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sabato 27 Febbraio 2021
HomeConcorso Letterario La Voce di VeneziaANNO 2070 : E' COLPA LORO! DAGLI ALL’UNTORE di Mario Rifranti

ANNO 2070 : E’ COLPA LORO! DAGLI ALL’UNTORE di Mario Rifranti

Dovevamo immaginarlo che era solo questione di tempo, e virus ne sarebbero arrivati altri, anche peggiori.
Gli scienziati lo dicevano da anni, ed è accaduto. Ma nonostante l’evidenza, sono ancora in molti a rispolverare il solito e vecchio motto: “Negare sempre, negare tutto!” come si trattasse d’una flagranza d’adulterio, invece purtroppo, è ben altro.
Eppure l’esperienza del 2020 qualcosa doveva insegnarci, così come quella del 2040. E puntualmente, oltre ai negazionisti sono riapparsi i complottisti. E allora, “Dagli all’untore!” e caccia al nemico che l’ha creato, questo virus infernale, allo scopo di annientarci, come nei vecchi film di James Bond del secolo scorso. Archeologia cinematografica forse, eppure oggi come allora, a detta di molti c’è ancora la Spectre di turno che trama nell’ombra.
Io non volevo credere al negazionismo della prima setta, e neppure ai deliri della seconda. Erano ragionamenti che mi riportavano alla mente i discorsi ascoltati anni prima dai più anziani. Quelli di allora, in fondo non erano pericolosi, gli odierni al contrario, fanno rabbrividire.

Dicono: “Dovevamo pensarci prima invece di fare gli spiritosi scherzando sulla loro statura, su come ci guardavano, sul fatto che sembravano tutti simili e delle poche parole che usavano, nemmeno tanto bene. E ci facevano quasi tenerezza, nella loro semplicità, capaci di imitarci o poco più. Poi però le cose sono cambiate: si sono rivelati gran lavoratori, infaticabili, senza tutte le nostre fisime per la testa, e soprattutto son diventati sempre più numerosi, troppi. E ora sono quella maggioranza che non vede l’ora di prendere il nostro posto! E lo stanno facendo con questo virus, creato per eliminare noi e lasciare loro padroni del mondo.”
Nel sentire cose simili mi dicevo: “Cose da pazzi! Cose dell’altro mondo anzi, dell’altro millennio! Possibile che la storia non ci insegni mai nulla? Che ogni volta ci sia qualcuno da sterminare e alla fine non rimangano che cumuli di esseri senza vita? Che non si riesca a capire che tutto ciò significa solo fare un passo avanti e due indietro?”
Ho provato a controbattere e oppormi, ma prima mi hanno guardato con antipatia, poi con sospetto.
Il finale in fondo era nell’aria, scontato e terribile: dichiarare guerra ai malvagi di turno e cancellarli dalla faccia della terra prima che fosse troppo tardi. Io non volevo credere al complotto, ma i nuovi Robespierre, in un resuscitato Regime del Terrore, come sempre non ammettono scelte: chi si ribella agli ordini è un disertore, o peggio ancora complice del nemico, e va eliminato.
Così, si abbassa la testa, si subisce e si ubbidisce, finendo col perdere di vista il nemico vero e inseguire quello fittizio, creato dalla nostra mente presuntuosa, autoritaria, delirante, al grido di “mors tua vita mea!”.

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E’ stato un anno tremendo. La mia lotta, combattuta su due fronti contro virus e nemici, sta per finire, ma una cosa ho capito: spesso i primi se ne vanno, con un vaccino o senza, i nemici no, perché siamo sempre pronti a ricrearne di nuovi.
È proprio una serataccia: scende una pioggia acida e sono appeso nel vuoto.
Se solo aprisse il pugno mi sfracellerei di sotto.
Mi dice: “Ho visto cose che voi umani…”
Che fare? Una sola parola storta e finirei laggiù.
In una situazione simile 007 se la caverebbe con una trovata delle sue, ma io non sono Bond. Posso solo provare a sdrammatizzare come fa lui nei momenti critici.
“Aspetta, non essere impulsivo… non precipitiamo… Guarda che in quanto a cose, come dici tu, anch’io potrei raccontartene parecchie, umane e disumane. Se hai un attimo di pazienza e mi rimetti sul cornicione…”
Ci pensa un attimo, poi mi strattona verso l’alto: lo sguardo minaccioso e carico di sfida. Lui sa che non riuscirei a scappare. Io, che devo provare a sopravvivere.
“Non credi che in fondo siamo tutti nella stessa barca? Guarda com’è ormai cambiato il mondo. Un inferno. Ricordo un tempo lontano quando si dibatteva ancora di ambiente, ecologia, sopravvivenza. Ho visto documentari su gli ultimi tre rinoceronti bianchi: brucavano protetti da una scorta armata per non finire uccisi da bracconieri avidi del loro corno. E la foresta amazzonica bruciata e disboscata per far posto a bovini e olio di palma; scienziati che tentavano di far crescere insalatina nelle navette spaziali, in previsione di Marte; volontarie ecologiste riempire sacchi con milioni di formiche, e traslocarle lontano dall’alta velocità che doveva passare di lì a poco.
E infine, ingegneri inventare robot che all’inizio facevano soltanto capriole, come le scimmie che andavano scomparendo, e ora invece, eccoti qua…

