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Sergio Corbucci: c’era una volta un westerner differente

Una carrellata nel periodo western del secondo Sergio. Per quelli della mia generazione di spettatori e ancora più per quella precedente, la ricerca di visioni alternative al mainstream e l’analisi di autori ritenuti minori ha suscitato grande interesse e compiuto scoperte non poco affascinanti. In quest’ottica la mia curiosità si è rivolta in passato su […]

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Una carrellata nel periodo western del secondo Sergio.


Per quelli della mia generazione di spettatori e ancora più per quella precedente, la ricerca di visioni alternative al mainstream e l’analisi di autori ritenuti minori ha suscitato grande interesse e compiuto scoperte non poco affascinanti.
In quest’ottica la mia curiosità si è rivolta in passato su un autore che nel campo del nostro cinema western oggi più di ieri è diventato un vero e proprio alter ego dell’autore cardine del genere, ovverosia Sergio Leone.
Questo regista è Sergio Corbucci. Artigiano tuttofare del nostro cinema, cresciuto con la gavetta e realizzatore di film di tutti i generi, viene oggi chiamato da un suo grande fan come “Il secondo Sergio”; parliamo di Quentin Tarantino, talmente appassionato del regista da citarlo nel suo ultimo film, “C’era una volta Hollywood”.
In questa pellicola/omaggio al cinema che fu, il protagonista Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) viene convocato dal suo agente (Al Pacino) per girare un western italiano, come tanti attori americani non di successo o in declino, diretto proprio da Corbucci.

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Nato a Roma il 6 dicembre 1926 e morto sempre a Roma il 1mo dicembre 1990, Corbucci vanta una lista di oltre sessanta film; tra peplum, parodie, film con Totò, azione, melodramma, commedia, comico, Corbucci verrà ricordato per i western e in particolare per un titolo, quel violentissimo “Django” che sarà un film chiave per l’evoluzione del genere e spartiacque tra lui e Leone.
Se quest’ultimo nel corso della carriera approderà alle sponde di una magniloquente elegia del passato realizzando pochi titoli, Corbucci si distingue nell’ambito del nostro west per una vena sadica e cinica, ribaldamente sarcastica, scevra da ogni incanto.
Tant’è che, una volta esaurito il genere Corbucci passerà a fare altro senza apparenti rimpianti, mentre il “primo Sergio” diverrà autore fedele alla sua estetica e visione del mondo.
Per cui colpisce come, nonostante una carriera sentita come puro lavoro Corbucci fu capace di pensare un carattere così preciso e definitivo nel filone degli spaghetti western, sino a giungere a un apice ancor oggi imprescindibile e sorprendente come “Il grande silenzio”.

C'era una volta il West, una scena
C’era una volta il West, una scena

In questa pellicola del 1968, l’anno di “Cera una volta il west”, Corbucci mette in scena una storia disperata, insolita anche per il western internazionale, che pure aveva cambiato rotta dal passato. Ma la storia di Corbucci westerner nasce quattro anni prima, nel 1964, anno di “Per un pugno di dollari”, con “Massacro al grande canyon”. Il quale altro non era che che uno dei quasi trenta western precedenti a quello di Leone, già girati con alcune caratteristiche tecniche e narrative che in Leone troveranno la chiave di volta e la definizione degli elementi del genere.

Nel 1965 Corbucci torna nelle praterie con un western in parte legato alla visione americana, “Minnesota Clay” con l’original american Cameron Mitchell. Nonostante alcuni elementi alla Corbucci (l’eroe ha un handicap, in questo caso sta diventando cieco) il film non si discosta troppo da una impaginazione classica, sebbene venata di quell’umore “ispanico”, tipico dei nostri film di pistoleri.
L’avvicinarsi alla radicalità leoniana e alla personale estetica della crudeltà la troveremo nel 1966, con “Navajo Joe”, film in cui esordisce come protagonista Burt Reynolds, al tempo noto per la serie “Hawk l’indiano” e in cerca di fama e che disprezzerà per sempre questo film.
La curiosità di “Navajo Joe” è che vede come protagonista un indiano, cosa più unica che rara nel nostro western che proprio gli indiani li aveva messi alla porta. Anche l’impaginazione comincia ad accostarsi ai moduli leoniani, musiche di Morricone comprese.
Affiorano comunque certe crudeltà tipiche di Corbucci e una non così garantita risoluzione del conflitto con il bene trionfante.

