Pateh Sabally, le troppe zone buie di un fatto senza risposte

ultima modifica: 02/02/2017 ore 11:29

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Pateh Sabally, le troppe zone buie di un fatto senza risposte

Adesso è davvero troppo tardi. Pateh Sabally, il ragazzo gambiano annegato a ventidue anni in Canal Grande, sotto gli occhi attoniti di chi ha assistito, di chi ha visto e ha provato terrore, di chi gli ha lanciato i salvagente dai mezzi Actv, di chi dalle rive gli urlava di nuotare, di altri che lo schernivano, lo incitavano ad affondare, riprendendo con il cellulare la sua povera vita che andava spegnendosi, è morto.

“Africa!” sono le voci che dicono e sovrastano le voci che tacciono. E’ freddo, è difficile fare gli eroi quando il termometro è sotto lo zero. E difficile essere eroi. Ed ecco una enorme quantità di giudizi, di impressioni sulla tragedia consumata sull’acqua della laguna. Voleva morire? L’acqua gelata gli ha impedito di muovere le braccia e attaccarsi alle corde e ai salvagente? I soccorsi sono arrivati troppo tardi? E’ una forzatura meschina pensare che se non fosse stato “un africano” qualcuno avrebbe fatto qualche sforzo in più per salvarlo?

Chi sono “quelli” che dalle rive gli urlavano, “va soto, neghite”, facendo arrossire di vergogna la città esposta in tutto il mondo all’indignazione, cosa pensano “quelli” che hanno ripreso la fine di una esistenza con il cellulare e l’hanno fatta navigare in rete, chi sono “quelli?”

Stranieri, “quelli” sì, dell’umanità difesa dalla pietà, poco hanno indagato sui sentieri dell’ospitalità, poco sanno e poco comprendono di una vita che se ne va, di una esistenza sconosciuta che solo la morte richiama. E che ci informa sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, noi, anche noi stranieri nella nostra pelle, abituati ad assistere a migliaia di annegati nel Mediterraneo, che invece di trovare salvezza e rifugio, trovano la morte. Cosa cambia in noi, quando vediamo, ascoltiamo notizie che narrano i loro destini? O forse “quelli” delle deliranti battute, sono solo incoscienti, incapaci di distinguere il vero dal falso, atrofizzati dalla magia degli smartphone, che sovrasta la ragione?

Il poeta egiziano Edmond Jàbes, in una sorta di testamento spirituale ha scritto: ”Chi è ospite e chi ospita fanno ‘l’umano’, noi siamo sempre stranieri su questa terra e sempre siamo in cerca di Ospitalità. E ogni volta che qualcuno ci dona ospitalità, nella sua casa, nel suo cuore, nell’incontro degli sguardi noi siamo pensati da un nuovo inizio”.

Potessero le parole salvare un uomo. Potrà l’inchiesta che sta indagando sulla tragedia raccontare quel che realmente è accaduto, riuscirà il Sostituto Procuratore Massimo Michelozzi accertare se è vero che un motoscafo del Casinò, è passato accanto a Pateh e ha tirato dritto. E’ vero che il conducente non l’ha visto? E’ possibile, è vero che tutto è possibile, che il freddo particolare di quel pomeriggio possa aver scoraggiato chi, forse, avrebbe voluto prodigarsi per salvare il ragazzo e invece i suoi occhi hanno intravisto “gli occhi di un uomo che muore”, come dice una celebre ballata di Fabrizio De Andrè.

E’ tutto vero e insieme labile. Conforta il raduno spontaneo degli amici di Pateh, della “Casa di Amadu”, che ora vogliono dargli sepoltura in patria, e di quanti hanno voluto gettare una corona in acqua per ricordare, in un pomeriggio di gennaio, nel piazzale di Santa Lucia, un ragazzo africano. Uno sconosciuto, assorbito dalle acque che hanno messo a tacere i suoi perché e i suoi bisogni, ma che ha avuto la forza di risvegliare i nostri, oggi intimiditi e a disagio dalle risposte che non arrivano e qualora giungessero alla verità, sarebbe già inevitabilmente troppo tardi.

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