consideravo appena. Non avevo mai avuto grande simpatia per il genere umano. Io
non sapevo niente del ’900, ero un millennials e poco mi fregava. Odiavo il
mondo, in torto marcio con me, e chi lo abitava, una specie grossolana di
razziatori e deturpatori del pianeta e la mia idiosincrasia andava peggiorando.
La storia mi era indifferente come era stata indifferente con me. Mi interessava
solo l’attimo fuggente che mi sfuggiva di mano. Volevo affogare la realtà nei
mondi virtuali, che mi sembravano decisamente più appetibili e migliori dello
squallore che mi era stato regalato.
A sedici anni non ero più quel bambolotto che doveva riempire il vuoto di
una coppia sterile. Avevo obbedito diligentemente fin da quando ero stato
portato dentro quel nuovo nucleo a me estraneo chiamato famiglia, lontano
cromosomicamente anni luce dal mio spirito.
Tutto partiva dal disagio di un trasferimento, un banale trasloco. Avevamo
lasciato una casa grande, dove avevo la mia cameretta, per una più nuova, un
blocco di cemento senz’anima, dove la cameretta era scomparsa. Io stavo
crescendo, non avevo più nove anni come quando ero arrivato. Non volevo dividere
il mio spazio con nessuno ed era cominciata la ribellione.

Vivevo da separato in casa con due individui, per non dire tre, una vecchia
petulante contadina, la madre di lei, con la quale mi ritrovavo all’improvviso
costretto a condividere quello che di diritto ritenevo dovesse essere un mio
spazio personale.
La mia adolescenza non era stata preventivata dalle figure putative che si
erano prese carico di me ed era sembrata loro un affronto, una cosa che i bravi
bambini non devono fare: quella di crescere. I conflitti si erano moltiplicati a
suon di porte sbattute, invettive, silenzi e lunghi musi e ancora prima
dell’arrivo della pandemia vivevamo trincerati dietro steccati irremovibili di
incomprensione e orgogli feriti.
Gli adottanti avevano illuso i servizi sociali che tutto “andava bene”.
Ancora quella parola. Lo si diceva proprio quando niente andava bene, per
rinfrancarsi e non ammettere la sconfitta.
In quell’alveare di condomini, non sfuggivo agli sguardi sbiechi, scrutini
feroci, giudizi taglienti e malevoli dicerie degli inquilini, vicini di casa e
dirimpettai che m’additavano “Non è quello il ragazzo che hanno adottato?”
“Dicono sia problematico” “Quei poveretti li fa tribolare!”.
Io ero cattivo ed era colpa mia. Detestavo la vita di topo d’appartamento,
dove tutti sapevano tutto di tutti. Non mi piacevano gli ammassi, le masse, i
conglomerati urbani, i quartieri. Avrei voluto avere lo stesso coraggio del
Barone Rampante e andare a vivere su una pianta in santa pace per tutta la vita
e non tornare più giù. Mi comprendevo solo con Giacomo, che tenevo in tasca,
l’unico vero compagno della mia infelice adolescenza. Quale allor ci apparia la
vita umana e il fato!

