ANCORA UMANI di Laura Daveggia [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 17/06/2020 ore 11:33

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Concorso Letterario de “La Voce di Venezia”. Prima edizione: “Racconti in Quarantena”

Esco presto nel mattino di una città che sembra perennemente in coprifuoco. Locali e negozi chiusi, le poche persone in giro rinchiuse dentro mascherine e guanti come lumache nel guscio. Il silenzio è impressionante: nemmeno più il rombo degli aerei né quello dei mezzi pubblici. Intere strade vuote, si vede gente solo in prossimità di supermercati e dei pochi negozi di quartiere ancora aperti. La croce luminosa della farmacia brilla come un’ancora di salvezza. Sguardi reciprocamente sospettosi nei confronti delle pattuglie di polizia e vigili urbani in servizio di sorveglianza. Persino dalle finestre non si affaccia più nessuno. Mi tornano in mente i racconti dei tempi di guerra.

Ragazzini, in giro, non se ne vedono più. Curiosamente, sembrano esserci molti anziani, che dovrebbero invece stare a casa. Si sa che tuttavia gli anziani sono la maggior parte della popolazione, moltissimi sono sani ed autonomi oltre che soli. La percezione dell’essere anziano spesso è totalmente soggettiva. E poi, non sono impegnati con lo smart-working, né più con i nipoti.

E proprio una signora anziana ad un certo momento mi passa accanto, con una busta della spesa gonfia di acquisti. Cerca di camminare spedita ma si vede che è in difficoltà; continua a sistemarsi gli occhiali e brontola tra sé. Spesso le mascherine fanno appannare gli occhiali e falsano la prospettiva. Le buste piene di acquisti non aiutano di certo a camminare sicuri. Non faccio in tempo a chiederle se magari desidera un aiuto: scivola all’istante e la vedo atterrare qualche metro più avanti. Gli occhiali volano, il contenuto della busta si sparpaglia dappertutto. Nel silenzio il rimbombo della caduta pare immenso.

Mi fermo per aiutarla temendo il peggio. Invece è cosciente e, sebbene spaventata, pare non aver subìto troppi danni. Dice che la mascherina le dà sempre fastidio perché non la lascia respirare bene; inoltre le appanna gli occhiali, così non ha visto una buca della strada ed è scivolata. Sembra molto arrabbiata: con il virus, con le maschere, con il mondo intero. Incredibilmente, dal nulla della strada sono emerse molte persone: tutte si sono fermate. Da un negozio qualcuno offre anche una sedia.

La signora pare abbia solo un’escoriazione, lieve, alle ginocchia; qualcuno tira fuori l’immancabile gel igienizzante (in questo il coronavirus è utile) e la puliamo un poco. Le chiedo se vuole che telefoniamo a qualcuno, ma no, non ha nessuno. Non è sposata, vive con una sorella più giovane che ora è al lavoro. Non vuole preoccuparla, dato che non è successo nulla di grave. Dice di abitare poco lontano. Mi offro di accompagnarla. Ci andiamo in due; raccattiamo tutto quanto sparso a terra, lei pulisce gli occhiali e tiene abbassata la mascherina. La strada è sconnessa e si appoggia sottobraccio. L’altra persona che ci accompagna recupera la borsa con gli acquisti cercando di sistemarli alla meglio e ci segue.

Dopo poco incrociamo una pattuglia di polizia municipale. Ci guardano a lungo: in tre a meno di un metro, addirittura a braccetto e lei senza mascherina….. Sono già pronta per controbattere a qualsiasi obiezione; invece, continuano a squadrarci in modo strano, ma non ci fermano. Chissà, forse hanno capito.

Arriviamo sotto casa sua, per fortuna ha una sola rampa di scale. Una vicina apre la porta: ha sentito un po’ di trambusto e chiede cosa è successo. Prende lei la borsa degli acquisti, entra in casa con la signora e ci rassicura: rimarrà con lei fino al rientro della sorella. Non facciamo in tempo ad arrivare alla porta che già la vicina ha fatto sedere la signora e iniziato a sistemare la spesa. Ce ne andiamo sollevati.

Sulla via di casa, rifletto al periodo che stiamo vivendo. Le nostre relazioni sociali si sono virtualizzate, tablet e smartphone sono gli unici mezzi di comunicazione. Si lavora a distanza, si studia a distanza; spesso si acquista a distanza. Abitudini e hobby personali non esistono più; tutti abbiamo adottato la medesima routine fatta di uscite brevi e rare, grandi pulizie in casa, ascolto di informazioni sanitarie. Al supermercato comperiamo più o meno tutti gli stessi articoli. Le rare conversazioni hanno sempre gli stessi argomenti. Sembriamo dei robot teleguidati. Per la strada è difficile riconoscere le persone dietro le mascherine, non ci si ferma più nemmeno per un saluto e le parole escono comunque deformate. Nemmeno in condominio ci si incontra più: fino a un mese fa magari si litigava con il vicino che annaffia i fiori e ci bagna il balcone. Ora nemmeno questo. Abbiamo imparato a stare fisicamente distanti, ad attendere in file ordinate, a cedere il passo a chi esce da un negozio prima di entrare: è strano per noi italiani ed è ancor più strano per i giovani. Abbiamo imparato ad essere più sospettosi e ci spostiamo all’istante, diffidenti, se qualcuno si avvicina magari per evitare la cacca di un cane.

Oggi, invece, mi sono resa conto che, malgrado tutto, siamo ancora umani.

 

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