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Smart Working (telelavoro): aumento del 4.000 per cento

Smart Working, o ‘telelavoro’ per meglio capirsi con la sua ‘vecchia’ definizione, un boom ai tempi del Covid: da 500mila i lavoratori con questo tipo di configurazione sono passati a 8 milioni. Mezzo milione prima della pandemia Covid, 8 milioni con il lockdown: è un successo il ricorso allo smart working al tempo del coronavirus. […]

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Smart Working, o ‘telelavoro’ per meglio capirsi con la sua ‘vecchia’ definizione, un boom ai tempi del Covid: da 500mila i lavoratori con questo tipo di configurazione sono passati a 8 milioni.

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Mezzo milione prima della pandemia Covid, 8 milioni con il lockdown: è un successo il ricorso allo smart working al tempo del coronavirus.

Una modalità di lavoro diventata spesso necessità di fronte alle misure di sicurezza e alle restrizioni anti-contagio, che un lavoratore su sei vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza.

Più gli uomini, che le donne, per le quali lavorare da casa risulta più pesante.

A fotografarli è la prima indagine sullo smart working promossa dall’Area politiche di genere della Cgil e realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio, dal titolo “Quando lavorare da casa è… smart”. Obiettivo: cogliere ragioni e percezioni alla base di questa esperienza e, guardando in prospettiva, individuare modalità per rendere “davvero smart” il lavoro da casa, perché non sia soltanto “home working”.

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Di fronte al balzo attuale, diventa più urgente per il sindacato definire regole precise, nell’ambito dei contratti nazionali e aziendali, come rimarcato dal segretario generale Maurizio Landini: bisogna “prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare di giorno e di notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare”, ma anche “evitare le discriminazioni di genere: bisogna allargare la contrattazione e fare in modo che tutte le modalità di lavoro, compreso lo smart working, siano regolamentate”, sottolinea Landini, durante la presentazione dell’indagine, evidenziando i diversi punti, dal diritto alla disconnessione alla formazione, dagli orari alla salute e sicurezza allo stop all’unilateralità.

Tutti, o quasi (il 94%, secondo l’indagine a cui hanno risposto 6.170 persone), sono d’accordo sul fatto che lo smart working faccia risparmiare tempi di pendolarismo casa-lavoro, consenta flessibilità, renda efficace il lavoro per obiettivi, permetta il bilanciamento dei tempi di lavoro, cura e libero.

Dello smart working fa invece paura il fatto di avere meno occasioni di confronto e di scambio con i colleghi e l’aumento dei carichi familiari (per il 71%).

La stragrande maggioranza, l’82%, spiega di essere “precipitato” nel lavoro smart in coincidenza con l’avvio delle misure di contenimento del virus.

Guardando al dopo emergenza, il 60% vorrebbe proseguire l’esperienza, il 22% no, resta una quota di indecisi.

Meno convinte le donne, più propensi gli uomini: per le donne, infatti, questa modalità di lavoro “è meno indifferente e soprattutto più pesante, complicata, alienante e stressante”, rileva l’indagine.

“Discriminazioni reiterate anche nello smart working”, commenta l’ex segretaria generale e attuale responsabile dell’Area politiche di genere della Cgil, Susanna Camusso.

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