Django, del 1966
Django, del 1966

Se il contemporaneo “Johnny Oro”, con Mark Damon segna un leggero ritorno all’estetica precedente e a un ricorso a una massiccia ironia e canzonatura è finalmente con “Django”, sempre del 1966, che il cinema di Corbucci esplode in tutta la sua provocatorietà e senso di disperazione.
Troviamo nei panni del pistolero venuto dal nulla e con una bara che si trascina dietro le spalle, l’attore feticcio di Corbucci, ovverosia Franco Nero, che proprio in “Django” farà il salto di carriera.
Personalmente tendo a considerare “Django” come un film interessante per l’approccio ma debole nel risultato. Abbiamo alcuni elementi che saranno costanti nei western corbucciani: il fango, la desolazione, la violenza grafica, la presenza delle prostitute del saloon dalla parte “giusta” ma siamo pur sempre nella rivisitazione di “Per un pugno di dollari”.
Uno straniero che si inserisce tra due bande per eliminarle, a colpi di graindguignolesche violenze e una prova di sofferenze e torture che dovrà subire prima del redde rationem. Ma nonostante “Django” sia in parte poco originale e con un protagonista poco espressivo, marca una decisiva differenza tra “la linea del sole” di Leone e “la linea del fango” di Corbucci.

Nel 1967, in collaborazione con Albert Band, Corbucci gira “I crudeli”, con Joseph Cotten.
Un film interessante, disperato e desertico, in cui troviamo un colonnello sudista viaggiare con un carro assieme alla famiglia e a una finta vedova, mentre trasportano la bara del presunto defunto marito per la sepoltura. In realtà stanno trafugando un tesoro.
Una storia di disperazione e di tradimenti dominata dalla folle autorità patriarcale del personaggio di Cotten.
Ma è nel 1968 che a Corbucci uscirà il titolo più intenso e memorabile della sua fase western, ovverosia “Il grande Silenzio”, con Jean Louis Trintignant che interpreta un pistolero muto armato di una particolare pistola mitraglietta, che deve affrontare una banda di violentissimi bounty killers capitanati da un Klaus Kinski assolutamente insostituibile, che tengono sotto scacco dei disperati che le circostanze han reso dei fuorilegge. Il tutto immerso in un panorama nevoso che paralizza l’azione, dato che si tratta di una nevicata anomala.

Klaus Kinski
Klaus Kinski

Per chi non ha mai visto questo film raccontarlo sarebbe commettere grave reato di spoiler, poiché una delle chiavi per comprendere la portata della diversità di questo film risiede proprio nel finale. Basti dire che la storia vede alcuni personaggi che sono dei marginali per destino, che Trintignant è uno dei più definitivi antieroi di sempre. Al punto che negli U.S.A. venne imposto un finale alternativo poiché superava ogni limite di consolazione alla resa dei conti.
Il film è incorniciato da grandiose e struggenti musiche di Morricone e i costumi di Enrico Job prevedono l’uso di pellicce da donna che rendono certi personaggi quasi grotteschi.
Ma il film, oggi un cult veneratissimo, all’epoca fu un mezzo insuccesso e Corbucci ritornerà alla sua ironia e sarcasmo sfoderando, sempre nello stesso anno, un suo classico: “Il mercenario”.

Questo western rivoluzionario, ambientato nel Messico, sancisce la nascita della strana coppia peone/specialista del nord europa, variante del Cuchillo/cacciatore di taglie dei film di Sollima. Ne “Il mercenario” Tony Musante è Paco Roman, un ribaldo quanto cialtronesco rubagalline con velleità di rivolta individualistica che incontra la fredda, cinica ma scientificamente infallibile professionalità del polacco Kowalski (Franco Nero).
Assieme costituiranno un’associazione in cui la sapienza di Kowalski farà di Paco un “eroe per un giorno” della rivoluzione, prima per fini di lucro e poi, dopo ascesa e crollo di Paco, a una presa di coscienza di quest’ultimo.
Nel loro percorso troviamo Ricciolo, un delinquente sadico, omosessuale latente, interpretato con gran autoironia da Jack Palance, divenuto presenza costante del nostro cinema di genere.
A fianco di Paco e coscienza rivoluzionaria troviamo una Giovanna Ralli intensa e bellissima.

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Da film come questo nasce il “Giù la testa” di Leone, il quale tardivamente e non di buonavoglia si accoda una tantum a una declinazione “messicana” del genere che egli stesso aveva portato in gloria. “Il mercenario” avrà un film “gemello” girato da Corbucci nel 1970, il celeberrimo “Vamos a matar companeros”. La storia è all’incirca la stessa de “Il mercenario”; un poveraccio messicano che incontra uno straniero al soldo del miglior offerente.
La loro collaborazione insolita e fortuita li porterà a gettarsi nella rivoluzione in una serie di avventure picaresche. Se in “Vamos a matar” troviamo Franco Nero rifare più o meno il Kowalski de “Il mercenario” (stavolta è Yodlaf lo “svedese”), Milian ci fornisce col personaggio di “Basco” una rilettura di Cuchillo scanzonata e parolacciara, patetica e ribalda, con voluti tratti guevariani. Più farraginoso de “Il mercenario” ma forse più spassoso. Il film e soprattutto il titolo e l’omonima bellissima canzone di Morricone, saranno dei leit motiv per le manifestazioni politiche del nostro post 68.

