MAMMA POSSO TORNARE A SCUOLA? di Chiara Andreatta [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 01/08/2020 ore 19:50

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

Mamma posso tornare a scuola?

Quella stessa mattina di fine Febbraio in cui la più grande dei miei tre figli, reduce da una settimana di febbre alta quasi esultava per la chiusura della scuola, il medio mi chiedeva perché non poteva recarsi in classe come di consueto.
Le cartelle pronte, i compiti fatti, i grembiuli puliti sopra la sedia. Quelle certezze quotidiane si scontravano con le incertezze su questa strana pausa, inaspettata da tutti e soprattutto non voluta. I giorni passavano e accompagnavano un senso di smarrimento più totale a ogni componente della famiglia.

A noi piaceva la routine, faticose giornate passate a correre per poter incastrare corsi di nuoto, di danza e gli scacchi. L’aiuto prezioso dei nonni veniva a mancare non solo nel senso pratico. Per noi i nonni sono quelle persone speciali che non devono fare semplicemente le veci dei genitori ma si occupano dei nipoti come se fossero i gioielli più preziosi. La loro compagnia li allieta, li diverte e li protegge e, non sempre in fondo alla lista li vizia! Eravamo soli in casa con i dubbi e le preoccupazioni dei grandi come l’esperienza della didattica a distanza tra maestre e alunni ma a stretta vicinanza per la mamma che aveva dato tutta se stessa per accompagnarli nell’avventura, la cassa integrazione del marito che pur avendo un buon posto di lavoro si era trovato a convivere in gabbia per un bel po’. Chissà quante volte aveva pensato si trattasse di una gabbia di matti.

Anche le preoccupazioni dei più piccoli non erano da meno come non festeggiare degnamente i prossimi compleanni degli amichetti del cuore, quanto era grande il virus e provare a disegnarlo per poi sconfiggerlo virtualmente con strati di matita nera o addirittura l’indelebile. Tanti lavoretti manuali come i classici lenzuoli appesi ai terrazzi e nei giardini, la pasta di pane i biscotti per una sana merenda non confezionata (una volta tanto!).

Avendo il giardino e a disposizione tante giornate di sole avevamo sfruttato quegli spazi come non mai. La gara dei canestri, palla prigioniera e le capanne per proteggerci sapendo che forse non sarebbero bastate neanche quelle… questa convivenza, a differenza di molti ci ha reso più forti e determinati a scegliere l’unione per le decisioni familiari, a scegliere il dialogo anche se a volte si stava bene in silenzio. Ma sebbene tutto filava liscio e ci eravamo abituati a stare chiusi tra le nostre mura, incombeva su di noi un malessere interno. Mancavano le urla dei bambini all’uscita della scuola, mancava il contatto fisico con gli amici, gli abbracci e i sorrisi. Mancava l’aria. Non ci si abitua a certe situazioni o meglio non ci si rassegna a determinate privazioni della propria libertà.

Ricordo le scatole dei gelati passati dal nonno di nascosto tra la siepe e la grande che si dilettava con le prime videochiamate alle amiche mentre io sfornavo dolci e pizze manco fossi una fornaia, ricordo il sudore di mio marito abituato a star seduto in ufficio per i lavori di giardinaggio che gli ho imposto per rendere la nostra casa ancora più bella ma ricordo soprattutto quando mio figlio mi chiedeva ogni mattina con gli occhi malinconici perché la scuola fosse ancora chiusa e perché non poteva rivedere le sue care maestre e i compagni. Non si accontentava più di vederli da un monitor, era piacevole ma non sarebbe bastato. Come non era bastato rivoluzionare i mobili del salotto per creare una postazione degna per le lezioni on-line. La piccola di casa ci portava le chiavi e ci accompagnava al portone nella speranza fosse il giorno giusto per uscire e ricominciare a vivere sul serio.

 

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