CAPITANI CORAGGIOSI di Niccolò Dalla Bianca [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 10/09/2020 ore 10:44

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”


“Un uragano è un uragano, signor Jukes… e un piroscafo nella pienezza dei suoi mezzi deve affrontarlo. Ce n’è tanto di cattivo tempo in giro per il mondo, ed è giusto passarci attraverso.”
J. Conrad, Tifone

Poggiò la mano stanca sul ferro arrugginito. La balaustra era fredda, lambita dal vento. Si sporse con il corpo per prendere l’ultima brezza di quella sera di fine marzo. Guardò di sotto. Tutto quel silenzio lo rilassava.


Prese dal taschino della camicia le Marlboro rosse morbide. Lesse la scritta in croato sul pacchetto. A Natale, grazie a Dio, suo cugino gliene aveva portate quattro stecche, altrimenti la serrata dei tabacchini gli sarebbe stata fatale. Aprì il pacchetto con la lentezza sacrale di un rito religioso. Poi lo avvicinò al naso: quell’odore. L’odore delle sigarette appena aperte. Respirò forte e un sorriso timido gli si dipinse in faccia. Un piccolo colpo sul fondo del pacchetto con l’indice e la sigaretta uscì. Se la mise tra le labbra, mentre cercava l’accendino nella tasca dei pantaloni. L’accese.

Ancora un lungo respiro. Il sole rosso, enorme, laggiù dove si perdeva lo sguardo. Il tramonto era il momento più bello della giornata. Alla prima boccata di fumo chiuse gli occhi.

Solo da lì sopra riusciva a sentirla bene. Riusciva a sentire quella nave muoversi diritta e sicura verso l’orizzonte, attraverso le onde. La nave è come una bella donna. All’inizio può sembrare altezzosa, facilmente irritabile e riottosa. Perché lo sa di essere bella. Deve essere compresa. Va corteggiata con la necessaria costanza. Solo così si può irretire. E una volta attirata a sé, diventerà docile come una giumenta.


Dal ponte di comando lo riusciva a vedere anche con gli occhi chiusi. Il mare infinito e le grandi onde che trovi solo in mare aperto. Sarebbe stato il suo ultimo viaggio.

Quante ne aveva viste fino a quel momento? Quante ne aveva vissute? Quante volte era stato sull’orlo di andarsene troppo presto da questa vita? Gli venne in mente quella volta, sul finire degli anni ’70, quando nella taverna senza finestre di un piccolo porto dei Caraibi nella Guyana francese un marinaio tedesco con l’occhio di vetro – che si diceva fosse stato durante la guerra il vice dell’ammiraglio Dönitz, il capo della Kriegsmarine nazista – gli ficcò nel collo la punta affilatissima di un coltello giapponese da salmone.

Fu salvato dalla donna più bella di tutti i Caraibi: Leanna Yulodie Tendresse. Un nome che sembrava già una poesia solo a pronunciarlo. Capelli neri come la notte e pelle che aveva il colore del caffè e l’odore del latte di mandorla. Leanna era un medico, ma a lui sembrò più angelo, lì per lì, mentre stava per perdere i sensi. Per fortuna il coltello del tedesco non aveva colpito la carotide, e se la cavò con molto sangue, alcuni punti di sutura e riposo forzato. Per qualche mese restò a casa di Leanna a Rémire-Montjoly, quaranta metri quadrati di mattoni e paglia su una spiaggia bianchissima affacciata sull’Oceano. Facevano l’amore tutti i giorni. Poi, come tutte le cose della vita, anche quel periodo finì. Una mattina, prestissimo, se ne era andato, lasciandole sul tavolo da pranzo una poesia di Prévert. In silenzio, poco prima di chiudere la porta dietro di sé, aveva dato un ultimo malinconico sguardo al corpo seminudo della donna, disteso tra le lenzuola bianche, mentre il primo sole della mattina iniziava ad accarezzarle le gambe. Subito dopo, dal porto di Caienna, si era imbarcato su una nave cargo ivoriana alla volta di Singapore. Non era mai più tornato in Guyana.

Con gli occhi ancora chiusi, come confinato in un uno stato di trance ipnotica, tirò un’altra ampia boccata di fumo e si toccò la cicatrice a forma di U che gli era rimasta sul collo, sotto il mento, unico amaro ricordo di quei momenti di felicità subitanea e precaria. Tenne per qualche istante il fumo in bocca, assaporando l’ultimo tiro vicino al filtro, che aveva lo stesso dolceamaro gusto dell’ultimo viaggio.

Il sole stava calando oltre l’orizzonte. Attorno a lui solo silenzio. Ad un tratto, un urlo sordo e distante squarciò quella quiete rarefatta.

– Marioooooooooooo! Mariooooooooooo! Dove ti sei cacciato?

Fu allora che riaprì gli occhi.

– Marioooooooooooo! Mariooooooooooo! Torna giù che c’è da prendere il lievito prima che chiuda il market… Mariooooooooo!

Spense la sigaretta sulla ringhiera arrugginita della terrazza condominiale, mormorando: – ‘Sta scassacazzi.
E poi, a voce più sostenuta: – Arrivo, arrivo. Dammi un attimo. Non si può nemmeno fumare una sigaretta in pace adesso?
Mario risistemò il pacchetto di Marlboro nel taschino della camicia e prese la via delle scale. Discese sbuffando la rampa che divideva la terrazza condominiale dal suo appartamento, all’ultimo piano di quel palazzo scalcinato. Prese le chiavi dalla tasca e aprì la porta.

Sua moglie lo aspettava all’ingresso, con addosso una vestaglia color giallo canarino morto e in testa un asciugamano sporco di tinta per capelli. Mario la guardò con un misto di timore e di disgusto.

– Che c’è che urli come una pazza? Vuoi che ti senta tutto il palazzo?

– Devi andare a prendermi il lievito per il pane prima che chiuda il market.

Poi sua moglie si avvicinò per ispezionargli il viso.

– Ma guarda cos’hai qui – fece indicando col dito la cicatrice ancora rossa a forma di U sul collo di Mario – c’hai settantanni e ti tagli ancora quando ti fai la barba, come i ragazzini…

Mario spostò con aria infastidita la mano della moglie.

– Prima di tutto ne ho sessantacinque, di anni. E poi pensa per te che c’hai il nero della tinta dei capelli che ti cola sopra il viso!

Afferrò al volo dall’attaccapanni di IKEA la giacca e le chiavi di casa, aprì la porta e si diresse svelto verso la tromba delle scale, rincorso dalla moglie.

– Marioooooo, ma dove scappi! Non ti ho nemmeno detto quale lievito prendere!

Mario aveva già disceso la prima rampa. Sconsolato, alzò la testa verso la moglie che si stava sporgendo dalla ringhiera e disse: – Vabbè, scrivimi un whatsapp.

In realtà, in cuor suo già sperava che quella convivenza forzata potesse finire. Il prima possibile…

 

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