La Casa di Jack, Von Trier ti assorbe nel suo universo intellettuale ed estetico

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La Casa di Jack, Von Trier ti assorbe nel suo universo intellettuale ed estetico

C’era una volta Ed Gein: nato a La Croix nel 1906 e morto a Madison nel 1984. Assassino seriale tra i più celebri e fondamentali per capire cosa sia un assassino seriale.
Con i pezzi delle sue vittime si era costruito oggetti di arredamento.

A causa di uno sviluppo mentale ritardato, scioccato dalla morte del fratello maggiore e subissato da una madre bigotta, questo piccolo contadino, noto come “Il macellaio di Plainfield” venne arrestato per due soli delitti ma egli si accusava di svariati altri crimini, tra cui la profanazione di morti. L’elenco dei resti trovati in casa di Gein dalla polizia e modellati in guisa di paralumi, schienali per sedie, corde per tende comprendeva nasi, teschi, un cuore, pelle umana (anche come pelle per un tamburo), femori usati come gambe di tavolino.
Ed Gein si era fatto una casa. Era un ebete ignorante e parecchio sfortunato.

Non che possa suscitare pietà o compassione ma almeno un po’ di pena sì, con tutto il rispetto per le vittime innocenti. Gein non aveva molta scelta, diviso tra patologia e arretratezza.

Di ben altra irritante pasta è fatto il protagonista dell’ultimo film di Lars Von Trier. Ingegnere frustrato, intellettualoide, ricco grazie a un’eredità improvvisa. Jack sogna di essere un architetto perché “gli architetti sono dei compositori e gli ingegneri degli esecutori”. Ad un certo momento del film esibirà un accessorio fatto dello stesso materiale tipico del macellaio di Plainfield.

Prima di tutto è importante uscire dal ricattevole “Lars von Trier o lo ami o lo odi” per giudicare serenamente quello che è “solo” un film .
Anche se, a quanto pare, è lo stesso Von Trier a beneficiare delle reazioni di fan e dei detrattori (che credo lui consideri entrambi degli Idioti).

Costruttore di scandali a tavolino, sa a che anime belle si rivolge e ne succhia le loro linfe polemiche per portare sotto la luce film che senza una tale mole di rumors non avrebbe lo stesso numero di spettatori. Niente di male: questo dei rumors è un tipo di marketing esercitato sin dagli albori del cinema; si è solamente affinato fino all’estremo in epoca “social”
Non è una critica la mia; è una constatazione.

Anzi, stimo la scelta dell’autore, di fronte alla povertà di celebrazioni acefale ed esecrazioni altrettanto prive di ragionevolezza. Se le persone amano stracciarsi le vesti in pubblico non è certo colpa sua. Più interessante sarebbe tentare un discorso concreto e distaccato, a prescindere dal giudizio finale; ma non son certo questi i tempi adatti.
( p.s.: Per chi volesse leggere una bella analisi su linguaggi e messinscena andate qui: specchioscuro.it/la-casa-di-jack-the-house-that-jack-built/).

D’altronde la difficoltà di essere spettatori “normali” parte dalla fonte; Von Trier da un po’ di tempo parla di se stesso e “La casa di Jack” è il film in cui lo fa in modo totale e radicale. Von Trier stesso non chiede distacco e contemplazione. Preferisce assorbirti nel suo universo intellettuale ed estetico. C’è da chiedersi se il suo sia un modo onesto e artisticamente interessante e fertile di farlo. Personalmente ho dei seri dubbi.

Ma passiamo al film:
Sotto la metaforica figura del protagonista (un eccellente Matt Dillon) “La casa di Jack” è in sostanza una spiegazione/giustificazione/condanna (molto assolutoria) in primis della sua persona e meno del suo cinema. La persona viene condannata (ma secondo me è solo un’illusione). La sua arte viene salvata (e su questo secondo come son messe le cose nel film non ci piove).

Le ossessioni e le patologie di Von Trier sono il vero filo conduttore di questo racconto in cinque parti, cinque incidenti, cinque donne. Prendendo queste cinque parabole nel mucchio dei 60 omicidi perpetrati, Jack sintetizza la sua carriera di serial killer a tale Verge (Bruno Ganz alla sua, purtroppo, ultima apparizione cinematografica), un po’ psicanalista un po’ maiueuta.

Oltre a questi omicidi il film disserta su: infanzia del protagonista e scoperta della propria brutalità-chiamata in causa di temi e figure storiche, artistiche, naturalistiche in un patchwork di linguaggi che gli spettatori di Von Trier già conoscono.

