COMMENTA QUESTO FATTO
 

Bohemian Rhapsody, film con afflato da tribute band

Oh, che fatica i biopic. Genere cinematografico ad alto tasso di rischio del ridicolo, perché si rivolge a differenti tipologie di spettatore, a differenti tipi di aspettative e a cui vengono richieste troppe cose.

A mio parere il vero biopic è quello che, in barba alla filologia o alle speranze di soddisfazione del principio del piacere del fan meno evoluto, prova a catturare lo spirito di un personaggio, di un tempo, di una circostanza e a cercare di penetrare il mistero della creazione o, perlomeno, di farci percepire che il risultato della creatività è misterioso.
Ma purtroppo nulla di tutto ciò è presente in questo “Bohemian Rhapsody”.

D’altra parte questa pellicola, campione d’incassi del 2018, film biografico finora più visto di sempre, ha avuto la supervisione e il benestare dei componenti della band ancora in vita. I quali non sembra siano stati così magnanimi da farsi rappresentare con onestà. E comunque almeno le falsità sulle ragioni del Live Aid potevano essere evitate.

A parte questo, “Bohemian Rhapsody” può essere visto come un film che in relazione ai nostri tempi ha solamente una cosa: l’afflato da tribute band.

Triste considerazione a mio parere: la tanto celebrata scena finale in cui si ricostruisce minuziosamente la storica esibizione dei Queen al Live Aid sa davvero di replica degna di una tribute ufficiale di quelle che hanno il benestare degli originali.

Non potendo vedere i “Veri Queen” ci si scioglie nel vedere la replica il più fedele possibile. Il che, a parer mio, non fa altro che far sentire ancora più forte l’assenza dell’originale. Ma a qualcuno sembra bastare e avanzare. Eppure basterebbe metter sù un dvd e rivedere il concerto, anche se senza Dolby fracassatimpani e con la qualità televisiva. Avremo il carisma della band vera senza repliche “più vere del vero”, e perciò irrimediabilmente false.

Quali sono alcune delle occasioni perse di “Bohemian Rhapsody”? A mio parere proprio il ritratto di Mercury, che avrebbe potuto fornire tante possibilità trattandosi di un immigrato sanguemisto, senza una vera identità, fuori da ogni luogo; un castaway molto appetibile per paralleli col nostro tempo. Un’altra deplorevole debolezza è proprio la ricostruzione dei momenti in cui “Bohemian Rhapsody” viene creata: il più celebre brano dei Queen è una composizione suddivisa in varie parti, molto articolata. Non certo il brano più complesso di sempre (ben altro venne realizzato in quegli anni, almeno a livello di articolazione della struttura e di difficoltà esecutiva) ma resta la punta di diamante dei Queen, comunque si voglia considerare questa band.

Senza arrivare ai livelli del Godard di “One plus one”, film dove il regista segue passo passo la nascita e lo sviluppo di “Sympathy for the devil” degli Stones, sarebbe stato più intelligente e meno ingiusto dedicare maggior tempo e minor enfasi infantile alla suite per cui i Queen verranno ricordati.

A ciò che ho detto aggiungiamo che “Bohemian Rhapsody” è tirato via sia per successione di eventi che per studio psicologico dei personaggi e che il passaggio dagli anni 70 agli 80 è superficiale e relegato a qualche taglio di capelli e qualche giacca di pelle e abbiamo detto abbastanza.

E su tutto la cosa più irritante: il sottofondo moralistico e punitivo che sottende per tutto l’arco di tempo della visione.

Questo film è un bigino. Non per un problema di casting; gli attori, a prescindere dall’aderenza fisica fanno bene il loro lavoro (Malek ha occhi azzurri e una protesi dentaria ridicola ma recita bene); non è un problema di qualità tecnica del film (il linguaggio non ha niente di originale ma sta nei binari di un film professionale). È solo un problema di semplificazione narrativa, in cui lo scadenziario degli avvenimenti vien trattato per sommi capi e con soluzioni cinematografiche trite (Mercury sotto la pioggia che decide di cambiare sistema di vita si fa fatica a vedere senza sorridere).

Il regista, Bryan Synger, ha da un bel po’ abbandonato le velleità autoriali per dedicarsi anima e corpo alla saga Marvel; ma questi Queen non han nemmeno l’appeal degli X Men, eccezion fatta per le “mirabolanti” scene del Live Aid.. Eppure, almeno in piccolissima dose, un certo trattamento simile poteva essere azzardato; sempre di eroi marginali si parla.

Riguardo il co-regista Dexter Fletcher, non accreditato nei titoli, (problemi in corso di lavorazione hanno obbligato questa alternanza), questi ha già girato un altro biopic su Elton John. Serve aggiungere altro?

In conclusione “Bohemian Rhapsody” è un film girato con un manuale del biopic da terzo millennio sulle gambe del regista; con la usuale “professionalità” che risulta stucchevole. E con la pretesa di essere “vero”. Una pretesa infantile per chi conosce i misteri dell’arte o abbia almeno letto un tascabile di aforismi di Oscar Wilde.

Ci vorrebbe un Ken Russell per trattare certo materiale; con tutti i difetti di alcune sue fantasiose ricostruzioni biografiche almeno avremmo assaporato un’atmosfera più godereccia e non punitiva come questo moralistico film biografico lascia trapelare.

Tra i punti a favore: l’ironica apparizione di Mike Myers, nelle vesti di Ray Foster del produttore che rifiuta “Bohemian Rhapsody”. Chi ha visto “Fusi di testa” capirà.

Bohemian Rhapsody
(id. U:S:A/GB 2018)
Regia: Bryan Synger (e Dexter Fletcher, non accreditato)
Con: Rami Malek, Lucy Boynton, Ben Hardy, Gwilym Lee, Joseph Mazzello, Mike Myers

Riproduzione Riservata.

 

Lascia un commento alla notizia che hai appena letto (nessuna registrazione necessaria)

Please enter your comment!
Please enter your name here