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La bambina "dimenticata" in auto dalla mamma è morta. Perché il black out?
I reati più inquietanti sono quelli che si perpetrano nell’ambiente della sanità. Sono quelli che indignano di più, soprattutto perché prendono come obiettivi i soggetti deboli, o anziani, provati e messi in difficoltà dalle malattie.
Ancora più grave quando si commettono approfittando del proprio ruolo ufficiale di “operatore” della Salute, per il quale si viene pagati.

Il fatto emerso oggi è forse il più raccapricciante mai sentito: un addetto all’assistenza avrebbe ucciso volontariamente sull’ambulanza tre malati terminali per guadagnare 300 euro ciascuno.

Provocata un’embolia, l’addetto poi si sarebbe occupato della ‘vestizione’ dei cadaveri, in accordo con l’impresa di onoranze funebri a cui poi sarebbe passato il “lavoro.

Il barelliere aveva trovato così la maniera di “arrotondare” lo stipendio. Ed ora le indagini rivolgono le loro attenzioni su altri 50 decessi sospetti.

Venivano scelti malati terminali, con la presunzione poi che i parenti non avrebbero sollevato tante obiezioni. Venivano uccisi su un’ambulanza, iniettando loro dell’aria nel sistema sanguigno, provocando una veloce e dolorosa embolia gassosa.

Dopo le frasi di circostanza, l’accordo per poi farsi ‘regalare’ dai familiari distrutti dal dolore 2-300 euro per la ‘vestizione’ delle povere vittime.

E’ questa la disumana ricostruzione della tecnica perpetrata che ora viene contestata dalla Procura di Catania al barelliere Davide Garofalo, 42 anni, arrestato dai carabinieri per omicidio volontario aggravato dall’avere favorito la mafia. Perché parte dei soldi, sostiene l’accusa, andavano ai clan di Adrano e Biancavilla che avevano acquisito il controllo dell’ambulanza ed erano loro a scegliere il ‘personale’ di bordo.

All’indagato sono contestati tre delitti commessi, uno l’anno, tra il 2014 e il 2016. Vittime tutti malati terminali anziani, una donna e due uomini. Nella stessa inchiesta sono indagate altre due persone non raggiunte da provvedimenti restrittivi.

La tecnica era veloce e ne era all’oscuro il personale sanitario degli ospedali da cui partiva l’ambulanza, per la maggior parte da Biancavilla: i pazienti terminali venivano
legalmente dimessi in attesa dell’imminente decesso, poi sull’ambulanza il barelliere si trasformava in un ‘giustiziere’ iniettando aria nelle vene con siringhe sterili, utilizzando guanti di lattice per non lasciare impronte.

Ma la morte non veniva provocata per pietà, spiegano gli investigatori, ma per incassare i soldi della vestizione, 2-300 euro, da dividere con i clan.

Quando il malato arrivava morto a casa i pazienti erano presi dallo sconforto e dal dolore, e non riuscivano a collegare il veloce decesso con il tempo del trasferimento dall’ospedale a casa. E lasciavano che il barelliere vestisse la salma in cambio di un ‘regalo’ in soldi, da 200 a 300 euro per intervento.

L’inchiesta, denominata ‘Ambulanza della morte’, ha invece fatto emergere, comportamenti che “anticipano il decesso di persone gravemente malate, allo stato terminale, per profitto, per denaro, con disprezzo totale della vita umana e della dignità della persona”, ha spiegato il procuratore aggiunto Francesco Puleio, che, col procuratore Carmelo Zuccaro e il sostituto Andrea Bonomo, ha coordinato le indagini dei carabinieri della compagnia di Paternò e del Reparto operativo del comando provinciale dei carabinieri di Catania.

I Pm hanno fatto uno screening sui casi di morti sospette in ambulanza, rilevandone 50 tra il 2012 e il 2016. Di queste almeno un decina di “maggiore pregnanza processuali” e tre sono giunti al vaglio del Gip che li ha ritenuti credibili.

A fare aprire l’inchiesta le rivelazioni di un collaboratore di giustizia fatte in un’intervista a ‘Le Iene’ e che poi si era recato in Procura per riferire dei fatti a sua conoscenza.

“La gente non moriva per mano di Dio”, spiegò allora il collaboratore, ma per “guadagnare 300 euro, invece di 30 o 50”.

“Che schifo – aggiunse – spegni una persona per 300 euro…”. E sul perché abbia atteso tanto a parlare spiegò di avere avuto “paura”, ma di essere stato spinto dal rimorso di “avere visto morire cosi’ il padre di un amico…”, al quale non ha mai confessato quello che sarebbe accaduto.

La stessa paura che ha reso silenti testimoni che si sono fatti avanti dopo con i carabinieri di Paternò e la Procura di Catania: “l’azione dell’Arma sul territorio che ha portato a numerosi arresti di affiliati a clan e boss della zona – spiega il comandante provinciale di Catania, col. Raffaele Covetti – ha agevolato l’inchiesta ‘Ambulanza della morte’.

I testimoni hanno visto che molte delle persone coinvolte erano in carcere, e hanno avuto meno paura e maggiore fiducia nelle Istituzioni”.

Adesso l’inchiesta continua. Il ‘faro’ dei Pm resta acceso sulle altri morti sospette.

(foto di repertorio)

Riproduzione Riservata.

 

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