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Le Madri. Di Andreina Corso

Capitolo I So che stai arrivando con un sorriso di circostanza stampato in faccia. La tua visita è un calvario cui mi sottoponi due volte la settimana. Altri due giorni la croce la passi a tua sorella Carolina, che a differenza di te arriva imbronciata e pronta a raccontarmi le sue angustie. Crede che m’interessino, […]

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Capitolo I

So che stai arrivando con un sorriso di circostanza stampato in faccia. La tua visita è un calvario cui mi sottoponi due volte la settimana. Altri due giorni la croce la passi a tua sorella Carolina, che a differenza di te arriva imbronciata e pronta a raccontarmi le sue angustie. Crede che m’interessino, che mi diano pena. Io la accontento, sgomenta quasi di non provare niente. Il piccolo deve operarsi il ginocchio, mi dice con voce lamentosa. Mi spiace, dico io, poveretto, solo che non lo conosco quel bambino, non so niente di quel ginocchio, cosa c’entro io con le ossa dei vostri figli, con la salute delle vostre famiglie? Sto al gioco, al vostro gioco, poiché fuorigioco. Però adesso voglio essere io la protagonista di questa farsa. Almeno questo privilegio, giacché la commedia è già stata messa in scena da qualche tempo. Sono una vera attrice, anzi, artista e vi mostro come si recita un copione. Mi sono allenata e il sipario è sempre aperto. Lo sorreggono, ai due lati, forti cordoni color oro, forse per valorizzare la stoffa di velluto rosso che ho scelto per il mio racconto.

Tu, Lorenza, mi appari con un sorriso e il volto un po’ accaldato di chi fa le cose di corsa. So che mi porterai il solito pacchetto di biscotti. Sono biologici, mi confermi ogni volta. Bene, dico io, grazie. Sono biologici, hai ripetuto fino alla noia – e ti giuro che la noia ho imparato a conoscerla bene – dolci rigorosamente naturali per una donna vegetale. E’ una grossa distinzione ormai, la specificità biologica. Si è più attenti agli ingredienti di un dolce che alla vita delle persone. Certo, la vecchiaia non porta in sé grandi convincimenti o argomenti. È un pane duro ammuffito dentro una polverosa credenza, la mia vita, ormai. In fondo sarebbe un pane ancora appetibile, se si trovasse in un periodo di guerra o di carestia. Potrebbe persino giungere piacevolmente al palato. È relativo e dubitante il senso del gusto. Il mio sonno finto nasconde tutte le parole che mi girano intorno. Sposto la sedia a rotelle dalla porta della mia camera a quella della sala da pranzo, la metto di lato in posizione obliqua, così non disturba gli inservienti che stanno apparecchiando le tavole. Sono le cinque, o le diciassette se preferisco, fra un po’ si cena. Ed ecco che già arrivano i pasti, sento l’aroma di cibo caldo sovrastare l’odore indescrivibile del reparto. I primi giorni quell’odore mi sembrava insopportabile: un alone nauseabondo, nonostante le continue pulizie dei pavimenti e dei vetri, domina le stanze, ma adesso lo sento appena. Il profumo del cibo fa miracoli sull’anestesia dell’olfatto, una ventata di primavera su di noi. Mi dicono che non camminerò più, eppure qualche mese fa camminavo. A casa e fuori, soprattutto al parco, qualche passo con il bastone lo facevo, a volte anche una piccola passeggiata che a me sembrava un viaggio, dove si arriva contenti e rinfrancati davanti ad una panchina del parco che era sempre felice di vedermi. Accanto a me si sedevano due amiche che tenevano stretti in mano sacchetti pieni di pane. Gli uccelli le aspettavano tutti i giorni, ed era bellissimo vederli mangiare, girarci intorno senza paura. Com’ero felice: in quei momenti volavo anch’io.

