Muore un veneziano d.o.c., benché nato a Milano. Uno che la città la ha amata e spesso illustrata in alcuni suoi film, dove si capisce che la conosceva davvero intimamente. Muore un regista, ancor più un grande del montaggio e della fotografia.
Muore un autore partito dalla nouvelle vague e approdato ai lidi dell’erotico che sfiora il “rated x”. Tremo all’idea del ricordo di Brass, morto oggi, a cui si assoceranno solo i suoi film più bricconcelli. Dico anche che però se lo merita.
Curioso sperimentatore, ottimo occhio fotografico, fiducia nel montaggio. E comunque non si rinnega niente della sua intera filmografia. Non era un meschino. “Rien, je ne regrette rien” come cantava la Piaf da quella Francia dove Brass mosse i primi importanti passi.
Negli anni ’50 fu archivista della Cinemateque de Paris, dove divenne rapidissimo e sagace montatore di pellicole, secondo una scuola che vede, per Venezia, un suo consimile, Franco Arcalli. Collaboratore di Rossellini, Cavalcanti e lo Ivens di “L’Italia non è un paese povero”, in qualità di aiuto regista, Brass realizza il suo primo lungometraggio proprio tra le calli veneziane, il piccolo grande “Chi lavora è perduto-in capo al mondo” (1963), sorta di inseguimento quasi in “camera stylo” del giovane Bonifacio, riluttante a ogni incasellamento.
Se devo dire qualcosa su Brass, devo confessare che la sua svolta erotica non mi ha mai convinto, ma dentro film celeberrimi come “La chiave” (1983), tratto da Tanizaki, con una “stupenda-più che mai” Sandrelli, che venne rilanciata con questa pellicola venezianissima; oppure “Paprika” (1991) con la mestrina Deborah Caprioglio post Kinski, “Miranda” (1985), sempre nelle isole nostrane e con la incontenibile Serena Grandi, o “Così fan tutte”, con l’elegantissima Claudia Koll (1992), si poteva notare il suo talento illustrativo e di montaggio, a prescindere dalla qualità non eccelsa di soggetto e svolgimento.
Un eros ridente e grassoccio a cui personalmente non son mai riuscito a dar credito. Sarò banale ma il Brass davvero interessante è stato quello precedente, post nouvelle vague e ribelle, sia pur da osteria, di “Dropout” (1970), “La vacanza”(1971) o “Col cuore in gola”(1969), noir pop fumettistico con Trintignant (riproposto all’ultima mostra del cinema di Venezia), oppure nell’inserimento di Sordi, Vitti e Mangano dentro il bizzarro decoupage de “Il disco volante” (1967) o l’episodio “L’automobile”(1967), dal film a episodi “La mia signora” (regia collettiva). Passando per il malriuscito episodio inglese di “Nerosubianco” (1969)(con EROS in stampatello, e già qui si comincia a intravedere il futuro di Brass come attento alle dinamiche sessuali cis o etero che dir si voglia) e approdando ai fasti incompiuti di “Salon Kitty”(1976), erano gli anni di “Salò” di Pasolini e dei porno nazi, e il sempre rimandato, sempre boicottato e da lui disconosciuto “Caligola”(1979), col McDowell di quell’Arancia Meccanica” che fu proposto prima a lui che a Kubrick, per arrivare all’ultimo atto pre eros, ma con interessanti disquisizioni sulla funzione del porno, di “Action” (1980), con Luc Merenda, Adriana Asti, di cui Brass aveva capito l’intensa sensualità, e un Alberto Lupo semiparalizzato.
Da qui, la svolta eros-porno di tanti film che francamente dimentico volentieri ma che erano garanzia di cassetta. E da cui emerse la fama del Brass porcaccione, fama in parte ingiustificata ma alla fine cercata, difesa, voluta. Senza imbarazzi, dato che tutto si potrebbe dire di Brass meno che fosse un ipocrita.
Sposato per una vita con la mitica Carla Cipriani, la sacerdotessa della meravigliosa locanda di Torcello, poi passata al loro figlio, che collaborava attivamente col marito, tanto da meritarsi il soprannome di Tinta.
Un ricordo personale dell’uomo Tino Brass: nel 2007. Alla Mostra del cinema di Venezia alla collaterale dedicata ai western all’italiana a cui fornii una piccola collaborazione venne a parlare del suo western “caleidoscopico”, quello “Yankee” con Philippe Leroy e Adolfo Celi messicanizzato ispirato a Piranesi e con tracce godardiane, tributo alla moda allora corrente dei western spaghetti e a cui dovette rinunciare al controllo totale; un film dove comunque trionfano colori e montaggio. Raccontò del film con modi sapidi e spiritosissimi, risultando un gran affabulatore di eccelsa simpatia.
Forse è questo il ricordo che voglio confermare, più delle generose curve delle protagoniste dei suoi film sexy.
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