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I seggi si sono chiusi da poche ore e il verdetto è ormai chiaro: i cinque referendum proposti su temi cruciali come lavoro e cittadinanza non hanno raggiunto il quorum. L’affluenza si è fermata al 30,6%, ben lontana dal 50% più uno necessario per rendere valida la consultazione popolare. Un dato che pesa come un macigno sul fronte referendario, in particolare sulla Cgil, tra i principali promotori, e sull’opposizione di centrosinistra che aveva cercato di trasformare la tornata in un momento di mobilitazione politica. A destra, invece, si brinda. Il governo Meloni, di fatto, ne esce rafforzato.
Una partecipazione sotto le attese
Dei 47 milioni di italiani chiamati alle urne, solo poco più di 14 milioni si sono recati a votare. Nessuno dei quesiti è riuscito a superare la soglia minima necessaria per la validità del referendum. Un risultato che lascia poco spazio a interpretazioni: l’astensionismo ha vinto, e con margine.
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Il dato nazionale, già basso, si fa ancora più allarmante guardando alla geografia elettorale. Nel Nordest – storicamente un’area politicamente attiva – la partecipazione è stata addirittura inferiore alla media nazionale. In Veneto, ad esempio, si è fermata poco sopra il 26%, mentre in Friuli Venezia Giulia si è attestata attorno al 27,5%. Numeri inferiori persino a quelli della Campania, regione del Sud spesso accusata di scarsa partecipazione civica. Una tendenza che segna una netta inversione rispetto alle recenti elezioni europee e che fa riflettere sulla reale capacità mobilitativa dei promotori.
Landini: “Non è una sconfitta, ripartiamo da chi ha votato”
Maurizio Landini, segretario generale della Cgil e volto simbolo del comitato promotore, evita di parlare apertamente di sconfitta. Usa un eufemismo: «Non è una vittoria, ma neanche una resa. Ripartiamo dai 14 milioni di cittadini che ci hanno dato fiducia e chiedono risposte». Una linea condivisa dal resto dell’area progressista. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, pur ammettendo l’amarezza per il mancato raggiungimento del quorum, rivendica la correttezza della scelta di sostenere la consultazione: «Era giusto spendersi per temi che riguardano milioni di persone».
Giuseppe Conte, leader del Movimento Cinque Stelle, è più diretto: «Chi oggi esulta, manca di rispetto a 14 milioni di italiani che hanno votato con coscienza. La partecipazione è democrazia, anche quando il quorum non si raggiunge». Per l’ex premier, «il governo ha scelto la linea dell’invito all’astensione, e ciò rappresenta una ferita alla cultura democratica».
Centrodestra soddisfatto: “L’assalto al governo è fallito”
Tutt’altra la narrazione nel campo del centrodestra. Per Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il risultato è chiaro: «Il governo ne esce rafforzato. Il tentativo dell’opposizione di trasformare il referendum in un voto contro l’esecutivo è fallito». Antonio Tajani, leader di Forza Italia e ministro degli Esteri, rincara la dose: «Quando si fallisce un assalto al Palazzo, è la sinistra a rimanere ferita».
Matteo Salvini, da Fontainebleau dove partecipa a un vertice europeo dei “patrioti”, sottolinea il significato del dato sul referendum sulla cittadinanza, l’unico in cui una parte consistente dell’elettorato ha votato “no”: «La cittadinanza non si regala. Gli italiani hanno detto chiaramente che su certi temi non si transige». Anche Maurizio Lupi (Noi Moderati) rilancia: «È tempo di riformare il meccanismo referendario. Proponiamo di alzare a un milione le firme necessarie per presentare un quesito, e magari introdurre soglie territoriali per evitare l’abuso da parte dei soliti influencer».
Il caso del referendum sulla cittadinanza
Proprio su questo punto si è consumato uno degli snodi più controversi. A fronte del sostegno compatto dei promotori, il referendum sulla cittadinanza agli stranieri residenti da almeno cinque anni ha ottenuto un consenso più basso rispetto agli altri quesiti: solo il 65,3% ha votato a favore, mentre ben il 34,7% ha detto no. Un dato che, secondo alcuni esponenti del centrodestra, dimostra che una fetta significativa dell’elettorato è andata alle urne proprio per respingere questa proposta. Non a caso, Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, lancia una stoccata all’opposizione: «La sinistra rifletta: non è questo ciò che chiede il Paese».