Invece adesso mi hanno infilato un catetere, è più comodo, hanno insistito mentre io dicevo che provavo dolore, che mi bruciava quel che resta del mio povero sesso deteriorato, che quel tubo di gomma mi causava disagio e malessere, soprattutto quando si sta seduti per ore e ore su una sedia a rotelle. Allora va a letto – dice mia figlia – in posizione distesa, non lo senti. Va a letto, m’intima spesso un’infermiera con tono deciso. Nell’osservarla penso che potrebbe essere una mia nipote. Non ha neanche vent’anni e mi dà del tu, come si addice a una coetanea. Vado signorina, le rispondo educata. Lei fa un cenno con la testa. Brava, mi dice rivolgendosi a una sua scolara. Grazie, dico io, signorina. Conviene essere ubbidienti qui dentro, si capisce che siamo di peso a tutti. Sto al gioco. Va bene, decido avviandomi verso il mio posto e la mia vicina, Ida, che ha settant’anni – ed è giovane rispetto ai miei ottantacinque – non parla, non muove la testa. Sta lì, ad aspettare che arrivi il giorno. E poi la notte. E poi ancora… Mi chiedo a cosa pensi, a quali ricordi riesca ad attingere la sua memoria. Mi turba quel suo guardare fisso verso il muro. Le ombre appena in evidenza che sfiorano il soffitto ammuffito sugli angoli formano un quadro di segni smarriti che i miei occhi non riescono a fissare. Che cosa è accaduto, cosa ci è successo? E tu cosa vedi, Ida?

Eppure camminavo, giuro che è vero. Cantavo, scrivevo lettere, leggevo con piacere libri di poesia. Mi facevo prendere dal fascino ritmico delle rime e a ogni lettura attendevo che qualcosa dentro di me nascesse, spiavo il fiorire di un’emozione sconosciuta, un bisbiglio efficace di complicità segreta. Prendevo le pillole per la pressione e qualche antidolorifico per l’artrosi. Vivevo nella mia casa e non ero neanche poverissima. Ero una donna. Una vedova anziana che ha amato e curato i suoi figli. Due femmine e un maschio che adesso vive in America. Avevo occhi stupiti davanti allo spuntare di una gemma e sorrisi sinceri per ogni gentilezza. M’intenerivo guardando le mani di un neonato che succhiava il ciuccio.

Ciao mamma, come stai, mi dici ogni volta uscendo da una nuvola di profumo invadente più delle parole. Sto bene, ti rispondo, mentre mi chiedo chi sei, cosa vuoi, mentre sento che dovrei amarti, ma non ce la faccio, mentre prendo atto che non mi appartieni più, quegli occhi non li conosco, quel sorriso non lo voglio. Tu non sei più tu ed io non sono più io, sono una specie di vecchia, né malata né sana, né morta né moribonda. In questo limbo trascorrono i giorni e le notti quelli come me, provvisori e in caduta come mele dall’albero. È strana la mia voce quando m’interesso a te, quando tento di preoccuparmi dei tuoi familiari. Mi assalgono le tue preoccupazioni che finiscono con un sospiro, come dire, non puoi capire, sei in un mondo tutto tuo, sei perfino diventata egoista, beata te che te ne stai tranquilla, servita e riverita, con tutte le cure di cui hai bisogno. Costa tanto, sai, questo posto! mi rinfacci ogni tanto, per ravvivarmi la memoria e per sedare la mia voglia di evasione. Lo so, lo so, dico io con la testa affollata di papaveri al sole, grazie, grazie. So che quei fiori non me li può togliere nessuno, il rosso è tutto mio e loro sono consenzienti: del resto è un mio segreto da non svelare. Soprattutto a te. Lo hai detto anche tu che sono egoista. Costa tanto. Già, quanto costa? Qual è il prezzo della mia vita risucchiata in un vortice di desolazione, di malattia e di abbandono? E perché i raggi del sole che pur entrano anche da queste finestre non scaldano le ossa, non mi rallegrano, e svegliano il corso del sangue in tutta solitudine?