Frattanto spuntavano parole anglofone che la gente non aveva mai sentito
per definire la condizione di confinamento nella quale ci trovammo
all’improvviso tutti: lockdown; che voleva dire incarcerati tra le pareti
domestiche. E tutto per quel virus cinese dalla forma a coroncina che tutti
avevano imparato a conoscere come Coronavirus. Una corona con spine che
penetravano nelle nostre cellule oltre che nell’anima e provocavano sofferenza e
morte. I bambini lo disegnavano come uno strano animaletto rosso con spuncioni
sulla testa, ma scuole, negozi, ristoranti, alberghi, aeroporti erano serrati
per il diffondersi progressivo della peste che quell’essere microscopico e
inconsistente aveva scatenato. Uno tsunami che aveva travolto il mondo intero.
Alla prima scioccante, colossale ondata, il genere umano accomunato dallo
stesso destino, si era stretto in una morsa di solidarietà, tendendosi la mano
per mettersi tutti in salvo sull’Arca dell’Alleanza. “Andrà tutto bene”
dicevano, sventolando ovunque le bandiere della Conciliazione e Fratellanza,
anche se io non credevo in quell’estemporanea bontà dell’uomo. Superata la
paura, ogni volatile benevolenza sarebbe svanita in un istante, succedeva sempre
così con i grandi spaventi.
Dai teleschermi vedevo solitarie immagini di papa Francesco bianco in
piazza San Pietro che diceva “Nessuno si salverà da solo”. Se affonda uno,
affondano tutti, quello era il concetto.
Fino allora ero stato bambino, ma adesso non lo ero più e quel naufragio
collettivo dell’umanità mi faceva sentire naufrago in mezzo ai naufraghi, e
forse meno solo in una solitudine condivisa. L’unica volta che non mi sentivo
deprivato di niente, neanche di amore mancante che gli altri avevano.
Gli infelici come me avevano colto persino l’opportunità di guardare a
distanza le persone, senza contatti e il distanziamento giovava alla mia
ritrosia asociale, facendomi acquistare qualche punto. Per una volta nella mia
vita tutti partivano dagli stessi blocchi di partenza e potevo sentirmi uguale
ai fortunati, predestinati, favoriti dal destino. Non era più il singolo, ma
l’intera umanità, patrizi e plebei, ad essere in pericolo.

La Terra appariva d’un tratto una landa desolata, con città spopolate e
deserte, visitate da animali selvatici che facevano festa, movide e banchetti.
Anche la natura non l’avevo mai vista più felice, tornare silente e rigogliosa,
riprendersi i suoi spazi; ma a quella felicità corrispondeva l’infelicità
dell’uomo. Sarebbe mai stato possibile conciliarle?
Non avevo mai visto la Terra così sola, si poteva tagliare il silenzio con
una lama, ma io in quella solitudine ci stavo bene, era il mio luogo ideale.
Dove non stavo bene era nella moltitudine, nel pullulante, indistinto laborioso
formicaio umano, una carneficina, quell’andare avanti ciecamente a tutti i costi
per arrivare da qualche parte. E quelli che restavano indietro ai bordi non
venivano soccorsi e raccolti, ma trasportati come larve e mangiati. Non sapevo
neanche se sarei arrivato alla maturità, per fare poi cosa se non c’era un
futuro davanti.
Già alla seconda ondata, perché uno tsunami non finisce con la prima onda,
dopo mesi di reclusione e un numero di vittime da sterminio, che neanche un
conflitto mondiale ne aveva fatte tante, il genere umano insofferente e stanco
non aveva più voglia di cantare né salvare il prossimo. Anzi nell’ora d’aria
concessa, i condannati si guardavano in cagnesco, con sospetto e disprezzo nelle
lunghe file ai supermercati e poste, brutti e mascherati come batman, vedendo
nell’altro l’untore, il possibile nemico.
Cos’è che doveva andare tutto bene?
La cattiveria, tenuta sotto le ceneri, era riaffiorata e divampava. Gli
sguardi in tralice Nuntereggaepiù si sostituivano alla scritta, che tanto mi era
venuta a noia, “Andrà tutto bene”, del tutto ammainata da finestre e balconi.
Ecce Homo, ecco l’uomo, così disse Ponzio Pilato prima di far condannare Gesù.
Qual era la vera umanità: buona o cattiva?
Noi terrestri eravamo dentro fino al collo allo sfacelo della natura da noi
antropizzata, finiti tutti nel calderone del surriscaldamento globale.
Dominavamo il pianeta nell’epoca da noi inaugurata dell’Antropocene, un
sopravvento sull’anima dell’Homo sapiens sapiens, ridotta a brandelli, svanita,
liquefatta, in un globo fluido e instabile, che si stava sciogliendo.
Diciamocelo chiaramente, il mondo era in sfacelo e avanti di quel passo nel 2050
non ci sarebbero state più api né orsi polari. Greta urlava ai potenti la sua
disperazione, di fare qualcosa, per una casa comune che stava bruciando, che
quella pandemia in fondo l’avevamo scatenata noi.
Io mi sentivo bene nei naufragi, possedevo la misteriosa forza delle
persone fragili che non si ritirano mai al cospetto di una tempesta, sentendomi
vivo in balia dell’esistenza, solo sfidando i miei limiti come un Crusoe pronto
ad affrontare il peggio, che tanto il meglio toccava sempre agli altri; quelli
nati con la fortuna in poppa, la tettarella, la camicia di mamma. Ma il
naufragio non doveva essere solo mio, di tutti, in un Diluvio universale, dove
finalmente ingiustizie e inuguaglianze si livellavano e veramente eravamo tutti
uguali: immersi in una sospensione che chiamavamo presente.
Fu un momento tedioso per tutti, tranne che per me. I virologi
rassicuravano la popolazione che eravamo all’ultimo miglio, ma la gente non ci
credeva, non ne poteva più, voleva solo evadere. E a un passo dalla liberazione,
pensando tutto dovesse esser finito, ecco arrivare la terza ondatSi diceva che
bambini e giovani fossero immuni al Coronavirus, ma nel frattempo lo scaltro
virus aveva cominciato a mutare e alla terza ondata, investito anch’io dalla
pestilenza avevo beccato la variante inglese ed ero diventato positivo.
In fondo non mi dispiaceva granché; se per questo anche Ronaldo dopo
l’infezione era tornato a giocare a suon di goal. Che fare? Dovevo trovare un
sistema fuori da quella scatola, che chiamavano casa, dove restare in
quarantena. Quo Vadis?

