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Il Corriere – The Mule, film solido e sincero

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Il Corriere – The Mule: “C’è del sentimentalismo e della piacioneria, indubbiamente. Ma Eastwood riesce sempre, in un modo che solo lui sa, a rendercelo accettabile”.

Il Corriere - The Mule, film solido e sincero

Sono un patito di Clint Eastwood sin dal 1976. A chi lo critica come attore io rispondo sempre che il cinema non è il teatro e Eastwood è perfetto per i ruoli che ha incarnato, consapevole della sua presenza sullo schermo. A chi lo giudica male come autore rispondo che almeno Million Dollar Baby potrebbe vederselo.

Nonostante ciò è con gran timore che mi sono recato a vedere questo “Il corriere” perché dopo “Gran Torino” le sue prove (alcune più interessanti, altre meno) lo han visto appannato.
La mia apprensione era relativa alla possibilità di vedere un film troppo autocentrato e piacione, dove l’ormai 89enne regista cercava di farla facile facile.

Con sollievo ho constatato che, nonostante vezzi e compiacimenti, “Il corriere” si dimostra più solido e sincero delle mie aspettative.

Non sto parlando di un film che entrerà nella storia del cinema, né di un film che possa gareggiare con i classici di questo regista che, testardamente, insegue un’idea di cinema classico americano (e sarebbe strano il contrario). Non c’è l’inesorabilità della colpa come ne “Gli spietati”, né la rassegnazione della sconfitta come in “Million dollar baby” e nemmeno l’impossibilità di uscire di scena in un mondo impazzito e scoordinato, tra affinità multiculturali e violenza, senza evitare la tragedia come in “Gran Torino”.

Ma, nonostante Eastwood viva in un’arcadia fatta di jazz e geriatria (ma quanto felice è di essere vecchio!) “Il corriere” possiede una vena di gentile freschezza e leggerezza che riesce a spuntarla sui suoi coscienti limiti. Per cui non me la sento di associarmi con i giudizi più severi.

In breve; il film è un adattamento di una vicenda reale. Tale Leo Sharp, veterano della guerra di Corea che, per salvare la sua situazione finanziaria legata alla coltivazione di fiori minata dal commercio online, accetta di fare da corriere della droga per un cartello messicano. È un uomo che ha molti conti in sospeso col passato, in primis con la famiglia (la moglie è interpretata dalla sempre eccelsa Dianne Wiest; la figlia dalla vera figlia del regista, Allison Eastwood). Leo ha sempre trascurato tutti per farsi i suoi viaggi, stare con gli amici, coltivare fiori e farsi corteggiare dalle donne. Con i guadagni sempre più ingenti dei traffici sistema un bel po’ di cose; ma il repentino cambio della guardia della leadership dei traffici (Andy Garcia, capo del cartello che viene detronizzato in una scena degna di un western) lo metterà nei guai. Intanto la polizia è alla ricerca di questo abilissimo corriere che riesce ad eludere ogni controllo e mette due poliziotti (Bradley Cooper e Michael Pena) alle calcagna.

Clint Eastwood non ha mai reso conto a niente e nessuno da giovane, figuriamoci oggi, con la morte alle calcagna. Sceglie personaggi che gli somigliano; in questo caso l’identificazione col vero Sharp deve averlo divertito moltissimo. Questo si percepisce in ogni fotogramma. Inoltre il film è abile e svelto nel racconto, diviso in tappe come i viaggi che Sharp compie per consegnare la merce. A modo suo e coi tempi suoi, senza multe né fedina penale sporca; un perfetto e insospettabile corriere. Amorale, certo. Ribaldamente amorale. Ma umano, come può essere un uomo di quel tipo.

Sì, c’è del sentimentalismo e della piacioneria, indubbiamente. Ma Eastwood riesce sempre, in un modo che solo lui sa, a rendercelo accettabile. Possiamo trovare del patetico o del retorico ma, dato che il regista sa che pane sta impastando, alla fine riusciamo a mangiarlo e a trovarlo “buono come sempre”. Un po’ come certi Allen dell’ultimo decennio.

Per cui non c’è nulla di male a lasciarsi andare alla stregoneria attuata da Clint per farci piacere il personaggio, a seguire le sue maniere schiette, rudi ma limpide. Riesce a farci essere indulgenti persino quando lo assolve un po’ troppo. Ma, visto il finale, diciamo che i conti tornano in pareggio.

Il confronto con la contemporaneità; eh sì, benché vecchio, benché immerso nel suo mondo che non ha voglia di cambiare, Eastwood non rinuncia a dialogare col presente. E se qualcuno può tremare davanti allo scambio di battute con la famiglia nera che ha l’auto ferma per una ruota forata, sappiate che al vecchio piace chiamare le cose col suo nome. In tanti decenni di cinema è chiaro che Eastwood non è razzista ma nemmeno uno che pialla le differenze in nome di una correttezza anodina. Odia le disuguaglianze ma premia le differenze, le incoraggia.

A conti fatti ben venga questo “Il corriere”, piccolo film egocentrico e onesto, furbo e adorabile. Come il suo autore, d’altronde. Che, come il personaggio, è stato uno su cui non avrebbe scommesso una lira nessuno e che invece, zitto zitto, ci ha regalato gli ultimi classici del grande cinema statunitense.

“IL CORRIERE-THE MULE”
(U.S.A: 2018)
Regia: Clint Eastwood
Con: Clint Eastwood, Bradley Cooper, Dianne Wiest, Lawrence Fishburne, Michael Pena, Allison Eastwood

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Duplicazione vietata. Condivisione consentita.

Giovanni Natoli
Giornalista e critico cinematografico. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, pubblica le sue recensioni sulla rubrica 'Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico'.

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