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Sembrano corone d’oro sulla testa di vecchie quasi morte. Che strana luce quella mossa dalla pietà del tempo! Che cosa dicevi, cara? Costo troppo? Vendi la mia casa, così non peso su nessuno. L’hai già venduta? Sono sollevata. Scusa, ma non avevi detto che dovevo stare in questa specie di ospedale per un breve periodo? E se non possiedo più casa, dove vado quando esco? Avevate scherzato? Sì, dai, giochiamo! Mi avete mentito, volevate liberarvi di me? Non è vero, sono anche cattiva? Una madre deve sempre capire e sacrificare, mi supplicano i tuoi occhi. Sì, e non ti rimprovero. Provo a capire la vostra ferocia, così farò della crudeltà, una bontà travestita. Stai osservando la mia stanza, ci tieni a dirmi con goffa enfasi che è bella, grande, confortevole, che i medici mi controllano giorno per giorno. Vorrei urlare che da quando sono qui dentro, ed è già passato un anno, il medico mi ha visitato due o tre volte, te lo direi se ne valesse la pena, ma so che non ti convincerei. Tu il medico ce l’hai nella testa, se manca lui, come fai a convincerti che sono tanto malata e che solo questo carcere per vecchi è adesso il luogo della mia vita. La cuccia della mia coda. Mamma devo andare, mi comunichi sorridendo. Vai pure, sta tranquilla, qui mi trovo bene, non scappo, le rispondo con voce metallica. Che fine ha fatto la mia vera voce? Mi osserva mentre m’infilo dentro il letto, spostando il tubo di gomma sotto le coperte. Vuoi che ti aiuti, mi chiede? No, grazie, faccio da sola. In silenzio si siede per qualche minuto sul copriletto, io chiudo gli occhi e fingo di dormire, lei si alza piano, mi bacia sulla fronte, finge di credermi addormentata. Sento il cigolio della porta che si chiude, vedo la maniglia che si muove e che mi conferma che finalmente se n’è andata. Rimango immobile con la testa appoggiata sul cuscino. Lo tocco e sento che è bagnato. Che stupidi occhi, i miei, piangono anche quando non vogliono. Evidentemente non sanno più trattenersi, in sintonia forse con quel tubo di gomma che difende gli incontinenti.

Le campane suonano a più voci, a più toni. Una su tutte s’impone sulle altre con un tocco che attraversa le tempie. Forse è quella più antica, ma non sembra stanca di imporre la sua forza magnetica sbaragliando il cielo, facendo fuggire gli uccelli dai nidi, costringendo le nuvole a spostarsi e a cercar riparo. Adesso so che la vita anziana e la campana antica non hanno niente in comune. I vecchi hanno una voce flebile, abbandonata dalla parola.

