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mercoledì 27 Gennaio 2021

Perché filosofi e poeti amano la libertà dei gatti

Una breve riflessione o problematica sulla libertà. Quando filosofi e poeti cercano il fascino e la vertigine della libertà. Di Apostolos Apostolou. «Ho studiato molti filosofi e molti gatti: la saggezza dei gatti è infinitamente superiore.» Hippolyte Taine.

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Perché filosofi e poeti amano la libertà dei gatti

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Perché i filosofi parlano di fascino, e di mistero, dei gatti?
Jean-Jacques Rousseau diceva: “Gli artisti, i ribelli e gli introversi preferiscono i gatti; i soldati, gli estroversi e gli autoritari preferiscono i cani”.

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Ogni uomo ha le sue uniche e dissimili rappresentazioni sensoriali, cosi l’uomo organizza una comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Il “dialogo” con un animale non richiede il rispetto di regole sociali ed è tutto basato su spontaneità e naturalezza, a volte assenti nei rapporti tra esseri umani. Inoltre, sono assenti le tensioni provocate dalla competizione perché l’animale non giudica e rende inutile l’instaurarsi di meccanismi psicologici ostili.

Di solito dicono che l’animale accetta ogni persona senza guardare i suoi difetti e non si fa condizionare dal denaro, dall’età, dalla bellezza, dalla posizione sociale.
F. Nietzsche scriveva che a volte mia gatta assomiglia ad un uomo! E M. Foucault accarezza il gatto (come possiamo vedere in alcune foto) con un tatto – contatto corporeo, con una conoscenza dei confini della propria individualità.

Guy Debord, giocava ogni giorno con il proprio gatto. K. Axelos, piangeva la morte del suo amato gatto che dormiva (come diceva lui) sul libro di Fenomenologia di Spirito ( di Hegel).

La comunicazione che s’instaura con un animale utilizza un canale linguistico speciale improntato su naturalezza e semplicità: strofinamenti, carezze, gioco, sguardo negli occhi, che permettono un momento di opportuna distensione. Conoscono ogni tuo gesto, ogni tua parola, anticipano i nostri desideri. Sono insieme saggezza, dolcezza, bellezza.

Il rapporto con un gatto è fonte di piacere e rilassatezza, infonde sicurezza e tranquillità. Pablo Neruda scriveva: “ So tutto sulla sua vita ed i suoi misteri, ma non sono mai riuscito a decifrare il gatto”.

Il gatto è un inno alla libertà. Perciò poeti e filosofi vi si sono ispirati. E chiamiamo libertà quando l’esistenza auto-trascende ogni individualità determinata ed esista come auto disposizione alla relazione.

Il gatto è indicato come senso del motore (secondo Aristotele) e come alterità.
Furono i Greci a dare il nome al gatto, attorno al 500 prima di Cristo. Lo chiamarono “ailouros”.

Con questo nome i Greci vollero indicare il gatto come “l’animale che agita la coda” e come libertà. E la libertà è il desiderio della vita che auto- trascende. La differenza tra il bisogno come impulso e il bisogno come desiderio della libertà, (differenza tra il soddisfacimento del bisogno fisico e la domanda di relazione dell’altro che è la libertà) sembra coincidere con il salto immenso ed evolutivamente inesplicabile dalla necessità alla libertà.

Quando Lacan diceva che il soggetto nasce al posto dell’Altro (lettera maiuscola) significa che il soggetto nasce quando al posto dell’ “Altro” appare il significante della libertà. Cioè: la libertà di qualcosa di più del bisogno biologico desiderio, un salto del riferimento auto- trascendente.

Con altre parole possiamo dire che la concretizzazione del desiderio vitale avviene in una referenzialità auto – trascendente, cioè l’ “Altro” della libertà. Il desiderio non si attua solo con le prescrizioni – possibilità biologiche dell’individuo fisico, ma con possibilità del valore auto- trascendente.

Pam Brow scriveva:” Un gatto è bellissimo da una certa distanza: visto da vicino è un’inesauribile fonte di meraviglia”. Ecco l’auto- trascendente. E l’auto- trascendente esiste nell’immaginazione, e come conosciamo alla radice della scrittura c’è l’immaginazione. Perciò i filosofi e gli scrittori amano il gatto. Per l’auto-trascendente della libertà e per l’immaginazione.

Il poeta Sofocle (496-406 aC) era a chiedersi, in una sua tragedia: “E’ possibile che un gatto cresca fino a diventare un leopardo?” (Lo schema è: auto-trascendente + immaginazione = Libertà). I gatti piacciono nel pieno esistere che solo si realizza quando hanno la possibilità di esprimersi esaurientemente; non mirano ad ottenere potere sugli altri, ( tutti conosciamo che  Il potere usa la paura perché ha paura)  che sarebbe oltretutto fonte di stress nel timore di perderlo nuovamente, esattamente lo stress continuo cui siamo sottoposti noi umani. 

I gatti erano anche sacri ad Artemide, dea della caccia e signora degli animali, una delle divinità più popolari di quel tempo. Artemide, tra i suoi tanti e straordinari poteri, aveva anche la capacità di entrare nel corpo di un gatto o di assumerne la forma. Qui la metafora come gioco di fattori soprannaturali enigmatici indica che esiste sempre una distanza cognitiva della libertà tra la comprensione dei significanti e la conoscenza esperienziale dei significati. Sono molti, infatti, gli autori che hanno dedicato opere al gatto. 