E qui riscontro il primo grave limite del film: la materia trattata vorrebbe porsi come paradigmatica per un discorso totale sull’ arte e sull’artista (o mancato tale). Ma alla fine abbiamo solo una lunga discettazione in forma di dialogo pseudo socratico relativa solo e soltanto a Von Trier. “La casa di Jack” fa testo solo a se stesso. E questo nonostante vengano tirati in ballo Dante Alighieri, William Blake, Albert Speer, Hitler, Glenn Gould,Thomas De Quincey e “L’omicidio come una delle belle arti”, la produzione dell’eis vein e altro, tramite inserti documentari di repertorio o immagini fisse. Verso la metà del film Jack/Dillon preannuncia i vari capitoli riguardanti l’analisi della sua personalità esibendo cartelli alla maniera del Dylan di “Subterranean Homesick Blues; scelta non casuale.

Von Trier trabocca oltre i margini di un assunto di sicuro interesse e la sua personalità (e, perdonatemi, una cultura da buon liceale old school e nulla più) soffoca ogni ambizione universale per rinchiudersi in una gabbia narcisistica da cui non si può fare ritorno. Non per niente, in un momento cruciale della proiezione abbiamo rapidi flash dei suoi film precedenti.
Altra debolezza del film: la messinscena delle gesta omicide di Jack.
Non so cosa sian soliti vedere i cento e poco più spettatori che a Cannes si sono alzati e hanno abbandonato la sala ma per quel che mi riguarda basta un titolo a caso di Scorsese per trovare eoni di immagini violente (ma dense di senso) davanti alle quali “La casa di Jack” sembra un film pudico e auto censorio. Per non parlare di certe serie televisive dove le autopsie sono così realistiche e dettagliate che questo film non può competere in quanto a violenza grafica/immagini cruente. Non preoccupatevi, spettatori spaventati da tanti rumors; a meno che non siate vissuti in un’isola deserta ne vedrete meno che in una puntata di “Bones”. Ma la violenza grafica non doveva essere un’asse portante de “La casa di Jack”?

Anche lo studio psicologico del protagonista alla fin fine non sembra così abissale; non trovo niente che non sia già stato esplorato a fondo in decenni di cinematografia sui serial killer. Ricordate titoli come “Henry pioggia di sangue”, “The driller killer”, “Maniac”, “La chiamavano Bilbao” , il nostrano “Femina Ridens”e soprattutto “Taxi Driver”?
O del grottesco e indimenticabile “Non aprite quella porta”, il cui personaggio più celebre porta una maschera di pelle umana ed è ispirato a Ed Gein.
Film che hanno alzato l’asticella della rappresentazione dell’ ”uomo del sottosuolo”, dell’assassino senz’anima, della mente di uno psicopatico seriale e del paranoico che si sente artista. Anche in questo Jack appare figura né nuova né significativa. Scoprirsi anaffettivo e costretto a mimare sentimenti; questo era già stato fatto, e parecchio bene, nella serie “Dexter”.

Ma, diranno i fans, con Von Trier siamo su ben altro livello da quello del cinema mainstream (che il regista dice di odiare tanto): dimenticando però la lezione di molti film di genere, che ben più di tante vanità intellettuali han saputo descrivere con una nettezza “chiaroscurale” le zone d’ombra dell’essere umano.

Che resta di questo “La casa di Jack”? Non molto, a mio parere; la consueta abilità dell’autore di creare una messinscena almeno superficialmente impressionante. La capacità di irretire lo spettatore “ideale”; ovvero qualcuno pronto a credere che il genio sia solo e soltanto atto narcisistico e che il racconto di sé non possa prescindere da un sé ancora in fase anale.

Resta l’indubbia tecnica dell’autore che sa destreggiarsi tra differenti linguaggi cinematografici (tra Dogma, iperrealismo, cartoons e persino strani e sotterranei debiti con Tarantino che mi risulta difficile spiegare ma che percepisco). Un protagonista che recita benissimo. (obbligatorio vedere il film in lingua originale). L’ultima apparizione di un grande come Bruno Ganz.
E, sì, un certo coraggio; lo concedo.

Non voglio negare che vedere “La casa di Jack” non sia un’esperienza; sicuramente si percepisce la cercata malsanità, anche se è di riporto da altri titoli più fondamentali. Probabile che i tableaux vivent, le scorribande con la camera a mano, l’iperrealismo postmoderno e i rimandi a Delacroix e Dorè possan colpire chi è saturo di esperienze visive piatte. Ma mi sento di concludere dicendo che con questo film la montagna von Trier ha partorito il topolino Jack.

LA CASA DI JACK
(The house that Jack built, 2018, Danimarca/Svezia/Germania/Francia)
Regia: Lars Von Trier
Con: Matt Dillon, Bruno Ganz, Una Thurman

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