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Le Baby gang e noi. "Quello non è mio figlio...".  Di Andreina Corso

Ma come è possibile, no, quello non è mio figlio. Eppure è lui, ripreso dalle telecamere di un negozio che lo hanno immortalato insieme ai suoi amici della gang, mentre picchiava il primo malcapitato. No, ancora dice una madre in lacrime. Quello non è mio figlio.

E’ vero, quel ragazzo assomiglia al figlio che ogni sera si addormenta abbracciato al suo gatto, che frequenta la scuola con buoni risultati. No, non è lui, ci deve essere un imbroglio, forse è un sosia del suo bambino, no, non è il suo. Del resto la sua è una buona famiglia, ci si vuol bene e D. gioca sempre con la sorellina, la coccola e la protegge.

Poi c’è un’altra madre che conosce il ‘caratterino’ pepato di suo figlio, sa che qualche volta, anche a casa e a scuola alza la voce e lei lo rimprovera come può, il marito non vive più in quella casa, gli insegnanti le fissano i colloqui chiedendole di intervenire. Sì quello è proprio lui, il suo M., mai avrebbe pensato che arrivasse a tanto, anche se in casa si respirava un clima di infelicità reciproca che pesava sui loro rapporti. Allora si preferiva tacere:per paura, per stanchezza, per sfiducia.

E ora? Ora questi due ragazzini di quattordici anni di una città qualunque dello stivale dovranno rispondere delle azioni violente che hanno provocato dolore, rabbia, giovanissimi di ogni regione affascinati dall’idea vincente se pur vile della Gang, per così dire, volendo.

Dalla rivista di informazione giuridica Cammino Diritto, Alberto Biancardi, ci aiuta a capire Il fenomeno delle baby gang: “Pur avendo punti di contatto col bullismo è molto differente da quest’ultimo. In primis il bullismo non è necessariamente un fenomeno di gruppo: nella maggior parte dei casi, infatti, le minacce, le vessazioni e i maltrattamenti nei confronti della vittima sono perpetrati da un solo soggetto, mentre i compartecipanti sono soltanto spettatori. In secondo luogo, a differenza dei crimini delle baby gang, gli atti di bullismo vengono compiuti nei confronti di persone note all’aggressore ed hanno la caratteristica della continuazione nel tempo, poiché commessi ripetutamente ai danni della medesima vittima”.

“Infine il bullismo viene fatto tramite atti che, se presi singolarmente, spesso non configurano una fattispecie criminosa in quanto prevalentemente di natura psicologica, mentre gli attacchi delle baby gang sono generalmente compiuti nei confronti di persone scelte a caso e in maniera molto violenta, avvalendosi di vere e proprie tecniche criminali. Le baby gang vanno, pertanto, oltre il semplice bullismo: sono gruppi di adolescenti che agiscono in maniera organizzata e sistematica con un’emulazione mafiosa, una finalità criminale caratterizzata da attacchi rapidi e violenti, ed hanno una struttura gerarchica e delle regole di condotta definite”.

Si legge talvolta che i ragazzi agiscano senza nessuna coscienza del male, lo fanno per noia, per sentirsi forti, ma a ogni teoria se ne aggiungono altre che vanno dai cattivi esempi, ai video violenti, dalle troppe ore trascorse sui social, all’abuso di fumo e altro ancora. Tutti elementi di quel caleidoscopio dell’incomunicabilità che ci rivelano la separatezza fra giovani e adulti, anche se non possediamo quella consapevolezza che ci porta urgentemente al bivio di un percorso impossibile da evitare.

Ci ha provato lo scrittore psichiatra Vittorino Andreoli nel suo libro ‘Lettera a un adolescente’ edito da Rizzoli, che da quelle pagine struggenti si rivolge ai ragazzi, li guarda, li osserva, e invoca i genitori di aiutarli e se sbagliano, di perdonarli. A quel giovane lo scrittore offre tutta la sua umanità, gli parla degli inevitabili conflitti generazionali, del vuoto che attanaglia il bisogno d’amore, della scuola che molto potrebbe pesare sul suo domani: nel bene e nel male. Del bisogno di legami “Non aver paura del tuo dolore, parlane e se anche si esprime con le lacrime, non temere, piangi e fallo davanti a tuo padre e tua madre, perché quelle lacrime esprimeranno ciò che tante parole non sono riuscite a comunicare”.

Dalle lettere di alcuni ragazzi che si trovano in comunità rieducative e che dopo l’esperienza delle baby gang riflettono su quanto dolore hanno provocato, una madre racconta che il figlio si sentiva forte, ma anche prigioniero, gli pareva,’ormai’, di altri ragazzi che non gli permettevano di sentirsi libero di scegliere. Vittime e carnefici l’un l’altro, ciechi sull’altro che gli vive accanto, hanno bisogno di essere guardati più a lungo, di ascoltare le parole che raggiungano il cuore e la mente, che agiscano sull’autostima e la fiducia. Tra i troppi cattivi esempi che circondano la loro vita, esistono persone, risorse, pensieri, parole capaci di rinforzare la parte migliore del cuore e delle emozioni. Don Lorenzo Milani, con la sua famosa Lettera a una professoressa, aveva raccomandato i ragazzi poveri, soli, figli della strada, oggi avrebbe raccomandato di guardare ai giovani oltre a ciò che hanno e consumano, ai figli dei social e di questa malata comunicazione.

Uno strumento? Il paniere: ogni giorno una briciola di pane di nome ripensamento, attenzione, amore, perdono, responsabilità, accoglienza, esempi di legami rassicuranti, onestà. Tante briciole e tanto tempo per riempire il paniere, ma ne sarà valsa la pena, per i ragazzi e per gli adulti.

Andreina Corso

(foto di repertorio)

Riproduzione Riservata.

 

4 persone hanno commentato questa notizia

  1. Carissimo signor Pasquino, è vero che spesso il prepotente nasce in una famiglia che lo ha ispirato, gli ha tramandato comportamenti violenti. Ed proprio per questo che vale la pena di interagire con altre modalità, per dare al ragazzo un’occasione, comunicando un mondo ‘altro’ , che racconti una storia di ascolto, di reciprocità che lo induca a riflettere. Sono certa che anche questi pensieri aiutino e la ringrazio per avermi scritto. Cordialmente. Andreina

  2. Carissima signora Andreina, il mio non è un post liquidatorio, ma la nuda e cruda verità, alcuni di questi so chi sono e conosco le loro famiglie, sono ragazzi violenti e prepotenti, ma peggiorativo è il fatto che sono difesi a spada tratta dai loro genitori, quindi per concludere la mela non diventa pera, frase fatta retorica inutile ,forse, ma è troppo tardi. La colpa non è sempre della società. Qualcuno metta in galera Caino prima che uccida ancora Abele. Cordialità.Pasquino

  3. Comprendo, anche se non apprezzo, l”atteggiamento sintetico, liquidatorio di chi, come lei, signor Pasquino, definisce delinquenti quei ragazzi che effettivamente delinquono. Il problema però è interrogarsi se vogliamo che diventino uomini migliori, se potranno rivedere i loro comportamenti e se anche noi adulti possiamo dirci innocenti. Personalmente non credo che un ragazzo sia predestinato alla violenza, e sento la responsabilità di capire e di invocare che lo facciano anche gli altri, mettendo a fuoco problemi e complessità. Ci piaccia o no, questo problema ci riguarda e siamo chiamati tutti in causa perché questa società ai giovani gliela abbiamo consegnata noi adulti. Nessuno si senta offeso. Cordialita. Andreina

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