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Purtroppo moltissime persone oggi assumono psicofarmaci, a tutte le età: antidepressivi, ansiolitici, sonniferi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore; spesso tra loro ci sono giovani donne in età fertile che giustamente, ad un certo punto, desiderano avere un figlio. Allora, sapendo che in gravidanza è sconsigliato assumere psicofarmaci, cominciano ad interromperli scalandoli più o meno velocemente fino ad arrivare alla sospensione e al gioioso giorno del concepimento; oppure tali giovani donne restano incinte involontariamente e sono costrette ad interrompere bruscamente la cura in atto. Passano le settimane e sembra non succedere nulla ma l’astinenza da psicofarmaci e soprattutto da antidepressivi, sfocia in ansia, insonnia e depressione non subito ma da 1 a 3 mesi dopo l’interruzione della terapia e quindi in piena gravidanza; a questo punto, se la depressione è grave, accanto ad un sostegno psicologico, si impone il ritorno alla terapia antidepressiva.
Ma è cosa nota come sia estremamente rischioso per il feto assorbire molecole antidepressive dalla placenta e il motivo è intuitivo per tutti: gli antidepressivi più utilizzati oggi, noti come SSRI, elevano la concentrazione di serotonina nel cervello (e anche nel resto dell’organismo), serotonina che non ha solo a che fare con l’umore ma regola anche il comportamento sessuale, alimentare, lo stile neuropsicologico, la coagulazione del sangue, l’espressione di molti geni e mille altre fondamentali funzioni corporee.
COSA SUCCEDE SE UNA MAMMA ASSUME PSICOFARMACI IN GRAVIDANZA
Sebbene molti bambini nati da madri che in gravidanza hanno assunto antidepressivi nascano, crescano e vivano sani, può capitare che qualcuno nasca con malformazioni più o meno visibili o che si manifestano dopo la nascita; è insomma intuitivo che far vivere un feto durante la gestazione imbevuto nella serotonina non facilita certo uno sviluppo psicofisico sano. Concentrandosi solo sull’aspetto psichico che è il più delicato, sembra che la serotonina in eccesso cui viene esposto il feto di una madre che sta assumendo antidepressivi, inibisca sia la formazione di nuove connessioni nel cervello (sinaptogenesi) che la mielinizzazione degli assoni (la mielina è come il rivestimento di un filo elettrico, necessaria al corretto funzionamento dei nervi) con conseguenze anche gravi e imprevedibili sulla delicata dimensione psicoaffettiva del nascituro (ad esempio, sembra vi sia una maggiore probabilità di autismo nel nascituro).
UNA TENDENZA IN AUMENTO
I dati epidemiologici parlano di un generico, aumentato rischio, di sviluppare depressione per le donne durante la gravidanza (depressione pre-natale da non confondere con la depressione post-partum) rispetto alla popolazione femminile non gravida di pari età e questo dato è certamente strano e contro-intuitivo dato che la natura stessa incentiva e premia la procreazione; tuttavia sembra un dato reale e la causa non è unica ma comprende aspetti ambientali, economici, situazionali, affettivi; ma, sicuramente, almeno nel mondo occidentale, c’è da considerare l’aspetto dell’astinenza da psicofarmaci su riferita.
Dunque colgo ancora una volta l’occasione per esortare le persone e soprattutto i giovani, a non cedere al sistema in vigore che tende a medicalizzare i sentimenti negativi o i difetti psicologici proponendo un rimedio chimico per disagi che spesso sono parte inevitabile della vita.
Tornando agli antidepressivi, è allettante per tutti la possibilità di sentirsi più sereni ed energici ma dietro al possibile, temporaneo vantaggio, si celano insidie che vanno conosciute ed evitate:
- gli antidepressivi, se funzionano, non lo fanno per tutta la vita ma solo per qualche anno, dopo di che comincia la giostra degli aumenti di dosaggio e dei cambi di molecola, spesso con scarsi risultati
- tali molecole provocano nella stragrande maggioranza degli assuntori disturbi della sessualità (che talvolta non si risolvono alla sospensione della terapia) e calo di fertilità
- provocano forte dipendenza perché se li vuoi sospendere spesso stai peggio di quando hai cominciato ad assumerli e quindi sei costretto a ricominciare: gli antidepressivi, lungi dal curare la depressione, tendono invece a cronicizzarla facendo emergere anche disturbi prima non presenti (volevi curare un disturbo ossessivo e ti puoi ritrovare dopo qualche anno non solo col disturbo ossessivo ma anche con la depressione e l’insonnia)
Detto questo, vorrei chiarire che ci sono alcuni casi, pochi per fortuna, nei quali gli antidepressivi sono indispensabili, come gravissime forme di disturbo ossessivo o depressivo, casi in cui la terapia psichiatrica si impone ed è spesso un salvavita; ma i suddetti casi sono incommensurabilmente inferiori ai casi oggi trattati, casi che spesso non sono malattie psichiatriche ma solo reazioni inadeguate ai normali ostacoli della vita oppure reazioni normali ad uno stile di vita artificiale e patogeno.
Angelo Mercuri
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Prezioso intervento. Speriamo lo leggano in molti. Anche qualche psichiatra…