Chiude Betania, apre “Casa Bakhita” a Sant’Elena

ultimo aggiornamento: 17/12/2019 ore 17:48

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Casa Bakhita Sant'Elena per donne in difficoltà caritas
Chiude la mensa di Betania per i poveri a Cannaregio, ma apre “Casa Bakhita” a Sant’Elena per ospitare le donne in difficoltà.

E’ stata inaugurata ieri a Sant’Elena la nuova struttura d’accoglienza femminile “Casa santa Giuseppina Bakhita”. Si trova a metà strada tra la chiesa dell’isola e l’ingresso del diporto velico, ha 12 posti letto dove possono trovare ospitalità donne in difficoltà.

“Quando a inizio anno si è purtroppo ravvisata la necessità di dover chiudere il dormitorio femminile Betania a causa di gravi problemi strutturali dovuti a infiltrazioni d’acqua dal tetto e dal vecchio impianto idraulico, non è però mai venuta meno la volontà di continuare a tenere aperto un servizio fondamentale per la città”.


Il direttore della Caritas veneziana, Stefano Enzo, ieri ha inaugurato la nuova struttura alla presenza del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, del parroco della parrocchia locale, don Narciso Belfiore, del rettore del seminario patriarcale di Venezia, don Fabrizio Favaro dell’assessore comunale alla Coesione Sociale, Simone Venturini.

“È iniziata quindi la non facile ricerca di un posto adeguato – ha spiegato Enzo – che avesse tutte le caratteristiche necessarie: che fosse dignitoso, rispettoso della privacy delle persone, ampio abbastanza per poter ospitare almeno una decina di persone e soprattutto che fosse in centro storico. Dopo alcuni mesi di ricerca la Diocesi, ai primi di ottobre, ha proposto l’ex convento dei frati serviti di S. Elena, fin dal primo sopralluogo è apparso chiaro come la ricerca fosse terminata, il luogo aveva tutte le caratteristiche ricercate e in più aveva… un panorama incredibile! Le vele che si intravedono sono una bella metafora e una speranza per le persone che verranno ospitate: una barca infatti può andare da un punto “A” a un punto “B”, e sono molti i fattori esterni che possono intervenire durante la regata: i venti forti o leggeri come la Bonaccia, un guasto a bordo o tanti altri imprevisti, che ostacolano il raggiungimento dell’obiettivo, però la linea del traguardo è sempre ben ferma davanti.
Questo è anche l’augurio che facciamo alle nostre ospiti che nonostante tutte le deviazioni riescano, grazie anche all’accompagnamento di Caritas, a trovare il loro obiettivo. Al momento di scegliere il nome per questa nuova opera segno di Caritas Veneziana ci è sembrato naturale pensare a Giuseppina Bakhita, una schiava divenuta Santa e la cui storia oltre a sembrare un romanzo è legata in modo indissolubile a Venezia”.

Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha spiegato: “Ci troviamo difronte a una situazione difficile per Venezia – ha detto Moraglia – le settimane scorse ce l’hanno ricordato. Bisogna difendere la città dalle acque e da una visione economicistica. Ognuno di noi con fermezza e senza polemiche è chiamato a fare la sua parte. Guardiamo con speranza al futuro, futuro che nasce da questi piccoli luoghi che si aprono senza polemiche, rimboccandosi le maniche e lavorando nel silenzio”.


inaugurazione casa bakhita casa accoglienza a Sant'Elena

LA STORIA DI BAKHITA

“Nativa del Sudan, dove nasce nel 1869 – ha raccontato ieri il direttore Caritas di Venezia – viene rapita all’età di sette anni e venduta più volte sul mercato delle schiave. I suoi rapitori le danno il nome di Bakhita («fortunata»). Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani che la affida alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. È stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2000”.

“Di tutta la sua vita a noi piace puntare il faro alla primavera del 1885 a quando cioè la ex schiava conobbe Illuminato Checchini, il fattore di casa Michieli, fervente organizzatore di associazioni cattoliche, promotore e fondatore di casse rurali e di assicurazioni mutualistiche, amico di don Giuseppe Sarto, futuro papa Pio X. Fu lui a portare Bakhita alla fede cristiana. Quando la padrona, dovendo raggiungere provvisoriamente il marito a Suakin per concordare gli ultimi adempimenti di natura economica, lasciò in Italia la domestica e Mimmina, alloggiandole presso l’Istituto dei Catecumeni gestito dalle Figlie della Carità (canossiane) a Venezia non immaginava che quella decisione avrebbe cambiato per sempre la storia di Bakhita e legato il suo nome a Venezia. Qui il Checchini fece dono di un piccolo crocifisso d’argento a Bakhita: “Nel darmelo”, racconta la santa, “lo baciò con devozione, poi mi spiegò che Gesù Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che cosa fosse, ma spinta da una forza misteriosa lo nascosi per paura che la signora me lo prendesse (la Turina era sostanzialmente atea). Prima non avevo mai nascosto nulla perché non ero attaccata a niente. Ricordo che nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”.

