ASCOLTANDO IL SILENZIO di Emanuela Stievano [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 17/06/2020 ore 11:33

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

Gennaio 2020, è arrivato per me carico di aspettative.

Avevo iniziato a scrivere mesi prima un nuovo romanzo e il mio obbiettivo era quello di andare avanti e magari chissà, finirlo presto. Ero anche impegnata con ginnastica, yoga e camminate meditative. Distrazioni necessarie sia per il corpo che per la mente. A gennaio, io e mio marito, decidemmo di utilizzare quello “Smart Box” che languiva silenziosamente sullo scaffale della scrivania da quasi due anni.

La settimana che iniziava il 17 febbraio, era perfetta per utilizzarlo visto che mio marito aveva delle ferie arretrate.

Optammo di partire giovedì 20 e farci qualche giorno in totale relax in qualche bel posto. Non volevamo andare tanto lontani con la macchina, così la scelta cadde su Lovere sul lago d’Iseo.

Ci sembrava di aver fatto un’ottima scelta, il tempo era previsto abbastanza buono e tutto apparentemente era perfetto.

Le notizie che i media davano dalla Cina, apparivano lontane come lo era la Cina.

La nostra mini vacanza fu gradevole. Decidemmo di rimanere a Lovere un giorno in più. Al risveglio la mattina, mi affacciavo alla finestra che dava sulla piazza XIII Martiri con la sua bella fontana. Oltre la piazza c’era il lago e i paesi affacciati sulla riva opposta. Le montagne facevano da cornice a questo panorama di bellezza e tranquillità. Non è questo bel quadretto però che ha avuto la precedenza nella mia mente in questo periodo perché qualcos’altro si è infiltrato nei miei ricordi, un’immagine che non avrebbe potuto significare molto quando la guardavo ma che invece è divenuta un simbolo per me. Tanti ragazzi proprio giù nella piazzetta in attesa dell’autobus, pronti per andare a scuola. Assonnati forse, preoccupati per una verifica, chissà … o semplicemente felici di stare coi propri compagni. Una scena assolutamente ordinaria fino a quel momento. Chi avrebbe potuto pensare che da lì a qualche giorno il loro mondo sarebbe stato stravolto e che tutto quello che fino a quel momento avevano fatto con la massima normalità, sarebbe diventato proibito?

Il 21 febbraio, lo trascorremmo a Montisola, piccola isola sul lago d’Iseo. La percorremmo quasi tutta con le nostre biciclette ammirando il panorama. C’era il sole, e pochi turisti. Gli abitanti del posto sfrecciavano con i loro scooter e io e mio marito ci godevamo le meraviglie della natura. Ci fermammo a mangiare il nostro panino a Menzino, uno dei paesetti che popolano l’isola.

Al pomeriggio decidemmo per una breve gita a Bergamo alta. Lì c’erano più turisti ma anche bergamaschi che passeggiavano tranquilli, ignari di quello che già stava accadendo nel lodigiano.

Finimmo la serata in pizzeria e l’indomani ripartimmo per tornare a casa.

Il rientro fu lungo perché decidemmo di passare per la val Brembana e raggiungere il passo Tonale. Il panorama era mozzafiato ma ancora una volta quello che mi rimase più impresso, furono le miriadi di sciatori che con le loro tute colorate, spiccavano sulla neve bianca. Avrei tanto voluto fermarmi e fare loro una foto ma era pieno di macchine e posto per fermarsi non ce n’era, così a malincuore dovetti rinunciare. Nei mesi che seguirono, ho ripensato spesso a tutti quei sciatori. Non mi importava più l’aver perso l’occasione di immortalarli sul mio cellulare. I pensieri erano altri. Quanti di loro erano a conoscenza di quello che stava avvenendo non lontano da lì? Forse pochi, o forse nessuno. Nemmeno noi che stavamo tornando nel veneziano avevamo capito che cosa stava succedendo. E intanto il primo decesso per covid -19 era già avvenuto.