Quasi tutti abbiamo letto “Il gatto con gli stivali”. Ricordiamo Edgar Allan Poe nel suo racconto gotico “The Black Cat”, dove riscrive in chiave di perversione psicologica, dovuta all’alcolismo del protagonista, la storia della gratuita crudeltà umana verso i gatti e della conseguente vendetta di questo felino. Ma anche fra i poeti ricordiamo, Charles Baudelaire ha dedicato diverse opere al gatto. Scrisse:
Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l’agata si mescola al metallo.
Quando le mie dita carezzano a piacere
la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano
s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,
vedo in ispirito la mia donna .
Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia,
taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa
un’aria sottile, un temibile profumo
ondeggiano intorno al suo corpo bruno….

E la seconda poesia di Charles Baudelaire

Il gatto
Che dolce profumo esala da quel pelo 
Biondo e bruno! 
Com’ero tutto profumato 
Una sera che l’ accarezzai 
Una volta, una soltanto!
E’ lui il mio genio tutelare! 
Giudica, governa e ispira 
Ogni cosa nel suo impero; 
E’ una fata? 
O forse un dio? 
Quando i miei occhi, attratti 
Come da calamita, dolci si volgono 
A quel gatto che amo 
E guardo poi in me stesso, 
Che meraviglia il fuoco 
Di quelle pallide pupille, 
Di quei chiari fanali, 

Rilke, Baudelaire, Verlaine, Yeats, Keats, Apollinaire, Pessoa, Saba, Borges, Swinburne, Rodari, hanno scritto poesia per il fascino di gatto. E scrittori come Italo Calvino e Eduardo de Filippo dai quali traggono spunto e ispirazione.

William. S. Burroughs , l’autore beat del visionario e controverso Pasto Nudo ci ha anche offerto un piccolo volumetto che parla di un grandissimo amore : quello verso i gatti . Un libricino di 100 pagine che diventa una delicata dichiarazione nei confronti di quelli che sono i secondi amici dell’uomo. Scrisse: «Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Voi che amate i gatti, rammentate che i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo ripongono ogni loro speranza e fiducia in voi».

Doris Lessing ha scritto un piccolo saggio (“Gatti molto speciali” pubblicato da Feltrinelli) che non è un trattato di etologia, ma una sorta di biografia attorno ai suoi incontri felini. Per la scrittrice ogni gatto ha il suo temperamento. Ogni gatto è speciale. “Darei il mio cuore per una lacrima di gatto” dice, parafrasando Kipling. Lessing non pensa affatto che siano delle sfingi, animali freddi e distanti. “Quello con cui ho comunicato meglio – racconta Lessing – era ‘El Magnifico’, un gatto di grande intelligenza. Passavano molto tempo a guardarci, toccarci” Una visione “minimalista” del rapporto tra uomini e gatti – una compagnia, un semplice antidoto alla solitudine – non è contemplata dalla Lessing. E a sentirla parlare viene da pensare che ormai li preferisca agli esseri umani. Ogni gatto che muore è un colpo al suo vecchio cuore, un lutto difficile da superare. In loro, riconosce anche una fonte di ispirazione.

Accanto alla macchina da scrivere, tra fogli e pile di libri, la scrittrice ha sempre tenuto un gatto accoccolato a dormire oppure seduto a scrutare, vigile. Ernest Hemingway  ha scritto quindici lettere “Le lettere”, scritte anche durante i viaggi tra Cuba e l’Africa, che mostrano soprattutto negli anni prima del suicidio gli aspetti più sentimentali della sua personalità, comprese le lacrime versate per la morte del suo gatto Uncle Willie.

Felix Lope de Vega scrisse,  La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda. Ma anche c’è il gatto che mi rubò il cuore, di Richard e Teresa Capuzzo e ci sono i Gatti con le ali di Doreen Tovey e naturalmente da Hoffman a Lewis Carrol , da Calvino alla Morante. Molti grandi hanno scritto – innamorati – dell’orgoglioso felino. 

Il gatto nero di Rainer Maria Rilke

Anche il fantasma evanescente è vero.
Se un giorno riesci a intravederlo suona.
Questo nero sipario copre invece
lo sguardo acuto delle tue pupille,
come cella ovattata che ad un tratto
spezza veloce e insieme dissolvente
il terribile grido di un demente.
Sembra il custode antico di ogni sguardo
che vuol celato in lui:
tutti li stringe a sé
per sonnecchiarvi sopra,
ostile e pigro
del tutto in sé racchiusi, il lungo giorno.
Ma se a un tratto si desta
e volge il muso in pieno
volto, e ti guarda fissamente
ritrovi allora il lampo del tuo sguardo
nelle tonde pupille – misterioso –
chiuso in quell’ambra come morto insetto.

E il poeta Fernando Pessoa scrisse:
Gatto che giochi per via
come se fosse il tuo letto,
invidio la sorte che è tua,
ché neppur sorte si chiama.
Buon servo di leggi fatali
che reggono i sassi e le genti,
hai istinti generali,
senti solo quel che senti;
sei felice perché sei come sei, il tuo nulla è tutto tuo.
Io mi vedo e non mi ho,
mi conosco, e non sono io.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia

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