Nadia Fusini e Massimo Cacciari alla presentazione di ‘Vivere nella tempesta’

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Un canto, una magia sotto il tendone adibito a spazio Shakespeare, fra le maglie del Festival della Politica organizzato dalla Fondazione Gianni Pellicani a Mestre, che ha incantato gli appassionati del famoso drammaturgo inglese a 400 anni dalla morte, catturati da un’atmosfera di struggente attesa.

L’occasione è la presentazione del libro di Nadia Fusini, Vivere nella tempesta, edito da Einaudi e il fascino dell’evento si concentra in una conversazione fitta e labirintica plasmata da luci e ombre, che la scrittrice intraprende con il filosofo Massimo Cacciari, alle prese con La Tempesta shakespeariana e con la riscrittura dell’opera che Fusini ha impostato in un nuovo battesimo descrittivo di grande suggestione.

Fusini ha ascoltato il rumore del naufragio che la tempesta ha provocato, annusato l’odore della paura e il sentimento forte della vendetta dei protagonisti, non senza fermarsi ai bordi di quell’immensa parabola che riguarda il perdono, la pietas e che avvolge la commedia, o meglio la romance, nella forza e nella debolezza dei personaggi che la abitano. La si rivede quell’isola del Mediterraneo complice dell’esiliato Prospero, vero duca di Milano deposto dal fratello Antonio.

Lo immaginiamo mentre invoca la Tempesta per riscattare se stesso e la figlia Miranda e la sentiamo quella musica di sottofondo che nutre la vicenda. Quella musica, “mistero dell’anima” che induce tuttavia a ricercare le ragioni del perdono, a non volere il male, anche quando lo si è ricevuto. “La conversione nasce dal perdono, ma non è al centro delle romance”, ha suggerito Cacciari “la magia ha poco tempo per organizzare lo spettacolo e la materia è fatta di sogni”.

La magia dura fino a quando c’è la rappresentazione nella sua euforia”. Fusini ha assimilato il pensiero e il convincimento che un libro può essere “come una conchiglia che accosti all’orecchio e vi senti riecheggiare pensieri ed emozioni e La tempesta con i suoi racconti d’isole, mari e naufragi è una conchiglia piena di voci e suoni, un testo parlante che può aiutare, chi lo sappia ascoltare, a prendere coscienza delle grandi e piccole tempeste della vita quotidiana e riconoscere della vita, il dono e la meraviglia”.

La musica che connette il movimento degli astri con l’innocenza di Miranda nel suo mare quieto di meraviglia e poi l’amore nel miracolo di spostare lo sguardo in un mondo nuovo, artefice di un sogno dotto che accoglie il respiro che risuona il nostro essere umani in balìa delle nostre debolezze. Il riconoscimento del labirinto e dell’utopia trattato da Cacciari, spinge il filosofo a riconoscere che l’Utopia, da Tommaso Moro a Francesco Bacone, “è l’Arte dello Stato e la musica è la possibilità centrale che non si basa sulle leggi, poiché immanente al loro ordine. L’utopia non può costruire alcuno Stato e non è esportabile. La musica quindi è l’immagine del potere politico che si riflette e si vende, per quello che è, il non essere musicale”.

L’introspezione di Nadia Fusini, naufraga approdata all’isola della conoscenza e interprete delle parole e dei suoni che l’umano riceve dai fatti narrati ne La tempesta, avvicina a noi le grandi questioni che pur il nostro tempo ci rimanda. Dal destino del vivere la tempesta dei nostri drammi quotidiani, alla distanza che segna il mancato incontro con ciò che è lontano, lo sconosciuto, colui che non si vede, che non sappiamo come vive. E ancora i luoghi che sembrano inabitati permeati da storie che ben conosciamo, vediamo, ma che rimangono invisibili alla sapienza consapevole.

L’Isola nella Storia ha accolto e segregato il dolore, l’acqua ha assistito alla vita degli esclusi, carceri e manicomi l’hanno deputata a misura di sicurezza, togliendole il vero respiro di libertà. Ha anche scatenato tempeste per risvegliare le coscienze, quell’acqua salata di rabbia e di riscatto, ma troppi sono i rifugi che le hanno protette e assordate. Troppe esistenze vinte, nelle isole, sarebbe tempo d’interrogarsi, suggerisce Fusini, per darci anche noi una giustificazione, una seconda chance, per capire in fondo, “se si può vivere senza vincere, senza posare il piede sulla testa degli altri”.

Un richiamo alla bellezza e allo straniamento necessario alla ragione attraverso la forza della magia e insieme la semplicità della lettura che ci ascolta: questi i sentimenti che Cacciari e Fusini hanno trasmesso nell’incontrare l’ultima fatica letteraria dell’autrice: uno Shakespeare più che mai presente e vigile sull’andatura ondivaga e frammentata dei nostri sentimenti.

Andreina Corso | 29/09/2016 | (Photo d’archive) | [cod liveca]


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