Cafe Society, la 'piccola' giostra umana secondo un maestro

Non vorrei sembrare troppo indulgente con un vecchio maestro di quasi cinquantennale carriera cinematografica ma ho avuto l’impressione che “Cafe Society”, pur riprendendo situazioni e concetti esistenziali già visti e in meglio in altre pellicole, in un qualche modo conservi un’onestà di fondo che rende interessanti e appassionanti i meccanismi sin troppo lubrificati presenti nella pellicola.

Old fashioned, citazionista, ambientato in un passato/Arcadia (che però Allen sa tingere di ombre), “chiuso” in una coscienza del mondo che è sempre la stessa per Allen. Ma…
Ma… Ma… Non si può chiedere a un artista, per di più veterano, di non fare quello che tutti i maestri veri fanno. Raccontare, in fondo in fondo, la stessa storia.

Ero uscito dalla delusione di “Irrational man” (quello sì un sunto posticcio e anacronistico di “Crimini e misfatti”+”Match point”); mi trovo a rivedere un mezzo “Radio Days”, in chiave minore in cui però c’è amore per i personaggi. Come son complesse le relazioni umane! Quali sono i motivi del cuore? La ragione è o no impotente di fronte alla Realtà? Si può ridere del macabro e sentire una strizza al cuore sentendo una battuta? “Vivi ogni giorno come se fossi l’ultimo e prima o poi ci azzeccherai”, dice la madre del protagonista, Bobby (Jesse Esenberg).

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Ok, siamo al solito Allen, non siamo in “Broadway Danny Rose” (per me il suo capolavoro). Ma credo sia incontestabile la sagacia con cui per l’ennesima volta il regista ami orchestrare le figurine dei suoi film, atte a dipanare gli intrighi insolubili della vita. Amori che non si realizzano, scelte che sono distrutte dal Fato beffardo dietro l’angolo, uomini fragili per troppa complessità repressa che prima o poi si fa sentire, il tradimento come viatico per l’Amore, che si consumi o resti nel cuore. Il tutto immerso in un decòr sfarzoso, illuminato dalla strepitosa fotografia di Storaro (incredibile l’incipit nella villa dello zio produttore di Bobby, immersa nel bagliore azzurro della sera).

Ok, abbiamo rivisto un ennesimo Allen, un po’ più in forma di certe ultime prove e un po’ meno di altre. Torna l’ebraismo come ossessione, velato da un sentore di morte presente più del solito (“E’ un peccato che l’ebraismo non creda nell’aldilà”). Il protagonista parla e si muove come Allen, come sempre. Persino Cate Blanchett in “Blue Jasmine” era diretta così. Questo manierismo può risultare insopportabile a molti ma con Allen è o prendere o lasciare.

E se lasci ti perdi una ulteriore (piccola) prova di come un regista, forse più profondo di quanto anche molti fan pensino; una ennesima piccola prova, dicevamo, di come si orchestri la giostra della Vita. Tra una citazione di Wilder (gli incontri tra Steve Carell e Kirsten Stewart son presi pari pari da quella meraviglia wilderiana che è “L’appartamento”) e un profluvio di immagini luccicanti dell’età del jazz e della Hollywood degli anni d’oro, “Cafe Society” sembra un Bignami alleniano ma anche un piccolo testamento.

Non si sfugge alla Vita e alle sue insane logiche che, al redde rationem, non danno la felicità, al massimo qualche fugace ebrezza. E perché una coppia duri per sempre deve chiudersi in un cliché decisamente inautentico, sempre uguale a se stesso (vedi la coppia Parker Posey-Paul Schneider).
Insomma, “Cafe society” non fa la differenza né per il cinema alleniano né per il cinema tout court. Ma se lo si va a vedere qualcosa, qualcosa di vecchio e risaputo senza dubbio, sedimenterà dentro di voi. Vecchio Woody…

CAFE SOCIETY (id.)
2016, U.S.A.
regia: WOODY ALLEN
con: Kristen Stewart, Jesse Eisenberg, Blake Lively, Steve Carell, Parker Posey

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