Ho guardato subacquei piantare coralli appena coltivati accanto a quelli che stavano lì da milioni di anni, ma impallidivano irrimediabilmente. Ho visto eserciti di forzati sdraiarsi al sole in cerca della stessa tinta che pochi anni prima marchiava la pelle chi si spaccava la schiena nei campi.
Mi sono appassionato al mistero di Majorana, imbarcato su di un piroscafo e sparito nel nulla; immaginato i ragazzi di via Panisperna sgomenti, all’apparire del fungo atomico di Los Alamos, presagio della tempesta nucleare che di lì a poco avrebbe spazzato via una città, e poi un’altra ancora.
E ben presto i sogni diventavano incubi popolati da divinità infuriate. Mentre Eolo abbatteva con un soffio foreste di Stradivari come fossero stuzzicadenti, Vulcano con uno starnuto costringeva a terra tutti gli aerei d’Europa. Persino Nettuno, che innamorato com’era di Venezia, talvolta scavalcava gli Schiavoni ed entrava in piazza San Marco a goderne la bellezza, ormai, di fronte a Fukushima percuoteva il mare gridando: ”Ora basta!”. Il campanile di S. Marco non è più crollato, noi si.
Tutto doveva farci capire che bastavano pochi gradi di febbre in più, e Gaia ci avrebbe spazzati via, ma era fiato sprecato. Si guardavano reportage su animali presenti sul pianeta da centinaia di milioni di anni: coccodrilli, squali, testuggini.
Eppure, invece di congratularci idealmente con loro, si facevano borsette, zuppa di pinne e brodo di tartaruga, pensando che la loro età stimata fosse solo leggenda e i dinosauri, vissuti anch’essi per milioni di anni, solo giocattoli di gomma per bambini.




Alla fine, quando hanno iniziato a ribellarsi trasmettendoci quei virus a cui erano tranquillamente immuni, noi a testa bassa tentavamo di combattere l’invasore, ma il nemico era cambiato. Mentre Napoleone lo sconfiggeva scrutandolo dall’alto di una collina, gli scienziati cercavano di scovarlo consumandosi gli occhi al microscopio. E in TV comparivano animazioni: rappresentazioni accattivanti di esserini colorati, carini da vedere, micidiali da respirare.
E ormai di burqa e chador non si parlava più, visto che ormai tutto il mondo si spostava in incognito. Le città finalmente respiravano, ma era servito a poco. Passata la paura e punzecchiate miliardi di braccia, sembrava non fosse successo nulla.
E milioni di ettari continuavano ad andare a fuoco. Muzio Scevola, secoli prima, accortosi dell’errore, in quel falò ci avrebbe arrostito la mano.
No, gli uomini non se ne curavano. Sonnecchiavano in automobili a guida autonoma che li conducevano verso spiagge di polimeri.”
Mi accorgo che la filippica iniziata per salvarmi la vita, alla fine è diventata un’invettiva urlata contro il mio avversario.
Lui, ennesimo esercizio di tecnologia tracotante da parte nostra, è in fondo il solo a non avere colpe.
“Basta, ho finito.” mi dico senza più voce.
Sono fradicio, esausto, impaurito. Potrei continuare ma mi chiedo:
“A che serve? Alla fine l’abbiamo voluto noi.”
Lo guardo. Ha occhi bellissimi e profondi. Sembra proprio umano. Se avessimo saputo dargli un’anima potevamo anche estinguerci lasciando Gaia in mano a loro, ma non siamo Dei, questo è sicuro.
Spero almeno che gli ingegneri nel dar loro vita, li abbiano creati meno distruttivi di noi.
Lo vedo alzare un braccio e allungarlo verso di me.
Inutile fuggire, non ne ho più le forze.
Gli basterà darmi la spinta finale e rimarrà solo, senza più cacciatori di androidi con
diritto di vita e di morte sugli altri esseri viventi.
Invece me la appoggia sulle spalle. Sembra sorridere.
Mi dice: “Vieni, ci deve essere ancora un bar aperto. È tardi forse, ma se uniamo quel poco cervello che vi è rimasto alla nostra intelligenza artificiale, chissà che non possiamo farcela a invertire la rotta…”
Ripenso agli ingegneri. Un’anima non potevano donargliela, ma la coscienza credo proprio l’abbiano fatto.
Mi escono un sospiro di sollievo e un filo di voce: “Non vedo l’ora. Parliamone.”

 

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