L’infermiera entra nella stanza, dà un’occhiata a Ida, le aggiusta le lenzuola, le accarezza una mano. Tu sì che sei brava, borbotta, dovrebbero essere tutte come te. E mi guarda. Per caso vorrebbe rimproverarmi perché non sto più male di Ida? Per guadagnarmi il suo “brava”, dovrei giacere immobile sul letto, sparire? Ho sete: vorrei chiedere un po’ d’acqua, ma non è il caso di fare richieste esagerate. Credo di avere il letto un po’ bagnato, ma è meglio che non mi senta dire che l’ora del cambio della biancheria è già passata. Resto così, sto al gioco. Se m’impegno, non sento neanche l’umido, mi asciugo con la camicia. Di fronte al mio letto c’è un tavolino coperto da una tovaglia bianca di lino. Un dono dei figli che per farmi felice hanno abbellito la stanza con una pianta e tante cornici di nipoti di cui non ricordo il nome. Mi guardano quei volti di carta, mi fissano inutilmente. Un infermiere mi ha chiesto di loro, che bei bambini, ha detto, sono i suoi nipotini? Ricordo di aver finto di dormire e di aver maledetto la nascita della fotografia, la sua mania di testimoniare e di fermare il tempo. Non era più sopportabile per i miei occhi insistere su volti fermi che ti amano, immagini colorate che offrono visi sorridenti che assistono alla tua fine. Io però ho deciso di resistere, di non farmi abbindolare dal fascino delle cose. Adesso davvero posso fare a meno di tutto. Come stai, Dora, mi chiedono ogni tanto gli infermieri. Io rispondo che sto benissimo e che non ho niente di cui lamentarmi. Vorrei vedere, mi apostrofano, guardati intorno, tu sei fortunata, guarda la tua vicina di letto, ed è tanto più giovane di te! Ormai ho capito come mi devo comportare, devo espiare la condanna per non essere stata ancora sconfitta dalla vecchiaia, dalla malattia e da questo posto. Almeno per il momento. Ve lo faccio vedere io, resisto. Faccio come la pianta sul tavolo, un tronchetto della felicità, pare si chiami, che si accontenta di un po’ d’acqua ogni tanto, ha un fusto robusto e poche foglie verdi in cima. Mi sforzo di scoprire, dove sta la felicità e la osservo attentamente dal mio letto. Talvolta m’inquieta la sua forma e mi disturba quella struttura solida sproporzionata rispetto la scarsità delle foglie. Perché m’interessa? Non saprei dire, ma qualcosa mi conferma che la sua forma mi riguarda. Non mi stupirei se un giorno all’improvviso, mentre getto un po’ d’acqua sulla terra del vaso di terracotta mi sentissi dire, grazie! Io potrei dirle: prego! Sarebbe l’inizio di un’amicizia singolare, ma in fondo non estranea in natura a intrecci impensati e imprevisti. Io sarei per lei l’unica donna e lei per me l’unica pianta. Come il Piccolo principe, il libro che leggevo ai miei figli quando era piccoli – e a quel tempo erano proprio miei, solo miei – avrebbe riconosciuto la sua volpe fra migliaia di volpi, io avrei riconosciuto il mio tronchetto della felicità fra i tanti esposti in una serra. Non avrei fatto niente di speciale per guadagnarmi il suo amore. Le avrei dato un po’ acqua e la terra avrebbe detto, grazie. Anche lei.

Andreina Corso

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Andreina Corso
Andreina Corso
Cittadina 'storica' di Venezia, si occupa della città e della sua cronaca. Giornalista, insegnante, autrice letteraria, poetessa.
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2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Le feste consumistiche non fanno per me. Celebriamo le mamme senza falsa retorica. Le istituzioni diano aiuti concreti alle mamme invece di dare bonus per incentivare le nascite. Nel Comune di Venezia ci sono 200 bambini che non hanno trovato posto negli asili nido pubblici, 150 in Terraferma, 50 tra centro storico e isole. Poi non blateri il signor Sindaco sulla politica del fare se per prima sono le istituzioni a non fare, non blateri su “ci giudicheranno i bambini”, senza opportunità di aiuto per mamme e bambini le natalità scenderanno sempre più, specialmente a Venezia d’acqua, così eviterà di essere giudicato. Meno Stato più privato e più capitalismo. Le scuole private non dovrebbero esistere, non è vero che sono migliori, nelle scuole private non è concesso ai genitori di eleggere i loro rappresentanti e se si hanno il loro limite, mi riferisco principalmente ai controlli MENSA la cui fornitura dei pasti è sostenuta da appalti cattering. Il cattering per bambini è pericolosissimo e si mangia malissimo, talvolta pasti freddi e porzioni molto scarse oltre allo sfruttamento lavorativo a basso costo delle scodellatrici dei pasti. Controlli più frequenti e severi su ciò che mangiano i bambini. Confrontandoci con gli altri Paesi Europei, l’Italia e alla fine della coda. In Germania gli asili nido sono gratuiti mentre in Italia ti mangiano una bella fetta del misero stipendio. Forza mamme difendete i vostri figli e pretendete i servizi istituzionali che la tanto decantata democrazia vi deve. Tirate fuori la grinta e lottate per il presente ed il futuro. Buona festa della mamma.

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