Il solaio no, troppo polveroso e in comunione con i coinquilini; il garage
neanche, troppo freddo e già occupato dalla Uno; l’albero in giardino sofferente
per l’inverno, privo di chiome non aveva privacy.
Ecco, idea geniale. La cantina!
Quei due non avrebbero potuto dirmi di no, dovevo rimanere isolato, ero
costretto adesso, se non volevo far morire anche la vecchia, ahahaha.
Perciò a una rampa di scale sotto l’appartamento dov’ero stato inscatolato
per anni, mi ritagliai un posto tutto mio, e lì, con la gioia nel cuore, mi
accampai. Un momento di evasione incredibile tutto per me, ho pensato. Avevo
fatto rifornimento di cibo, scatolette di sgombro, acciughe, tonno e per di più
non mancavano casse di acqua e scaffali di vino, dove ci impilai pure dei libri.
Insomma, mi ero sistemato niente male, anche con un tavolinetto, il PC portatile
per studiare in DAD senza vedere le loro facce, sebbene il segnale fosse un po’
debole. Davanti alla parete avevo appiccicato il mio primo poster. Un iceberg.
Io ero il sotto.
Per dormire, avevo allestito una brandina con coperte e sacco a pelo. Una
figata. Non mi mancava niente. Mi potevo chiudere dentro a doppia mandata, così
non rompevano. Adesso avevo un motivo, una valida ragione per farlo, seppur
assurdo dover aver motivi per essere liberi.
Potevo sentire i loro ciangottii e frenetici passi sulla testa, ma non mi
fregava niente. Assaporavo la libertà senza dovermi conformare a quello che non
ero. Una finestrella mi faceva da oblò, dove mi arrampicavo per vedere il cielo.
Avrei volentieri anche suonato, ma quella “figlia della petulante” aveva detto
che la musica non era importante nella vita e quindi non avevo una chitarra.
Inutile dire che la quarantena fu l’esperienza più bella mai vissuta
allora. Mai avrei creduto in quel lungo periodo di isolamento di scoprire il
diritto di appartenere a me stesso. Una condizione che non volevo perdere. Avevo
un posto tutto mio, dove studiare, sognare, desiderare e vivere senza
interferenze e disturbo. Volevo il diritto di essere lasciato in pace, che si
dimenticassero di me. In quella cantina ci stavo bene e non mi importava niente
di fare i tamponi per guarire. Ero positivo al Covid, ma anche più positivo con
me stesso. In tutta la mia negatività ero positivo. Volevo solo uno spazio per
me, non chiedevo altro. Non ero mai stato così positivo in vita mia.
Non ricordo chi disse: Voglio credere che alla fine “Tutto andrà bene”. E
se non va bene, significa che non è ancora la fine.
Già, perché non poteva finire così. Ci speravo.
E chissà se sarei più uscito da quella
cantina!

 

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