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Più di un italiano su tre arriva al termine delle vacanze con sintomi riconducibili alla cosiddetta sindrome da rientro, o Post‑Holiday Blues. A indicarne cause e rimedi è lo psicologo e mental coach casertano Claudio Belardo, che propone tre semplici regole per trasformare il ritorno alla vita lavorativa in un’opportunità anziché in uno stress.
La sindrome da rientro si manifesta in modi diversi: stanchezza prolungata, irritabilità, difficoltà di concentrazione e una forma di ansia legata alle prestazioni. Sono segnali che, se sottovalutati, rischiano di far evaporare rapidamente i benefici accumulati durante le ferie.
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Scopri come fare
Belardo invita a considerare il rientro non come un trauma inevitabile ma come un momento da gestire con criterio. Per questo ha messo a punto una mini‑guida pratica che parte da un principio molto concreto: concedersi una fase di transizione.
La prima regola è il “rientro morbido”. Secondo lo psicologo, evitare di riprendere il lavoro il giorno stesso della fine del viaggio è fondamentale: servono almeno 24‑48 ore a casa per riadattare corpo e mente ai ritmi quotidiani. Quel tempo permette di sistemare gli aspetti logistici — bagagli, amministrazione domestica, e-mail accumulate — senza entrare subito nella logica della corsa continua.
La seconda regola riguarda l’organizzazione delle attività: micro‑obiettivi quotidiani. Invece di affrontare l’ondata di messaggi e compiti con l’intenzione di far tutto e subito, Belardo suggerisce di frazionare il lavoro in parti gestibili. Parcellando le attività e riconoscendo anche i piccoli risultati, si mantiene alta la motivazione e si riducono le sensazioni di sopraffazione che spesso alimentano ansia e calo dell’efficienza.
La terza indicazione privilegia l’attività fisica come ancoraggio. Per Belardo, settembre ha la stessa valenza simbolica del capodanno: è il momento in cui impostare nuovi obiettivi personali. Integrare subito lo sport nella routine quotidiana aiuta a scaricare il cortisolo — l’ormone dello stress — e a stimolare la produzione di endorfine, con un impatto positivo sull’umore e sulla capacità di concentrazione.
L’approccio proposto mette insieme piccoli aggiustamenti pratici e una prospettiva di più lungo periodo: non si tratta di rimedi miracolosi, ma di strategie ripetibili che favoriscono la gradualità del ritorno alle responsabilità. Il modello deriva dall’esperienza del mental coaching, applicato in ambiti diversi, dagli atleti ai professionisti in azienda.
Molte persone, osserva Belardo, peggiorano la propria esperienza di rientro perché cercano di ripartire immediatamente al cento per cento delle proprie possibilità. Il consiglio operativo è quindi di calibrarsi: dosare gli impegni, celebrare i progressi e mantenere alcuni spazi di decompressione anche nei giorni lavorativi.
Secondo Belardo, la chiave del mental coaching è proprio nella gradualità e nella capacità di conservare piccoli spazi di decompressione durante la settimana lavorativa.
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