“Le Figlie della Carità – ha proseguito Enzo – istruirono Bakhita nelle verità della fede in cui, nonostante le difficoltà del linguaggio, fece tali progressi da desiderare presto il battesimo. Nel 1889 la padrona rientrò in Italia per riportare in Africa la figlia assieme a Bakhita, ma la ragazza si rese conto che tornando in Africa avrebbe rischiato di perdere la fede e decise di restare, provocando una durissima reazione della Michieli, che ricorse persino al procuratore del re, ma inutilmente: “Trovandosi in Italia” – questa la risposta del procuratore – “dove non si fa mercato di schiavi, la giovane resta affatto libera”. Venne battezzata il 9 gennaio 1890 coi nomi di Giuseppina, Margherita e Fortunata. Nello stesso giorno fu cresimata e fece la sua prima comunione. Rimase altri due anni nell’ istituto, dove maturò la sua vocazione religiosa tra le canossiane.

Entrata in noviziato nel dicembre 1893, fece la prima professione tre anni dopo a Verona. Poco prima era stata esaminata circa la sua vocazione dal patriarca di Venezia cardinale Sarto che le aveva detto: “Pronuncia i sacri voti senza timore: Gesù ti vuole bene. Gesù ti ama. Anche tu amalo e servilo sempre così.
Intitolare la struttura nel centro storico a Venezia a Bakhita ci è sembrata la scelta più logica perché le coincidenze tra la sua storia, la città di Venezia e l’attività di Caritas Veneziana sono effettivamente molte:

• è la prima extracomunitaria elevata all’onore degli altari e da sempre Caritas Veneziana è impegnata nell’accoglienza di stranieri;
• a Venezia ha scoperto la fede e Venezia ha una spiccata sensibilità verso il dialogo con le altre religioni;
• a Venezia Bakhita è stata accolta, istruita e accompagnata a trovare la sua strada e questo è quello che Caritas Veneziana si propone di fare con le future ospiti di Casa Bakhita;
• il Patriarca di Venezia ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di Bakhita sostenendola nel momento della “ribellione” alla padrona e il Patriarca di Venezia in qualità di Presidente della Caritas Veneziana in un ideale passaggio di consegne invita tutti a lavorare per sostenere la dignità umana;
• Il ricordo delle persone era che Madre Moretta, come veniva affettuosamente chiamata, aveva sempre una buona parola e un sorriso per tutti e questo è anche quello che ci auguriamo le persone possano trovare in questa Casa, un sorriso e una parola di conforto”.

Venezia, il Patriarca inaugura "Casa Bakhita" a Sant'Elena, per donne in difficoltà

“Ringrazio il Patriarca Francesco – ha concluso il direttore della Caritas veneziana – per aver voluto fortemente voluto questa Casa d’Accoglienza e per essere presente a questa inaugurazione, ringrazio Autorità e Amici di Caritas per aver voluto esserci vicini, ringrazio inoltre tutti coloro che si sono adoperati per l’apertura di questa struttura in tempi così rapidi: dalla ditta Bianco alla ditta Da Villa che hanno lavorato con grande disponibilità e solerzia, a Sandro Sibilla che instancabile ha seguito tutte le fasi, a tutti i volontari che ci hanno supportato nelle cose di fatica, ma non meno importanti per la buona riuscita e a tutti gli operatori Caritas che con grande generosità di tempo, di braccia e di mente hanno collaborato in questi giorni”.

Alla Caritas, e alla chiesa veneziana in generale, è andato il ringraziamento dell’assessore Venturini: “Il loro è un impegno costante in favore degli ultimi che fa grande la nostra città. Cambiano i bisogni, le emergenze sociali, le situazioni di fragilità, possono cambiare i luoghi e i modi dell’agire, ma quello che non cambia è lo spirito e l’efficacia degli interventi che vengono messi in atto per venire incontro a questi bisogni. Sono convinto – ha aggiunto – che a Casa Bakhita non saranno offerti solo un tetto e un letto ma anche un importante lavoro di cura delle cicatrici visibili e invisibili delle donne accolte, simili a quelle della santa cui la Casa è dedicata”.

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