IL RUMORE DEL SILENZIO di Marina Luzi

ultima modifica: 22/11/2020 ore 19:48

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

La prima volta l’ho sentito in cucina mentre stavo impastando il pane.
Con le mani impiastricciate di farina mi sono affacciata in salotto. Lui era lì.
Titubante mi sono avviata in camera da letto. Lui c’era.
Poi in bagno, ed eccolo. Era dappertutto.
Un senso d’inquietudine mi attraversava la pelle; come un animale braccato fiutavo l’aria in cerca di indizi. Mi sono avvicinata decisa alla porta finestra, ho girato la maniglia con le mani appiccicose e, cauta, ho messo fuori un piede poi l’altro. Aggrappata al poggiolo mi sono protesa avanti in ascolto. Lui era lì. Rientrata in punta di piedi mi sono rannicchiata sul divano con la testa tuffata dentro le ginocchia, gli occhi chiusi. Le orecchie come piccole antenne cercavano di sintonizzarsi sulla presenza insolita ma familiare.


Un’immagine mi è apparsa nel luogo dei ricordi, in quell’angolo della mente che custodisce le cose passate che rimangono silenti per anni e poi riaffiorano improvvise sollecitate da un odore, un’immagine, un sapore, una sensazione. Una piccola stanza, le serrande leggermente abbassate, una luce fioca che filtra attraverso una tenda bianca, una bambina in un lettino bianco con le sponde alte, una manina infilata tra due sbarre, il pollice e l’indice che strofinano ritmicamente una tenda soffice. E dappertutto lui: il SILENZIO, il silenzio perfetto e calmo che avvolge ogni cosa. Tutto è immobile e quieto.
È stato lì che l’ho conosciuto: una presenza amica. Nel silenzio avevo coltivato sogni ad occhi aperti di futuri possibili e sempre così lontani, così diversi da quella che sarebbe stata la vita.
Poi, senza sapere quando, senza capire come, l’avevo perso. La vita era diventata rumorosa, piena, vorticosa. E io dietro, sempre in corsa all’inseguimento di un tempo troppo veloce. Non l’avevo più incontrato il silenzio. L’avevo incrociato per brevi istanti, troppo fugaci per percepirlo. Stavolta, però, era diverso.

La pandemia, lenta e inesorabile, stava ingoiando la vita, il movimento, i rumori della strada, delle persone che passano rapide, dei bambini che giocano, dei vicini che litigano, dei cani che abbaiano.
Nel regno della paura e dell’attesa lui, il silenzio, era riapparso. Un silenzio strano, pervasivo che si insinuava nelle cose e nell’anima creando un’atmosfera ovattata, come sospesa.
Venezia era vuota, i turisti spariti, i negozi chiusi, bar e ristoranti con le saracinesche abbassate. Una città fantasma, popolata da radi pedoni senza faccia che trascinavano con mani di plastica pesanti carrelli della spesa. Gli occhi bassi, le spalle curve, la paura nervosa del topo che esce dalla tana spinto dalla fame, fiutando un pericolo invisibile sempre in agguato.
Dal web le immagini di camion militari zeppi di morti che solcavano autostrade deserte.


Come un tempo i carri dei lanzichenecchi avanzavano spiati da finestre serrate, così ora la danza macabra della morte che sfilava per le vie era seguita da sguardi attoniti incollati agli schermi dei cellulari.
Provai un senso di vertigine, una paura ancestrale: la paura del silenzio innaturale che precede e accompagna il pericolo, un silenzio fatto di ascolto e di attesa vigile. La lotta per la vita fremeva dentro gli ospedali, nelle case sigillate, dentro le porte sprangate all’ignoto.
Eppure, al di là dell’inquietudine, un’attrazione inesprimibile m’incatenava a quel silenzio ipnotico. Sommersa dal frastuono l’avevo dimenticato a lungo.
Mi sono lasciata avvincere e cullare dolcemente e ho riposato in quel nulla, come da bambina nella stanza ovattata. E ho ritrovato i pensieri, i sogni a occhi aperti, la quiete.
Poi, un giorno, mi sono svegliata e lui non c’era.

Ho spalancato le finestre: la vita era tornata dapprima timida, poi irruenta e scoppiettante.
“Siete così incompatibili!” ho detto al silenzio e mi sono tuffata sulla chat.
“Spritz da le Do Spade, ragazze?”
Ho chiuso la porta, ho lanciato un ultimo sguardo alla stanza vuota:
“Forse domani, in un altro luogo, in un’altra età saremo io e te soli, di nuovo.”

E, sorridendo, mi sono tuffata nella vita.

 

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