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PADOVA — Dopo più di vent’anni di pratica e ricerca, lo psicoterapeuta e psicoanalista Paolo Russo ha raccolto in due volumi il percorso teorico e operativo della Poesia Clinica Applicata, un approccio che mette in relazione esperienza clinica, linguaggio poetico e narrazione di sé.
I due testi pubblicati sono distinti ma complementari: il primo costruisce le basi teoriche del modello, mentre il secondo offre strumenti pratici — mappe, esercizi di auto‑osservazione e un atlante illustrato — pensati per chi vuole mettere alla prova quella stessa teoria nella vita quotidiana.
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Scopri come fare
L’idea di fondo è semplice e non scontata: molte persone rappresentano la propria sofferenza attraverso immagini e metafore prima ancora di riuscire a darne una spiegazione razionale. Espressioni comuni come sentirsi “in gabbia” o “in un tunnel” vengono qui considerate non soltanto come modi di dire, ma come forme attraverso cui l’esperienza diventa rappresentabile.
Da questa osservazione nasce un vocabolario specifico — con termini come matrice, fiumi, detriti, fluidità e ritorno — che Russo ha progressivamente sistematizzato per descrivere i processi attraverso i quali i sintomi trovano una forma narrativa.
Il progetto intende però oltrepassare i confini della stanza di cura. Presidente dell’associazione culturale I Fiumi di Jane, Russo lavora da tempo per mettere in relazione poesia, psicoanalisi e vita pubblica. Le iniziative del gruppo cercano spazi di incontro in cui parola, movimento e immagine convivono, coinvolgendo bambini e adulti in percorsi condivisi.
Una fotografia scattata durante la Festa della Pace di Ponte San Nicolò, che lo ritrae sotto una grande scritta “Isola delle parole”, viene citata come simbolo di questa direzione: riportare la parola nello spazio pubblico. L’immagine però non documenta una presentazione editoriale delle opere; precede la pubblicazione dei volumi e ne illustra la vocazione più che le tappe istituzionali.
Russo chiarisce che l’intento non è trasformare la scuola in un luogo terapeutico. Piuttosto, propone strumenti che aiutino bambini e ragazzi a distinguere ciò che accade da come lo interpretano, a nominare emozioni e immagini prima che un’esperienza si cristallizzi in una definizione di sé. Secondo l’autore, dotare i giovani di parole adeguate per raccontare ciò che vivono può prevenire fraintendimenti e consegnare maggiore agio nella comunicazione.
Analoghe riflessioni riguardano i luoghi della cura: restituire spazio alla narrazione personale significa evitare che la diagnosi diventi l’unica storia possibile. Russo precisa inoltre che i concetti della Poesia Clinica Applicata non intendono costituire nuove categorie diagnostiche né sostituirsi a valutazioni cliniche o mediche; si tratta di una lente aggiuntiva, pensata per integrare altre pratiche professionali.
I volumi costituiscono per l’autore un primo passo di sistematizzazione dopo decenni di lavoro clinico. Il Quaderno dei Fiumi mette sul tavolo strumenti concreti di auto‑osservazione; il testo teorico delineare struttura e terminologia del modello.
Dal Veneto arriva dunque un progetto che ambisce a un confronto più ampio: dalla pratica privata dello studio alla partecipazione pubblica, dalla poesia alla psicoterapia, la Poesia Clinica Applicata cerca interlocutori anche fuori dalla stanza di cura.
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