Nei primi giorni di marzo, iniziavamo a metabolizzare che tutto sommato la Cina non è poi così distante da noi e che quel virus chiamato covid -19, aveva viaggiato e deciso di far danno anche da noi. Sabato 7 marzo, andammo a fare una passeggiata nella nostra barena a Lio piccolo. In quei giorni si iniziavano a prendere precauzioni distanziandoci dalle altre persone di almeno un metro, piano piano stavamo entrando in quell’ordine di idee che bisognava avere una certa prudenza ma tutto sommato ci si poteva muovere. Ricordo che in macchina si ragionava su dove si sarebbe potuto andare l’indomani. Eravamo propensi per una gita in montagna, si ma dove: Monte Grappa o Monte Pelmo? Fu la radio a dirci cosa avremmo fatto il giorno dopo. Domenica 8 marzo, le province di Venezia, Padova e Treviso furono dichiarate “zona rossa”. Io e mio marito ci guardammo abbozzando un sorriso incredulo. Iniziò da lì la mia quarantena. Mio marito ha sempre lavorato, l’azienda dove è impiegato eroga servizi e non poteva chiudere. Per tanto tempo è stato lui a fare la spesa e a darmi notizie dall’esterno. “Hai trovato macchine per strada? Le persone che hai visto portavano la mascherina?” Erano queste alcune delle domande che gli facevo. In qualche maniera attraverso le sue risposte cercavo di farmi un’idea di quello che c’era fuori dall’uscio di casa. La vista dal condominio è limitata, ma noi siamo fortunati perché abitiamo in campagna da dove si vedono i campi e nelle belle giornate limpide anche le montagne. Mi sono sentita una privilegiata ad avere dei balconi e poter uscire a prendere una boccata d’aria o a prendere un po’ di sole. Già, perché quest’anno la primavera è stata magnifica. Dall’alto del mio secondo piano guardavo il prato condominiale pieno di margherite e l’acero rosso fiorito. La natura continuava il suo corso infischiandosene del virus. Proprio quella natura che noi umani pensiamo di dominare, ci stava dando l’ennesima lezione di una superiorità innegabile.

E intanto il web, la tivù, la radio e i giornali, divulgavano bollettini fatti di numeri. Dietro a quelle cifre però c’erano tragedie. Famiglie piombate di colpo nella disperazione impotenti davanti ad un mostro invisibile.

Nonostante tutto, ho cercato di andare avanti con il mio nuovo romanzo. Essere a casa e avere tanto tempo a disposizione è il massimo per chi ama mettere su carta i propri pensieri. Mi sono impegnata e ho terminato il romanzo, ma non mi sono fermata lì perché ad aprile ne ho iniziato un altro finendolo a maggio, un record che penso non mi accadrà più. Ho voluto ambientare la storia ai giorni nostri ai tempi del coronavirus. Una storia che mi ha preso molto e che quest’anno spero di pubblicare.

Ormai siamo a giugno. Questi mesi nonostante il lockdown, sono volati. Chissà se un giorno si tornerà a vivere senza distanziamento, senza guanti e mascherina. Senza paura di essere infettati, liberi di vivere la nostra vita senza limitazioni…

Ritorno con la mente alla breve passeggiata di una domenica pomeriggio di fine marzo fatta nel boschetto dietro casa. Di quei momenti rimpiango il silenzio che proveniva dalla strada non lontana da noi. Era irreale e magico. Qualche macchina ogni tanto, nessun aereo in cielo ma solo il suono degli uccellini col loro cinguettio. Nonostante le grandi perdite di vite ma anche economiche che ha subito e che continua a subire nonostante la ripresa, il nostro Paese, rimarrà per sempre in me la consapevolezza di aver vissuto un momento unico nella storia, un momento per fermarsi e riflettere. Molti lo avranno fatto, ma la vita spinge per riprendere il ritmo giusto e allora è facile dimenticare il silenzio, la natura, l’emozione che può dare la vista di un bel tramonto o il miracolo di veder sorgere il sole. Chi, nonostante la felicità di un graduale ritorno alla normalità riuscirà ancora a sorprendersi ascoltando il silenzio, potrà davvero dire, di essere passato indenne da questo enorme dramma chiamato covid-19.

 

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