Vi insegno a fare le fritoe (le frittelle). Di cesare Colonnese

ultimo aggiornamento: 08/02/2015 ore 19:24

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chiudendo gli occhi ci ritroviamo a vivere quel momento che credevamo morto.

Forse ci verra’ malinconia nel riviverlo, come nell’incrociare una maschera a Carnevale, ma quel sentimento altro non e’ che la nostalgia di qualcosa che non riusciamo a vivere piu’. Il ricordo del nostro Carnevale di quando eravamo bambini. Afferrarlo o lasciarlo andare dipende anche da noi, perche’ se vogliam rivivere attimi di Carnevale gia’ vissuto non ci manca nulla. La citta’ l’abbiamo, con la sua magia, la sua poesia e’ sempre lì che ci aspetta. Il resto lo teniamo nel cuore, lo possiamo creare.

Carnevale che quest’anno arriva davvero presto.


Non abbiamo fatto nemmeno in tempo a smaltire il gusto del pandoro dal palato, che subito le strette stradine veneziane si sono inondate di profumo di fritto.

Profumo sì, perche’ le frittelle non hanno quell’odore stagnante e nauseabondo che impregna i vestiti quando si va a mangiare in un ristorante non del tutto ben aerato. Le frittelle profumano di grappa, di sogni, di stelle filanti. Le frittelle profumano di Piazza San Marco, come se il vento delle notti di Febbraio portasse a spasso con se’lo zucchero a velo e una volta intriso di sapore di laguna lo deponesse delicatamente su ogni frittella.

Tutto questo, mentre un sapiente frittolino, friggendo quella pasta lievitata ricca di uvetta e aprendo una finestra, facesse giungere quel profumo inconfondibile fino alla cima del campanile da dove, la domenica dopo, si calera’ sotto un sole gelato e una piazza strapiena, l’angelo in volo.


Ai tempi della Serenissima, quando la citta’ di Venezia sottostava a regole ben precise, il solo periodo in cui la popolazione godeva di un momento di liberta’ di espressione, di goliardica allegria era il Carnevale. Lì tutti diventavano uguali, sparivano le differenze tra ceti e per un po’ non esistevano pregiudizi e differenze.

Lì si poteva osare,si poteva far la corte a qualcuno, si poteva persino canzonare un aristocratico, facendosi forti della maschera che celava la vera identita’della persona.
Si poteva mangiare una frittella, quel dolce veneziano diventato il dolce nazionale della Repubblica Serenissima. Veniva preparato per strada, agli angoli di calli e campielli dai fritoleri che iniziarono gestendo banchetti di legno qua e la’ e finirono per creare una vera, reale associazione. Da quegli anni la fritola venexiana rimase uno dei nostri piatti indimenticati e di indiscusso successo. Un dolce di Carnevale che e’ ormai noto in tutta Italia e in tutto il mondo.
Io un paio di anni fa’ ne ho preparato la ricetta per Voi.

Vi consiglio di farle, per Voi, per i vostri cari, per i vostri figli, per Amore della vostra citta’.

Carnevale e’ una fritola.
Carnevale e’ un momento di vita allegra che va vissuto.
Carnevale e’la malizia.
Carnevale e’ far ritorno a casa, la notte inoltrata la Quaresima e’ iniziata e tu, ancora vestito in maschera ti senti un peccatore.
Carnevale e’quell’odore dolce di fritto mescolato a quella cipria che teniamo in tasca per tutta la sera.
Poi alla fine la estraiamo e ci accorgiamo che e’ andata rotta quando ci e’ caduta. Ci rallegra il fatto che lo specchietto sia ancora intatto, mentre pensiamo: “Massì, se anche si fosse rotto… maldicenze!”.
Notte fonda, quasi mattina, stanchi e col singhiozzo dal troppo vino, ci accarezziamo malinconicamente il viso col cotone per cancellare quella leggerezza che ci aveva quasi rapiti.

Un calderino a tutti dal Vs. Cesare Colonnese

[09/02/2015]

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cesare colonnese fa le frittelle veneziane LARGE

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