Lo spettro della riforma referendaria
Il flop della consultazione ha riacceso il dibattito sulla necessità di una riforma dell’istituto referendario. Due le visioni contrapposte. Da una parte, chi – come molti promotori – chiede l’abolizione del quorum, ritenuto ormai anacronistico e controproducente per la partecipazione democratica. Una raccolta firme online per sostenere questa proposta ha superato in poche ore le 5.000 sottoscrizioni.
Dall’altra parte, c’è chi propone l’introduzione di meccanismi più stringenti per ammettere i quesiti al voto: una maggiore soglia di firme, quote regionali obbligatorie, perfino una “norma anti-influencer” per evitare che i social network possano distorcere il processo democratico.
Il tema potrebbe finire presto sul tavolo delle riforme istituzionali, in particolare nel contesto dell’attuazione del premierato, progetto caro alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Meloni osserva in silenzio, ma sorride
Curiosamente, la premier non ha commentato pubblicamente il risultato. Domenica sera si è recata al suo seggio al Torrino, a Roma, ma non ha ritirato la scheda. Lunedì ha lasciato che fossero i suoi esponenti a parlare, evitando ogni dichiarazione ufficiale. Ma secondo fonti di Palazzo Chigi, avrebbe accolto con soddisfazione il risultato, leggendo nel flop referendario una conferma della tenuta del governo.
Effetti a catena sul centrosinistra
L’esito dei referendum ha però anche un effetto collaterale: mette a nudo le difficoltà di un centrosinistra ancora alla ricerca di una direzione comune. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, coglie l’occasione per polemizzare con gli ex alleati: «Serve costruire un’alternativa a Meloni, non al governo Renzi del 2015». Carlo Calenda è ancora più tranchant: «Un autogol clamoroso». E dai riformisti Dem arriva una critica esplicita: «Il referendum è stato un regalo enorme a Giorgia Meloni», ha dichiarato l’eurodeputata Pina Picierno.
Ballottaggi in chiaroscuro
Intanto, nei due capoluoghi al ballottaggio per le amministrative, Taranto e Matera, il centrosinistra e il centrodestra si dividono la posta. A Taranto vince Pietro Bitetti (centrosinistra), mentre a Matera si impone Antonio Nicoletti (centrodestra). Una nota di colore in un weekend elettorale che ha visto dominare l’astensionismo.
Strumento obsoleto?
Il referendum del 2025 si chiude con una bocciatura, non dei contenuti, ma della partecipazione. L’astensionismo organizzato – secondo l’opposizione – ha avuto la meglio. Per la maggioranza è stata invece la dimostrazione che il governo gode ancora di fiducia. Resta il fatto che una consultazione popolare su temi fondamentali ultimamente naufraga nel disinteresse generale. E con essa, forse, una delle ultime speranze di far tornare il Paese a discutere in modo partecipativo di politica.
Referendum 8-9 giugno 2025: dati finali elettori di Venezia
Per il quesito n.1 «Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi: Abrogazione» hanno votato SÌ 53.953 (89,08%) e NO 6.613 (10,91%) su 60.566 voti validi per un totale numero votanti di 61.706.
Per il quesito n. 2 «Piccole imprese – Licenziamenti e relativa indennità: Abrogazione parziale» hanno votato SI 53.072 (87,74%) e NO 7.414 (12,25%) su 60.486 voti validi per un totale numero votanti di 61.691.
Per il quesito n. 3 Abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi» hanno votato SI 53.834 (89,04%) e NO 6.622 (10,95) su 60.456 voti validi per un totale numero votanti di 61.701.
Per il quesito n. 4 «Esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: Abrogazione» hanno votato SI 53.343 (87,87%) e NO 7.363 (12,12%) su 60.706 voti validi per un totale numero votanti di 61.773.
Per il quesito n. 5 «Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana» hanno votato SI 40.434 (66,64%) e NO 20.238 (33,35%) su 60.672 voti validi per un totale numero votanti di 61.735.
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Cosa si aspettava la sinistra salottiera e ormai al di fuori dal contatto con la realtà di tutti i giorni? Hanno proposto dei referendum confusi e fuorvianti e usato lo strumento referendario solo per dare contro al governo .
La gente non crede più di fare la differenza da quando si votò tutti per l’abolizione dei vitalizi e poi gli hanno cambiato nome …..