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La Procura di Roma sostiene che, a oltre dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, le autorità egiziane hanno ostacolato in modo sistematico l’accertamento della verità. Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016 e fu ritrovato morto con segni di torture.
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Secondo gli inquirenti italiani, la collaborazione giudiziaria fornita dall’Egitto fu in larga parte apparente e mirata più a nascondere fatti e responsabilità che a chiarirli. Gli investigatori inviati al Cairo nel 2016 operavano senza poteri di iniziativa: erano presenti come osservatori e non potevano indirizzare o partecipare concretamente alle decisioni investigative locali.
La Procura ricorda che l’esperienza investigativa congiunta guidata da Ros e Sco si concluse il 23 marzo 2016. Il giorno successivo la National Security annunciò di aver individuato e ucciso i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio, attribuendo l’omicidio a una banda criminale di cinque persone dedita a rapine e truffe contro stranieri. Gli accertamenti italiani hanno però sollevato forti perplessità su quella ricostruzione: una utenza telefonica collegata al presunto capo della banda risultò infatti attiva la sera del 25 gennaio 2016 a circa cento chilometri dal Cairo. Per gli inquirenti italiani quel gruppo è oggi indicato come il principale depistaggio volto a distogliere l’attenzione dagli apparati di sicurezza egiziani.
Nei due anni successivi la cooperazione sostanziale tra Italia ed Egitto non si tradusse in risultati investigativi concreti. Nel dicembre 2017 la Procura di Roma consegnò al Cairo un’informativa che delineava responsabilità riconducibili a appartenenti alla National Security, figure poi iscritte nel registro degli indagati il 4 dicembre 2018: cinque esponenti dei servizi di sicurezza egiziani.
Con l’avvicendamento al vertice della Procura generale egiziana, la collaborazione apparente lasciò spazio a una contestazione formale delle conclusioni italiane. Dal Cairo venne inviato un “Memorandum” che contesta punto per punto gli elementi raccolti dall’accusa italiana, escludendo il coinvolgimento della National Security.
La Procura capitolina ha inoltre tracciato il bilancio delle richieste di cooperazione giudiziaria: dall’Egitto sono arrivate soltanto due rogatorie contenenti undici richieste, tutte soddisfatte dalla Procura di Roma. Dall’Italia, su 64 richieste rivolte al Cairo, 25 hanno ricevuto risposta mentre 39 sono rimaste prive di riscontro. Tra gli atti mai trasmessi figurano il traffico delle celle telefoniche, i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, la documentazione della National Security relativa al monitoraggio del ricercatore, i registri di servizio e gli atti amministrativi del fascicolo aperto su di lui.
Per la Procura di Roma non si tratterebbe di omissioni casuali, ma di risposte selettive mirate a impedire l’ampliamento delle responsabilità e l’identificazione di ulteriori appartenenti agli apparati di sicurezza coinvolti.
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