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giovedì 23 Settembre 2021

Weird Western all’italiana: “Se sei vivo, spara!” (1967)

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WEIRD WESTERN ALL’ITALIANA Una passeggiata estiva attraverso le pellicole più strane e sorprendenti del nostro cinema delle praterie.

Mi è capitato recentemente di aver partecipato a un podcast, invitato a parlare di western “all’italiana” strani e sorprendenti.
L’occasione mi ha permesso di fare alcune riflessioni su un genere cinematografico che, benchè ormai da tempo riscoperto e rivalutato, non ha ancora davvero messo in luce presso il grosso pubblico delle zone d’ombra contenute in alcuni titoli che, benché meno famosi, han fatto la differenza, vuoi per la messinscena, vuoi per soluzioni narrative ora bizzarre, ora inquietanti, ora anche comiche e paradossali.
In questa mia piccola rassegna ho selezionato alcuni tra i vari titoli che spiccano per un carattere “weird”.
Non ho pretesa di essere esaustivo ma solo di stimolare alcune visioni che, col senno di poi, suggerivano altre derive possibili dal mainstream del filone.
Derive, eccentricità, tentativi di smarcamento dalla linea madre (Leone, Corbucci, Petroni, Tessari), linea che già di per sé segnò un cambio di passo internazionale ma che vanta alcuni titoli meno “nobili” che forse, per certi versi hanno pure affondato di più nel profondo del nostro modo tutto particolare di interpretare la leggenda del West.

“SE SEI VIVO SPARA!” (1967, Giulio Questi)

Con Tomas Milian, Milo Quesada, Marilù Tolo, Roberto Camardiel, Ray Lovelock

Se c’è un western weird realizzato nel nostro paese e che ha fatto scuola,bene: è proprio questo.
Senza troppi giri di parole siamo di fronte a un incubo messo in scena.
Quando siamo avvertiti del fatto che Questi volle portare nel west la sua esperienza di partigiano e di tutti gli orrori visti, allora il film diventa un libro aperto.
Ma anche senza questa informazione ciò a cui assistiamo durante la visione della pellicola è una riduzione su schermo della cattiveria umana. Per cui siamo pronti a perdonare le imperfezioni del film e ad abbracciarlo come un monito e una digressione entomologica sull’avidità.
Ma questo film non sarebbe lo stesso senza un contributo essenziale: il montaggio e la collaborazione alla scrittura di Franco Arcalli, nome da partigiano “Kim”, spericolatissimo autodidatta della moviola, che inventa accostamenti, rovesciamenti, ritmi che avvicinano “Se sei vivo spara!” alla nouvelle vague francese o al cinema surrealista spagnolo.
Soluzioni poi amplificate nel seguente thriller industriale “La morte ha fatto l’uovo” Film di compromesso (Questi non era interessato al western ma riuscì a inserire tra le maglie del genere il discorso che voleva portare avanti) che ebbe una vita travagliatissima.

Dopo le prime proiezioni venne sequestrato, poi rimontato col titolo cambiato con “Oro Hondo”.
Oggi abbiamo una edizione pressoché integra.
Il tasso di violenza esibita era per i tempi altissimo e ancora oggi è piuttosto disturbante e faticoso da digerire.
Indiani scalpati, gente che mette le dita nei fori di proiettili sul corpo ancora vivo di Piero Lulli perché i proiettili sono d’oro, gente a cui cade oro fuso in faccia, cadaveri lasciati penzolare come ne “Il manoscritto trovato a Saragozza”.
E in effetti il mcguffin del film è proprio l’oro.
E anche la luce del film è d’oro: è un universo caldissimo, afoso sino al mancamento del fiato.

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In sintesi siamo all’inferno… La trama è semplice: dopo una rapina il capo dei banditi fa fuori la quota messicana che ha partecipato al colpo, dopo averli obbligati a scavare le loro fosse.
Una notte, dal tumulo, esce un sopravvissuto, Hermano. Viene assistito da due indios che forgiano delle pallottole d’oro. Hermano raggiunge un villaggio dove i rapinatori son stati giustiziati dalla “brava gente” del luogo. Hermano riesce ad uccidere il capobanda Oaks, che era scampato al linciaggio. Ma il paese è il peggior posto in cui Hermano poteva capitare.

I cittadini se non son pazzi sono degli ipocriti moralisti assetati di ricchezza, tenuti però sotto scacco dal criminale Sorrow e dalla sua banda di pistoleri tutti vestiti di nero.
Non aggiungo altro perché la trama è ricca di colpi di scena.
Dicevo della violenza esibita: che nel film è però necessaria, anzi è il cuore di un film spietato e disilluso, il cui finale anticipa un po’ l’incipit di “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah.
Un film imperfetto ma che riesce completamente nel suo obbiettivo. Per stomaci forti.

Giovanni Natoli

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