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Egregio Direttore,
vorrei condividere con i vostri lettori una scena che l’altra sera ha toccato il mio cuore e, credo, quello di chiunque l’abbia osservata. Pioveva forte a Venezia, la pioggia cadeva in un incessante ticchettio che trasformava le calli in rivoli e i ponti in ostacoli scivolosi. Una di quelle serate in cui tutti preferiscono stare al caldo, al riparo, con una tazza di tè o una coperta sulle ginocchia, nella propria casa.
Eppure, in mezzo a quel buio interrotto solo dalle luci fioche dei lampioni, ho visto chi viene in aiuto a coloro che non vogliono pensare alla cena. Un giovane rider che camminava a passi veloci, ma attenti, reggendo con le mani l’ombrello e avendo avuto cura di proteggere il suo prezioso carico come poteva. Alcune pizze da consegnare, infatti, erano state protette alla meglio da un semplice nylon.
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Lui era parecchio bagnato. Ogni volta che superava una pozzanghera o saliva un ponte, si vedeva chiaramente la concentrazione con cui calcolava ogni movimento, per non rischiare di rovinare il suo lavoro e deludere i clienti. Abbiamo preso lo stesso vaporetto, così ho avuto occasione di guardarlo, incuriosito dalla serietà che traspariva da quei gesti semplici. E mi è sembrato di vedere l’essenza della fatica di chi, in silenzio, lavora per garantire un piccolo piacere a qualcun altro.
Non c’era rabbia in quel giovane, non c’era frustrazione per le difficoltà che la città lagunare impone con le sue difficoltà, ma piuttosto una serietà composta, il senso di responsabilità che, nella sua semplicità, racconta una grandezza umana spesso invisibile. Una grandezza fatta di piccoli gesti, di sacrifici che si sommano giorno dopo giorno, di una dedizione silenziosa verso il proprio lavoro.
Venezia non è una città facile per chi consegna: si cammina, si sale e si scende dai ponti, si affronta il maltempo, si aspetta il vaporetto con l’ansia dello scorrere dei minuti. Eppure, guardando quel giovane, ho visto l’immagine della perseveranza e del rispetto verso gli altri. Il suo nylon era un gesto di cura, un’attenzione nei confronti del cliente, ma anche una dimostrazione di rispetto per sé stesso e per il proprio lavoro.
Questa scena, così umana nella sua semplicità, dovrebbe farci riflettere. Siamo spesso troppo presi dalle nostre vite frenetiche per notare chi lavora instancabilmente, senza lamenti, per offrirci quei piccoli gesti che diamo per scontati. Forse, la prossima volta che riceveremo una pizza calda, dovremmo ricordarci che dietro quel pacco c’è una storia.
E allora, caro Direttore, mi permetta di rivolgere un ringraziamento sincero a tutti quei giovani rider che attraversano le nostre città, affrontando le intemperie con la sola arma della loro umiltà. Un grazie per la fatica che sopportano e per la dignità con cui svolgono il loro lavoro. E un invito a tutti noi a non dimenticare mai il valore umano che si nasconde dietro ogni semplice consegna.
Grazie,
Federico F.
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Come studente a Venezia, lavoro come rider per mantenermi mentre studio pianificazione urbana all’IUAV. Ho una laurea in architettura, due anni di esperienza professionale e sto conseguendo un master in pianificazione urbana e transizioni sostenibili, con un focus su come città come Venezia affrontano le sfide climatiche estreme. Per me, consegnare cibo non è solo un lavoro; è un modo per vivere la città da vicino e osservare come la resilienza prende forma nella vita urbana. I commenti negativi sui rider ignorano la realtà: siamo qui per imparare, crescere e sostenerci. Scelgo di accettare ogni lavoro, anche il più piccolo, per alimentare la mia passione.
Bravo Federico F. Grande sensibilità d’animo per chi si guadagna la vita con fatica
“Se solo avesse studiato un po’ di più, forse oggi sarebbe un ingegnere che progetta ponti invece di attraversarli sotto la pioggia. Ma, ehi, almeno ha imparato a destreggiarsi tra le pozzanghere come un vero maestro del parkour! “
commento becero che poverta questa persona
“Caro Michele, è davvero interessante la tua prospettiva. Non avevo mai considerato che il mondo delle consegne di pizza fosse così complesso. Tuttavia, mi permetto di ricordarti che dare del ‘becero’ a chi non si conosce non è proprio il massimo dell’educazione. Inoltre, chi porta in giro le pizze non sono tutti laureati, come vorrebbe farci credere A.Z., ma per il novanta per cento sono extracomunitari che, purtroppo, non possono aspirare a un posto in banca. E se voi buonisti non ordinaste niente da farvi portare a casa, non ci sarebbero nemmeno loro. Se vi fanno tanta pena, potreste sempre portarli a casa vostra e mantenerli al riparo dalle intemperie. Buona giornata!”
ribadisco la sua povertà d’animo signore e a questo punto la sua difficoltà di comprensione, io ho detto che commento becero, non che lei è un becero, anche se leggendo le cose che continua a scrivere a questo punto sono legittimi dubbi…
Ci sono laureati che fanno i rider e non è una barzelletta. Che arroganza vergognosa.
probabilmente un ‘troll’ , uno di quelli che provoca per attaccar briga nascosti dall’anonimato…
Qualcuno mi spieghi questo gioco. Se uno scrive quello che pensate voi, è bravo, colto, intelligente. Al contrario, se quello che scrivete voi lo trova patetico, allora diventa becero, diventa troll. Siete spudoratamente patetici. Detto questo, ricordo ai navigatori che siete tutti anonimi. Non è perché uno si firma Michele anziché Lettera Firmata, sia alla luce del sole. Inizio a temere che siete voi i veri troll.