Ennio Morricone
Ennio Morricone

Tra questi due film il prolifico regista piazza ”Gli specialisti”, uno dei suoi titoli più stravaganti ma non certo privo di interesse. Johnny Hallyday, leggendaria rockstar francese, è il protagonista Hud”.
In sua compagnia abbiamo Gastone Moschin, Francoise Fabian e Mario Adorf. Una storia di vendetta tenuta con tono scanzonato, in cui Hud, deciso a vendicare il fratello, scopre gli intrallazzi dei pezzi grossi della cittadina e si incontra con una banda di ragazzi che sono ricalcati sulla gioventù ribelle del tempo. Un film da recuperare, in cui a un certo punto troviamo persino una intera cittadina messa letteralmente a nudo.
Dopo l’enorme successo di “Er più-storia d’amore e di coltello”, Corbucci ritorna al western con “La banda J&S, cronaca criminale del far west”. Forse il regista ha in testa “I compari” di Altman, resi in maniera più grottesca e latina (tant’è che Milian ha delle uscite che prefigurano il futuro Nico Giraldi); ma nonostante certi limiti e una sceneggiatura che verso il finale diventa svogliata, non si può negare che il film abbia una certa tenuta e un suo peculiare appeal, nei contrasti tra Milian e la Susan George di “Cane di paglia” di Pecknipah, trattata come un animaletto dal protagonista.
Da notare l’interpretazione del “cattivo” di turno, quel Franciscus interpretato luciferinamente da Telly Savalas e certi curiosi episodi, come la scena nel saloon con le prostitute capitanate da una ambiguissima Laura Betti.

Con “La banda J&S” siamo però al crepuscolo della vena creativa di Corbucci nell’ambito western. Gli ultimi due titoli sono senz’altro meno interessanti, nonostante i comparti tecnici restino sempre di prima scelta, comprese le inossidabili presenze dei caratteristi di quota spagnola come Josè Bodalo ed Eduardo Fajardo per “Che c’entriamo noi con la rivoluzione”, dove Corbucci crea una commistione tra due divi della nostra commedia, Vittorio Gassmann e Paolo Villaggio, e i consueti dettami del suo western.
Purtroppo, nonostante i due protagonisti siano in forma (all’epoca formavano una coppia che apparve anche in film come “Senza famiglia, nullatenenti, bisognosi affetto” diretto dallo stesso Gassmann), la loro essenza recitativa cozza con le situazioni topiche del secondo periodo corbucciano, lasciando lo spettatore a bocca asciutta.

La stagione western di Corbucci si chiude in… bruttezza con “Il bianco, il giallo, il nero” del 1975. Un film le cui qualità formali sono inversamente proporzionali alla scrittura. Uno strano terzetto di protagonisti alla ricerca di un cavallo sacro dono per l’imperatore giapponese, rapito per chiedere un riscatto. Sì, è la parodia di “Sole rosso” di Terence Young, risolta purtroppo con giochi di parole e situazioni di pessima comicità, doppi sensi e puerilità. A nulla possono il fedele Milian, travestito da giapponese come nel futuro “Delitto al ristorante cinese”, come il grande Eli Wallach nel ruolo dello sceriffo e un inadeguato Gemma, ennesimo nordico nel west lo svizzero Blanc De Blanc. Già il fatto che si chiami come un noto spumante dell’epoca la dice lunga sul tono dell’operazione che ha come unico momento fondamentale il monologo nell’incipit, tenuto dalla petulante moglie di Wallach, che è una collection di titoli storici di western spaghetti.

Tirando le somme e pur con le debite differenze, la stagione western di Corbucci resta una delle più fondamentali e influenti.
Una visione alternativa alla monumentalità leoniana che a volte sembra conquistarci di più, intrisa di romanissimo disincanto e navigato mestiere.
Ma forse con molta più fiducia nel genere dei tanti altri che Corbucci ha affrontato, restando il momento più memorabile della sua carriera.

Sergio Corbucci
Sergio Corbucci

Giovanni Natoli
Giovanni Natoli
Giornalista, critico cinematografico e musicista. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Facebook
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