“Eccolo qui il virus. E’ davanti a me. Non è come sentire la televisione”. Lettere

ultimo aggiornamento: 05/05/2020 ore 14:58

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"Eccolo qui il virus. E' davanti a me. Non è come sentire la televisione". Lettere
Lavoro in un ufficio pubblico.

Circa poco più di un mese fa la terribile notizia: un collega vicino di scrivania era stato contagiato dal coronavirus. Molto più giovane di me che di anni ne ho 52, lui ne ha 35. E pensare che fino al giorno prima ne scherzavamo “Ti gà el virus…” e poi per 35 giorni ogni mattina vedevo la sua scrivania vuota.

E’ stato 15 giorni in ospedale, poi dimesso è rimasto 15-20 giorni a casa in isolamento totale, senza poter abbracciare sua moglie, suo figlio piccolo. Sempre con l’angoscia che la malattia possa tornare, stando attento ad ogni colpo di tosse, ad ogni singolo respiro, per cercare di capire, sperando “Dio mio no, ti prego..”.

Ora è tornato. Ci racconta a tutti la sua avventura in tutti i dettagli e sono contenta che lo possa fare. E’ un bravo ragazzo e merita di stare bene, tutto il bene possibile.

Però subito dopo lo guardo e penso: eccolo qua il virus.
Uno ne sente parlare, ne parla, legge sui giornali, ma non è la stessa cosa di trovarsela davanti. Ora sono davvero a tu per tu con il virus. Ed ora per me è una cosa davvero reale, una cosa che esiste.

I telegiornali, le conferenze stampa, gli articoli dei giornali, sono cose che sentiamo, arricchiscono il nostro bisogno di informazioni, ma non ci fanno davvero immedesimare nel problema.

Il virus non sono gli esperti che raccontano le cose, a volte giuste, a volte che contraddicendo cosa dicevano prima. Il vero virus è qui, davanti a me. Questo è come è il virus dopo un mese.

Lo guardo qui a due metri da me, nella scrivania vicina alla mia. E’ molto pallido, è più magro, ha i guanti che igienizza anche spesso con il gel e la mascherina davanti al visto praticamente sempre. Già però vedo che, rispetto ai primi momenti, la abbassa qualche volta per respirare un po’ o parlare al suo telefono.

Nelle prime ore non succedeva, poi penso che ci sia un grado di confidenza in un ambiente che ti porti a pensare che il pericolo sia passato. Siccome ripeti le stesse cose ogni giorno l’attenzione viene un po’ meno, ormai, come dire, ci siamo abituati, così abbassi la mascherina ogni tanto…

Questo è il virus: un volto familiare che ha lottato per la vita e ora sta bene (per fortuna). Che nei primi attimi dei primi giorni di rientro sembrava un robot ingessato per non muoversi troppo, per non preoccupare gli altri, ma che ora dopo un po’ di “consuetudine” abbassa la mascherina per brevi attimi nella stessa stanza perché subentra quella specie di confidenza o consuetudine. Ma a me chi lo dice che non sia quella che poi si paga?

Magari non c’è niente di male, non ci sono pericoli però io lo guardo, lo ascolto, gli sorrido, ma ho un terremoto dentro. Ho un grande nervoso. Vorrei scappare, andarmene via.. andarmene dove? Lavorare devo, i criteri di sicurezza sono stati rispettati, mi assicurano… e andare dove? Chissà quanti altri casi così ci sono che noi come utenti, a nostra volta, non sappiamo.

Lo guardo, infatti, al lavoro, e guardo la gente che gli si avvicina inconsapevole. Anche loro con la mascherina certo, però non sanno… che cosa? Non c’è niente da sapere se lui ha ora gli ultimi tamponi negativi. Sono io che mi preoccupo troppo?

Ora c’è un altro collega di un altro ufficio del piano sotto a casa. E’ a casa con sintomi influenzali, non so se gli abbiamo fatto il tampone.

Poi di certo tornerà e sarà guarito potendo stare a sua volta vicino agli altri colleghi.

Questo è il virus, pensateci. Non sono le interviste alla tv, non sono i vicini di casa che sembra sappiano tutto e vi spiegano, o i negazionisti che vogliono riaprire tutto a tutti i costi sminuendo il problema.

Immagino ora la situazione di chi ha un famigliare a casa convivente, come ci racconta il mio collega, e vedo tutto con occhi diversi.

L.C.


(foto da archivio)

Riproduzione Riservata.

 

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